Lilli Gruber.
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Inganno.
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Parte 1.
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2018 Mondadori Libri per Rizzoli, Milano.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Prima saltano in aria i monumenti. Poi i tralicci.
Poi le caserme.  il crescendo di violenza
che dalla fine degli anni Cinquanta investe
il Sudtirlo, dove i "combattenti per la
libert" vogliono la riannessione all'Austria.
Lo Stato italiano si trova per la prima volta
di fronte al terrorismo. Nella piccola provincia
sulle Alpi affluiscono migliaia di soldati
e forze dell'ordine: ma la militarizzazione 
davvero la risposta all'emergenza creata dagli
attentati? Oppure obbedisce a una logica
di "strategia della tensione"? La storia degli
anni delle bombe sudtirolesi racconta lo
scontro tra le superpotenze USA e URSS;
il gioco pericoloso di gruppi neonazisti e
neofascisti; le spregiudicate interferenze dei
servizi segreti di diversi Paesi; una minaccia
nucleare sempre pi vicina e una guerra senza
quartiere contro il comunismo destinata a
sfuggire di mano.

Inganno  un'opera intensa e corale, che tra
realt e finzione illumina trame, tragedie
e mortali illusioni di una frontiera cruciale
della Guerra fredda. Lilli Gruber torna a
esplorare il passato della sua terra con due
potenti strumenti narrativi: le voci dei testimoni
con la ricostruzione dei grandi scenari,
e in parallelo un'appassionante fiction. I
protagonisti sono quattro antieroi moderni:
Max e Peter, due ragazzi sudtirolesi tentati
dalla radicalizzazione, Klara, una giovane
austriaca innamorata del potere, e Umberto,
un agente italiano incaricato di evitare
un'escalation incontrollabile. Quattro anime
perdute che con la loro parabola di passione
e disinganno mettono in scena le colpe dei
padri, le debolezze dei figli, le ambiguit della
Storia.
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L'autrice.
LILLI GRUBER, giornalista e scrittrice,
prima donna a presentare un telegiornale
in prima serata, dal 1988 ha seguito come
inviata per la Rai tutti i principali avvenimenti
internazionali. Dal 2004 al 2008 
stata parlamentare europea. Dal settembre
2008 conduce la trasmissione di approfondimento
Otto e mezzo su La7. Gli ultimi
bestseller, pubblicati con Rizzoli, sono
Chador (2005), America anno zero (2006),
Figlie dell'Islam (2007), Streghe (2008), Ritorno
a Berlino (2009), Eredit (2012), Tempesta
(2014), Prigionieri dell'Islam (2016).
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Inganno.
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Tre ragazzi, il Sudtirlo in fiamme, i segreti della Guerra fredda.

A Micki: indispensabile sorella, alleata, amica.

L'Europa negli anni in cui si svolge questa storia.
Il Sudtirlo.
La Bassa Atesina. Terlan/Terlano fa parte dell'Oltradige.
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Introduzione. Un passato che ci perseguita.

Ricordo le discussioni a casa di mia nonna Elsa, a tavola,
con i miei genitori e gli zii: erano gli anni Settanta
e il tempo delle bombe era ben vivo nella memoria di
tutti. All'epoca ero un'adolescente curiosa, e ascoltavo
con attenzione, ma quanto potevo capire? Avevo quattro
anni nel 1961, quando decine di tralicci erano crollati
in una sola notte, minati dalle cariche di uomini che
una parte della provincia chiamava combattenti per la
libert e l'Italia intera terroristi. Poi erano cominciati
gli attacchi armati contro le forze dell'ordine, gli
spari. A quel punto avevo sei anni e non abitavo pi in
Sudtirlo.
Nel 1962 mio padre, Alfred Gruber, ha aperto una
nuova impresa a Verona, e tutta la famiglia si  trasferita.
Dovevo cominciare le elementari e mia madre Herlinde
mi ha iscritto a una scuola di suore. Non sapevo una parola
d'italiano, in casa mia si era sempre parlato tedesco,
e i miei compagni mi consideravano una straniera. Una
tedesca. E me lo facevano capire con chiarezza. In
tempi in cui i tedeschi facevano saltare in aria gli italiani
nella provincia da cui venivo, la mia non era una
posizione comoda.
Non sapevo nulla della spinosa questione sudtirolese,
del passaggio della provincia dall'Austria all'Italia dopo
la Prima guerra mondiale, delle complesse relazioni diplomatiche
tra questi Paesi. Tantomeno avevo idea della
partita che due grandi potenze stavano giocando sul
campo di un'Europa divisa dalla Guerra fredda. Sapevo
solo che mi toccava imparare una lingua nuova a tappe
forzate, per prendere buoni voti.
Avevo dodici anni quando, nel 1969, l'approvazione
del pacchetto di misure per l'autonomia  sembrata
portare, finalmente, a una composizione dei fronti
opposti e alla chiusura della stagione degli attentati in
Sudtirlo. Ma i morti di quel tempo oscuro, da una parte
e dall'altra, non riposano in pace. Chi li ha conosciuti,
chi li ha perduti, li piange ancora.
Io, intanto, sono cresciuta, mentre le bombe continuavano
a esplodere, in altri luoghi del pianeta, e a mietere
vittime a migliaia: il terrorismo, la violenza di Stato,
le guerre dichiarate e quelle clandestine. Sono diventata
giornalista per passione e questo mi ha allontanata dalla
mia terra, mi ha portata a scoprire il mondo al di l delle
montagne.
Il giornalismo  un mestiere serio. L'ho imparato
e l'ho vissuto sul campo e negli studi televisivi. Il suo
principio, potremmo dire la sua anima,  il rispetto dei
fatti ed  bene ricordarlo, in un periodo in cui la verit
fatica a farsi largo, insidiata dalle fake news. Proprio
l'interesse profondo per i fatti mi ha spinta ad andare a
vedere, a parlare con i protagonisti, a essere testimone
dei grandi eventi della nostra storia recente. Per cercare
di capire e poi raccontare gli episodi che legano in un
destino comune, in modo sempre pi stretto, noi abitanti
della Terra.
Ripercorrere il passato mi pone dunque una sfida
reale. Come si torna indietro? Dove sono i fatti che possono
guidarmi? E con chi confrontarmi? Ricomporre la
realt di un'epoca scomparsa  per me un'impresa rischiosa.
Non sono una storica e la prudenza della giornalista
mi trattiene. Mi sono per gettata in quest'avventura,
con due libri che ripercorrono le vicende della
mia famiglia, Eredit e Tempesta. Ho esplorato due periodi
fondamentali del Sudtirlo nel Novecento: la frattura
provocata dagli accordi di pace del 1919, quando
il Tirlo fu spezzato in due con l'annessione della sua
parte meridionale all'Italia; e gli anni Trenta e Quaranta,
quando i totalitarismi travolsero l'Europa portando
alla Seconda guerra mondiale. Allora, gli abitanti di
questa provincia germanofona hanno dovuto scegliere
tra fascismo e nazismo. Sono stati salvati dal crollo di
entrambi i regimi, ma non hanno dimenticato le tragedie
ed i tradimenti di un passaggio cupo della nostra
storia.
Con questo libro ho deciso di affrontare un periodo
pi vicino a noi, che comincia alla fine degli anni
Cinquanta. Quel tempo  gi il mio, dato che sono nata
nel 1957.  il mio perch mi riguarda direttamente. Il
Sudtirlo in cui sono nata, e l'Italia di cui sono cittadina,
si sono di nuovo fronteggiati, in un lungo decennio
punteggiato di bombe, attentati, spari e torture. La
repressione ha risposto alla ribellione, in uno schema
che si ripete da sempre, in ogni continente, da un'epoca
all'altra, quasi senza interruzione.
La mia Heimat  stata teatro di conflitti che andavano
molto al di l della sua dimensione geografica. La
rivalit tra Stati Uniti e Unione Sovietica, uno spaventoso
duello nucleare. L'equilibrio fragile tra l'autorit dello
Stato e le libert individuali. La violenza come arma
politica, legittima secondo gli uni, deriva terrorista secondo
gli altri. Questioni che ancora oggi sono al cuore
della nostra attualit, anche se gli attori sono cambiati.
Il Sudtirlo, con i suoi picchi innevati, le valli ombrose,
i villaggi da cartolina,  stato un laboratorio di attivit in
parte ancora da indagare.
Sono andata in cerca dei documenti, dei testimoni,
dei protagonisti, ho visitato luoghi noti e meno noti. E
ho scoperto verit che non sospettavo.
Ho mosso anche un passo avanti in un mondo che mi
 meno familiare, quello della narrazione. Dove la realt
non si lascia penetrare, l'immaginazione viene in aiuto,
nutrendosi della ricostruzione minuziosa di un contesto
plausibile. Come gi in Eredit e in Tempesta, anche nella
vicenda complessa di Inganno ho scelto di farmi accompagnare
da figure i cui nomi e le cui vite sono frutto
di fantasia.
Loro mi hanno aiutata ad esplorare gli angoli pi oscuri,
alla ricerca di un'altra verit: quella dei sentimenti,
dei drammi umani, delle motivazioni. Mi hanno condotta
in un mondo parallelo, in cui il potere  l'unico gioco
e la violenza, la menzogna e la manipolazione sono le
regole per vincere. O per perdere tutto.
...
1. La prima sfida.

Sigmundskron, novembre 1957.

Non guardarli sibila Max, passando sotto gli occhi
attenti di due carabinieri. Ma Peter, accanto a lui, non
riesce a fare a meno di fissare le armi che impugnano.
Se li guardi pensano che tu li stia sfidando e ci fermano
 la teoria di Max.  da ieri che glielo ripete.
Ci saranno anche quelli di Neumarkt gli ricorda
Peter. Gente che vede spesso, uomini in divisa che qualche
sera, dopo il lavoro, vengono a bere alla Gasthaus
Staffler, la pensione gestita da sua madre, appena fuori
Pinzn.
Qui  diverso ringhia Max.
Peter non pu dargli torto. Non  un giorno come
gli altri.
Oggi, 17 novembre 1957, agli italiani bisogna mostrare
che i sudtirolesi ci sono, a testa alta, pronti a combattere
per la loro terra. Con questo grande raduno il
castello di Sigmundskron, che domina Bolzano, torna
protagonista della Storia. Peter e Max si sentono come
soldati che vanno in battaglia, e non sono gli unici. Polizia,
carabinieri: lo spiegamento di forze fa pensare a una
rivolta popolare, non a un comizio.
Forse  proprio ci che si aspettano, la violenza.
Mentre Peter passa accanto all'ennesimo gendarme,
una coppia che va di premura lo spinge bruscamente
di lato. Il ragazzo inciampa e barcolla, l'uomo armato
fa un passo indietro e porta la mano alla fondina. Peter
recupera l'equilibrio, ma con l'istinto del pugile il suo
braccio scatta per disarmare l'avversario.  Max a bloccarlo,
afferrando il polso dell'amico mentre esclama con
tono alto, innaturale, rivolto alla coppia ormai davanti
a loro: Ehi, vogliamo tutti arrivare in fretta, ma non
spingete!.
Peter  subito dietro di lui, il viso in fiamme. Si sente
goffo e vigliacco, non ha avuto nemmeno il coraggio di
guardare in faccia il poliziotto. Ma ne ha avvertito il nervosismo.
 come se fosse l'Italia a trovarsi sotto assedio.
Lo scontro tra i tedeschi e gli italiani  nell'aria. Un
gesto fuori luogo e tutto potrebbe precipitare.
Il cielo d'autunno, cos freddo e chiaro, sembra di
vetro. Qualcosa potrebbe infrangersi, basta
un'incrinatura.
Oggi  un bel giorno per gridare: Libert!.
Max e Peter sono quasi in cima e dietro di loro si snoda
ormai un compatto fiume di folla. Sono arrivati in
autobus, in macchina, in bicicletta e persino in calesse,
gli uomini con il cappello grigio, con l'abito tradizionale,
con la giacca di lana cotta, con il cappotto. Il popolo
del Sudtirlo  affluito dalle citt e dalle cime dei monti,
dai piccoli comuni e dalle valli.
I due ragazzi percorrono l'ultimo tratto di strada ed
entrano nel vasto cortile vibrante di eccitazione. Peter
dimentica persino la preoccupazione per la Zndapp, la
moto con il sidecar che ha dovuto lasciare molto pi gi.
Un mezzo di grande cilindrata, che non avrebbe neppure
l'et per guidare. Lo prende in prestito solo per le
occasioni speciali dal suo amico Hermann, il monco.
Si arrampicano agili e vanno a sedersi sulle mura. Ai
loro piedi, nel vasto spazio racchiuso dalle fortificazioni,
tra la calca rimane solo uno stretto corridoio per gli oratori,
lasciato sgombro davanti alla tribuna di legno. Max
tiene l'occhio incollato al mirino della sua macchina fotografica,
un gioiellino, una Leica M3 con teleobiettivo.
Scruta i volti delle persone, gli sembra di poter sfiorare
ogni dettaglio: l un sorriso, l una ruga scavata dal corruccio
sulla fronte di un vecchio contadino.
Peter gli d di gomito: Vediamo di andarcene un attimo
prima che finisca.
Stai calmo, gi pensi ad andartene? Sei sempre cos
teso... lo prende in giro Max.
Rischiamo di restare bloccati e io non voglio arrivare
in ritardo.
A tua madre non hai detto nulla, vero?
Peter scuote il capo e Max abbassa la Leica per guardarlo.
 cos bello, Peter, con gli occhi verdi, le guance
arrossate dal vento e dal sole, le labbra carnose. Vorrebbe
passargli la mano tra i ricci castani, per rassicurarlo.
Ma le carezze si fanno ai bambini e loro ormai
sono uomini.
Non preoccuparti lo tranquillizza. Neppure io
voglio passare qui tutta la giornata.
Intanto, sono comparsi i cartelli: IL TIRLO AI TIROLESI,
NON VOGLIAMO ESSERE UNA COLONIA ITALIANA.
Gli stessi slogan da quarant'anni, pensa Max, da quando
il Sudtirlo  passato dall'Austria all'Italia nel 1919,
ma nulla cambia mai. Se non in peggio: nel 1948, il governo
di Roma ha accorpato in un'unica entit la provincia
di Bolzano e quella di Trento, per cercare di diluire
la minoranza germanofona in una maggioranza di
italiani.
Max punta l'obiettivo su una figura che spicca nel
gruppetto assiepato ai piedi della tribuna. Mette a fuoco
il fisico imponente nel vestito costoso, il viso attraente
ma rozzo, nonostante i chiari occhi grigi. I suoi stessi
occhi.
Guarda chi c' dice in tono piatto, porgendo la
macchina all'amico.
Tuo padre. Te lo aveva detto che veniva, no? per
l'ennesima volta Peter si chiede come possano due persone
somigliarsi cos tanto eppure cos poco. Il viso di
Max  dolce, con i tratti regolari e il naso dritto. Kurt
ha una mascella squadrata, la bocca una ferita violacea
mascherata da una pennellata di baffi. Eppure gli occhi,
cos uguali...
La folla esplode in un applauso e i due ragazzi balzano
in piedi sul muro, senza curarsi del vuoto alle loro
spalle. Sono decisi a non perdersi un solo dettaglio.
Un uomo alto e magro con i capelli neri, le guance scavate
ed il naso adunco sta salendo con fatica i gradini
della tribuna. Viene aiutato a raggiungere il podio e a
trovare l'equilibrio sulla gamba, la sola che gli resta. 
Silvius Magnago, presidente della Regione e leader della
Sdtirler Volkspartei, la SVP, il partito di raccolta
sudtirolese che da oltre dieci anni domina la vita politica
della provincia, conquistando la maggioranza assoluta
dei voti del gruppo germanofono. Il recente rinnovamento
al vertice ha portato al comando uomini che
ritengono necessario un cambio di passo nei rapporti
con Roma e nelle relazioni internazionali. Quel 17 novembre
1957, il bagno di folla della manifestazione di
Sigmundskron deve servire a far sentire la propria voce
fino alla capitale italiana, ma anche a spuntare le armi
dei fanatici che premono per la secessione. L'uomo con
una sola gamba  un maestro degli equilibri difficili.
Max e Peter ascoltano con attenzione, ma la piega che
prende il discorso non li entusiasma. Si parla dell'immigrazione
italiana, il solito ritornello. Ma non di Tirlo
unito, non della loro identit. Magnago attacca la distribuzione
delle case popolari che il governo ha fatto
costruire. Chi riceve i nuovi appartamenti? Quasi solo
italiani. E perch? Perch sostanzialmente questi nuovi
alloggi, costruiti con fondi dello Stato, sono riservati alle
persone che si trovano in condizioni di maggior bisogno.
Quindi, a coloro che sono arrivati qui appena ieri.
E chi sarebbero? Gli italiani!
Max spera che finalmente si parli di secessione. Ci
sono diverse correnti nella base del partito e lui  per
la linea dura, quella di chi vuole rompere con Roma e
riannettere il Sudtirlo all'Austria. Negoziare uno statuto
speciale nel quadro della Repubblica italiana non gli
basta, non baster mai.
Ma il discorso di Magnago si sposta in un'altra
direzione.
Le migrazioni non alterano solo la composizione
della popolazione in Sudtirlo, ma anche il quadro generale.
Si tratta di una questione molto seria ricorda,
facendo riferimento all'afflusso di italiani di altre regioni.
Come partito cattolico, abbiamo il dovere di occuparci
anche di questo aspetto. I sudtirolesi sono sempre
stati immuni dal comunismo, ma esso  arrivato con le
migrazioni. La propensione al comunismo degli immigrati
deve darci motivo di preoccupazione, anche considerando
l'importante posizione strategica del nostro
territorio per l'Europa libera.
Max cambia rullino. I visi che cattura nella folla lo
interessano ormai pi delle parole del leader. Quando
mai i comunisti sono stati un problema? A Bolzano praticamente
non esistono.
Andiamocene, dai sbuffa Peter. Sono le solite
chiacchiere. C' una vena di amarezza nella sua voce,
aveva sperato che questa giornata segnasse un cambiamento.
E invece tutto rimarr come prima.
Max, per, non si muove. Aspetta ancora un attimo
sussurra. Ha messo a fuoco il viso di suo padre
Kurt ai piedi della tribuna, in mezzo ai notabili della
provincia, rappresentanti della propriet terriera, degli
affari, della politica, della Chiesa. Le persone che
contano.
Vedo un cartello che dice LOS VON TRIENT, stacchiamoci
da Trento prosegue Magnago. La voce rimbomba
tra le mura diroccate. E allora parliamone, di questa
autonomia. Max vede suo padre che rimette il cappello
e scuote la testa. Ecco perch abbiamo deciso di alzare
la voce, perch quando l'altro  sordo, per farsi capire,
bisogna parlare pi forte. Ecco perch oggi ci siamo riuniti.
E possiamo assicurare a chi si ostina a non sentire
che in futuro potremo fare anche pi chiasso di cos.
Max ha capito l'antifona. Tira aria di compromessi,
di minacce velate. Abbassa la Leica e Peter gliela
prende per mettere a fuoco dei volantini che girano di
mano in mano, sotto di loro. Nessuno sa da dove siano
sbucati.
Cosa credevi, che ci lasciassero la nostra Heimat solo
perch gliela chiediamo? brontola un contadino studiando
il foglietto, firmato BAS, Befreiungsausschuss
Sdtirl, Comitato per la liberazione del Sudtirlo.
Dobbiamo lottare! ribatte una voce nella calca.
Ma va' l, ormai  tardi e siamo troppo pochi.
Magnago ha ragione, cerchiamo di ottenere almeno qualche
vantaggio!
Max scuote Peter per un braccio, per lui lo spettacolo
 finito, possono anche andare. Ma l'amico nemmeno
si muove. I due sono alti uguali: Peter ha sedici
anni, spalle da lottatore e braccia muscolose. Max, che
ha un anno in pi, sa benissimo che al club di pugilato,
quando si allenano, il suo amico si trattiene per non fargli
male.
Ma non eri tu che avevi fretta?
Un attimo! Peter non riesce a staccare l'occhio dal
mirino. Dio, come  bella! sospira.
Max gli strappa la macchina di mano per mettere a
fuoco l'oggetto di quel sospiro. Una ragazza? Come se
non ne avessero gi abbastanza, intorno, tra le compagne
di scuola e le amiche che le sue sorelle invitano spesso
nella grande casa di Montan. Lui e Peter non passano
inosservati, in particolare fanno colpo gli occhi grigi e il
sorriso un po' distaccato di Max, i capelli biondi che gli
sfiorano il collo, gi troppo lunghi per i gusti di suo padre.
E il suo status di erede dei possedimenti di famiglia,
naturalmente.
Niente male commenta senza entusiasmo fissando
la figura della ragazza, un po' in disparte rispetto alla
folla. Guarda Peter con un filo di malizia. Perch non
vai a parlarle?
Stai scherzando? E che cosa le dico?
Che te la vuoi portare a letto ride Max, e lo precede
gi dal muro.
A Peter non resta che seguirlo. E ritrovarsi, senza
neanche sapere come, a due passi dalla bellissima
sconosciuta.
Lei sta parlando all'orecchio di un uomo alto, probabilmente
il padre, e i due amici esitano. Poi, si volta verso
di loro. Ha gli occhi azzurri, anzi blu, forse viola. I capelli
biondi e ondulati accarezzano il collo bianco e sotto
il cappotto di lana rossa si indovina un corpo snello.
Per un istante il tempo  come sospeso, poi lei accenna
un sorriso. A Peter sembra un invito. A Max, una sfida.
Bell'apparecchio  il padre della giovane a rompere
il ghiaccio, indicando la Leica. Le foto le sviluppi
tu?
Non ha l'accento locale, deve essere austriaco. Un
cittadino sicuro di s. Forse per quello, pensa Max, si
prende la libert di parlare con tanta familiarit a lui,
che  pur sempre il figlio di Kurt Gasser. Mentre questi
chi sarebbero?
Buongiorno si intromette Peter. Io mi chiamo
Peter, lui  Maximilian.
No, non le sviluppo io. Tempo perso risponde
Max. In realt non  capace, la macchina gliel'hanno
appena regalata per i suoi diciassette anni e sta ancora
sperimentando.
Klara si presenta la ragazza, tendendo la mano
sottile. Prima a Peter. Vi  piaciuto il discorso di
Magnago?
Franz Bauer l'uomo sembra pi interessato alla
Leica che alla politica. Dovresti provare, sai?  la fase
pi entusiasmante del lavoro di un fotografo.  l che
vengono fuori le cose che il tuo occhio non aveva visto.
Si avviano verso l'uscita. La gente sembra non avere
fretta. In fondo i raduni e le feste sono stati cos spesso
ostacolati, o addirittura proibiti, che ora  bello ritrovarsi
insieme. Ma davvero Magnago ha detto che non ci
sar nessun Tirlo libero? E davvero si pu pensare che
gli italiani cambieranno atteggiamento?
Sono venuto in moto spiega Peter a Klara. Cio,
una moto con il sidecar. Una Zndapp. Devo riaccompagnare
Max a Bolzano, se vuoi posso portare anche
te. Poi pensa: cretino, suo padre avr di sicuro un'auto,
magari pure di lusso, e tu le offri un passaggio in moto
a novembre.
Mmm, non fa un po' freddino? dice infatti lei.
Il sidecar  molto comodo!
E non sei un po' giovane per guidare una moto del
genere?
Chi se ne frega. Qui facciamo le cose a modo nostro.
Da bravo lottatore, Peter sa che quando si attacca
non si possono avere cedimenti. In quel momento,
accompagnarla a casa  tutto ci che conta. Scoprire dove
abita. Tu non sei di qui, vero?
Sto a Bolzano, ma sono di Innsbruck risponde lei.
Gi, quanto le manca Innsbruck. Klara guarda la schiena
del padre: se li ha portati l ci sar sicuramente una
buona ragione. Ma si sente avvolgere dalla malinconia,
e pungere dalla ribellione. Non fa poi cos freddo per
un giro in moto.

Max si precipita su per le scale. Peter lo ha scaricato
davanti al palazzo in piazza Walther senza tanti convenevoli,
prima di accompagnare a casa Klara, arruffata
ma felice nel sidecar. Basta cos poco per far colpo
sulle ragazze! Ma poi, che ci faceva al raduno di
Sigmundskron?
Helga lo ha sentito arrivare ed ha aperto la porta. Con
il grembiule legato intorno al corpo robusto, sembra
pronta a nutrire un esercito. Max le stampa un grosso
bacio sulla guancia e la governante richiude l'uscio, non
senza avere sbirciato sul pianerottolo. Si chiede: dov'
quell'altro?
Arrivo subito, zia! Max corre in camera sua, posa
la Leica sulla scrivania e poi raggiunge sua zia Sissi nel
salotto.
Parla, racconta! gli intima lei, mentre il nipote si
china a baciarle i capelli grigi. Ha manovrato la sedia a
rotelle nel solito angolo accanto alla finestra, in una lama
di luce. Dal basso salgono i rumori della citt, intorno
aleggia ancora il fumo della sua ultima Craven A.
Su un tavolino tondo intarsiato tiene a portata di mano
una caffettiera in porcellana di Meissen e i quotidiani
tedeschi, con il Dolomiten in cima alla pila. Sulle ginocchia
ha il suo ultimo acquisto: una radiolina Zenith
che la tiene informata sui destini del mondo.
Max si lascia cadere sullo sgabello foderato di velluto
rosso. Lei aziona la ruota destra per girarsi a guardarlo.
Che bel ragazzo, pensa per l'ennesima volta. Come 
possibile che mio fratello abbia concepito una meraviglia
simile?
Magnago ha messo una croce sul Tirlo libero
spiega Max, sapendo di darle un dispiacere.
Un'altra. C'era tanta gente?
Un sacco. Ha parlato dell'autonomia. La parola
d'ordine  "Via da Trento! ".
Ti pareva! Compromessi, sempre compromessi il
motto della zia, come quello di Max,  Via da Roma.
E non fa sconti. Ecco che cosa succede a perdere le
guerre.
Guarda fuori dalla finestra, il campanile del duomo
svetta all'altro capo della piazza. Non c' pi traccia del
bombardamento americano che l'ha quasi raso al suolo
nel 1944. Come non c' pi traccia delle sue gambe,
rimaste sotto quelle macerie.
Ma c' chi non si rassegna mormora tra s. Si accende
un'altra sigaretta e la porge a Max, a cui piace il
gusto dolce della prima boccata. Gli italiani devono
capire che non possono portarci via la terra, le nostre
tradizioni. Poi a bruciapelo, rivolta al nipote: Chi 
peggio: i ladri o i traditori?.
I traditori risponde lui senza esitazione, ma  gi
stufo di quei discorsi. A volte anche la testa della zia gli
sembra un museo, non solo il suo salotto.
Nella stanza dipinti, ritratti e foto raccontano le bellezze
della loro Heimat e i fasti di un impero scomparso.
Tra i libri che riempiono gli scaffali spiccano i romanzi
di guerra e i saggi di storia: letture specifiche, per una signora
sola. Ma lei avrebbe voluto essere un soldato. Sul
ripiano di marmo del caminetto, sotto lo specchio dalla
cornice dorata, conserva sotto vetro una pagina ingiallita
del Dolomiten.  il famoso editoriale del canonico
Michael Gamper del 28 ottobre 1953, in cui parla della
marcia della morte dei sudtirolesi: un grido di allarme
rimasto inascoltato, in cui si scagliava contro le nuove
forme di oppressione degli italiani ai danni della minoranza
germanofona.
La zia sar anche in sedia a rotelle, ma ne sa pi di
Max su ci che si prepara. Le voci dicono che il tempo
dei discorsi  finito e non sar il raduno di oggi a metterle
a tacere. Bisogna fare qualcosa, lo pensano in molti.
In gennaio, a Kardaun, alle porte della citt, hanno fatto
saltare i binari con la dinamite. Il boato lo ha svegliato
in piena notte e la mattina ha bigiato la scuola per andare
a vedere, assieme a Peter. I danni non erano gravi
e la polizia li ha allontanati subito. I responsabili sono
quelli del gruppo di Hans Stieler, il tipografo del Dolomiten,
e c' chi dice che il condirettore del quotidiano,
Friedl Volgger, sia tra i finanziatori. Ma Volgger non si
sarebbe mai imbarcato in un'impresa del genere. O s?
La verit  che non  facile capire le posizioni delle persone,
di questi tempi. Nessuno ti dice tutto.
C'era anche tuo padre? domanda Sissi spegnendo
il mozzicone.
Figrati se non c'era.
Ci hai parlato?
No risponde Max alzandosi. Non ne avevo voglia.
Kurt stava insieme agli amici di Magnago, riflette.
Ai borghesi non piacciono le rivoluzioni.

Peter sorride, indifferente al freddo. Sotto la giacca di
panno porta un maglione di lana leggera. Cos ti ammali!
lo ha richiamato sua madre quella mattina vedendolo
uscire di casa, ma lui non si ammala mai. Certo,
 meno elegante del suo amico Max, ma non fa un figurone
anche lui alla guida della sua rombante Zndapp
750? Percorre a bassa velocit la strada che costeggia
l'Adige, diretto a Pinzn. Sulla sinistra i vigneti si aggrappano
alle pendici pi basse delle montagne, mentre
salendo di quota iniziano a infittirsi i boschi. Vino
e legname: ecco le ricchezze di questa terra. Per chi la
possiede.
Ma Peter si sente leggero, troppo per pensare a ci
che lui e sua madre non hanno. Ricorda la mano di Klara
nella sua, quando ha fermato la moto di fronte a un bel
palazzo di via Goethe e l'ha aiutata a scendere dal sidecar.
Una mano dalle dita lunghe ed eleganti. Una stretta
decisa. Si  ravviata i capelli e sistemata il cappotto, poi
ha risposto alla domanda che lui non aveva il coraggio
di farle.
Io vado al liceo dalle Marcelline. Ha accennato in
direzione del fiume, che attraversa ogni giorno per andare
a scuola. I suoi l'hanno iscritta all'istituto di lingua
italiana, dicendo che le torner utile.
Io e Max dai Francescani. Siamo in classe insieme
ha balbettato Peter omettendo, chiss perch, di essere
pi giovane dell'amico. Se non fosse per Max, a dire il
vero, non potrebbe nemmeno studiare:  lui che lo ospita
durante la settimana in citt, quando non gli  possibile
tornare fino a Pinzn.
Peter ha alzato lo sguardo sulla facciata opulenta con
i balconi di ferro battuto e gli spessi tendaggi di velluto
dietro i vetri.
Dobbiamo rivederci ha detto con decisione.
Perch no? ha risposto Klara, e gi infilava la chiave
nella toppa. Bolzano  piccola, le occasioni non
mancheranno. Poi  scomparsa.
Partendo, il ragazzo ha dato un'occhiata nello specchietto.
E lei era ricomparsa sulla porta. Gli ha perfino
rivolto un cenno di saluto, ne  certo! Che imbecille...
Avrebbe dovuto tornare indietro, balzare a terra,
baciarla e chiedere il numero di telefono !
Max a quest'ora le avrebbe gi strappato un appuntamento.
Per Max  Max. Con il grande maso di Montan,
i terreni e tre sorelle bionde come lui, che sbattono
le ciglia all'amico del fratello senza prenderlo sul serio.
Peter, invece,  soltanto Peter, a bordo di una moto presa
in prestito, con la Gasthaus da mandare avanti insieme
a sua madre Katharina che non sorride mai.
Accelera sui tornanti e cerca di vedere il bicchiere
mezzo pieno. Klara ha detto bene, Bolzano  un grosso
paese. Sa dove abita, sa che scuola frequenta, non
sar difficile ritrovarla. Sfreccia accanto a un signore
che cammina di buon passo, aiutandosi con un bastone.
 Jakob Rizzolli, il proprietario della grande casa
nella piazza di Pinzn. Le terre di suo suocero, Johann
Tiefenthaler, si diceva, si stendevano da Montan fino
all'altra sponda dell'Adige. Oggi non  pi come una
volta, ma la famiglia  benestante e rispettata. Non li ha
visti al raduno di Sigmundskron, chiss se c'erano? Il
figlio di Jakob, Josef,  un membro influente della sezione
locale della SVP. Ma non gli sembra il tipo da fare
rivoluzioni.
Peter rallenta,  arrivato. Entra con cautela nel cortile
di casa, poco fuori dal paese. Pinzn, Montan, Glen:
il suo mondo  tutto qui. Tutto a portata di mano, familiare.
Spegne il motore e parcheggia la motocicletta in
un fienile trasformato in officina. Sulle pareti, file e file
di chiavi, cacciavite, pezzi di ricambio, tutto il necessario
per tenere in buono stato il veicolo meraviglioso che
il monco ha avuto la gentilezza di prestargli.
Allora? Tutto bene?
Peter si volta e d una pacca sulla spalla ad Hermann.
 perfetta, fila come il fulmine. Pi c' freddo,
meglio va.
Lo so, lo so risponde l'altro. Tua madre  gi
passata tre volte a cercarti, forse  il caso che rientri. E
com' andata l? Novit?
Max dice che sono le solite chiacchiere. Continueremo
a trattare con gli italiani senza ottenere niente. Per
non tutti erano contenti. C'erano anche degli austriaci
e arrossisce.
Hermann non se ne accorge.
Un bel giorno ci sveglieremo e saremo diventati italiani
anche noi commenta amaro. A meno che...
Ameno che...?
Niente. Tu pensa a pulire a fondo la moto taglia
corto il monco, gettandogli una spugna.
Ci tiene che se Peter usa la Zndapp poi la lavi. Questione
di rispetto, dice. Nell'estate del 1945 dei soldati
tedeschi in rotta gli hanno ceduto la motocicletta in
cambio di abiti civili e viveri, o almeno cos racconta lui.
L'impressione di Peter  che ci sia un sacco di passato
nel fienile-officina di Hermann. Lo stesso passato che
ha divorato il braccio dell'uomo, un tributo pagato alla
battaglia di Berlino. L'ultima prima della fine.
Peter si  azzardato a chiederglielo una sola volta,
perch avesse combattuto per Hitler.
Per Hitler? Alla fine nessuno sapeva pi perch stavamo
combattendo gli ha risposto. Ma se uno dei tuoi
partiva all'assalto ci andavi anche tu, per lui. Per la causa,
si diceva. Qualunque fosse, almeno c'era.
La storia di Hermann  uguale a quella di tanti. Nel
1939 aveva optato come quasi tutti per la Germania.
All'epoca aveva trent'anni, dieci pi del padre di Peter,
ma erano amici ed erano partiti insieme per cercare lavoro
vicino a Monaco. Ben presto Hermann era finito
al fronte con la Wehrmacht, dapprima in Francia, poi
in Polonia, in Ucraina, in Russia e infine a Berlino, a
battersi per proteggere il bunker dove il 30 aprile 1945
Hitler si era tolto la vita. Ma a quel punto non combatteva
pi per il Fhrer gi da un pezzo: lottava per sopravvivere
e tornare a casa. Era fuggito dall'assedio di
Berlino con mezzo braccio massacrato da una scheggia
di granata, in una piccola colonna diretta ad ovest, verso
Magdeburgo, bersagliata dai caccia degli Alleati ormai
padroni dei cieli. Aveva attraversato l'Elba a bordo di
una zattera di fortuna e si era consegnato agli americani.
Era arrivato a casa con una sola, pessima notizia per
la moglie del suo amico, e per quel bambino nato il 19
gennaio del 1941: il padre di Peter non sarebbe tornato.
Peter entra nella Gasthaus. Sua madre  in piedi dietro
il bancone. La mamma pi bella del mondo, diceva
da bambino, e lo pensa ancora anche se non lo dice
pi. Alta, il seno pieno nel corpetto di velluto del
Dirndl, l'abito tradizionale, con la camicetta bianca, la
lunga gonna che dalla vita sottile scende quasi fino alle
caviglie. Lei lo guarda, gli occhi verdi pieni di sollievo.
Nella sala, la Stube, c' il solito gruppetto misto di
proprietari terrieri che bevono un bicchiere a fine giornata,
nel tepore della stufa di ceramica e sotto due
sguardi vigili. Uno  quello del crocefisso, appeso al muro
con sotto il ramoscello d'ulivo benedetto. L'altro 
quello di un giovane soldato in uniforme tedesca, la cui
fotografia incorniciata  appesa accanto alla porta. Il vino
 buono, nella Gasthaus Staffler, e chi ha fame trova
sempre un piatto di speck e di formaggio. Non di rado
cpita qualche turista austriaco, sceso a Sud per godere
dell'ospitalit dei cugini sudtirolesi. Due camere da
letto al piano di sopra sono a disposizione di chi vuole
fermarsi la notte. Katharina potrebbe farle diventare
quattro, ma i lavori costano e il tempo non basta mai.
Tutto bene? domanda ora al figlio, con il solito tono
ansioso.
Ma s, mamma, certo...
Lo sai che non mi piace quando prendi la moto, 
pericoloso ma  una battaglia persa. Peter va bene a
scuola, la aiuta al lavoro, in qualche modo deve pur sfogarsi.
Certo, vorrebbe che non fossero la moto e il pugilato
le sue passioni, ma c' di peggio. Di molto peggio.
Non  successo nulla. Peter si versa un bicchiere
d'acqua e lo vuota d'un fiato, pensando a Klara. Saluta
sua madre con un bacio sulla guancia e una carezza
sui capelli castani, raccolti in un'irreprensibile crocchia.
Poi imbocca il corridoio che conduce al loro piccolo appartamento
sul retro, va a buttarsi sul letto, le mani dietro
la nuca. Fissa la foto di Max Schmeling, la star del
pugilato tedesco di tanti anni fa: anche lui ha fatto la
guerra per, al contrario di suo padre,  tornato vivo.
Non  successo proprio nulla, si ripete Peter. Ma allora
perch ha l'impressione che sia cambiato tutto?

Ti avevo detto di non andarci!
Ci andavano tutti. C'eri anche tu ribatte Max. Posa il
bicchiere di bourbon sulla scrivania.  gi notte, solo suo
padre poteva precipitarsi l per rimproverarlo.
 inutile che tu perda tempo con quel genere di
manifestazioni.
Io voglio capire, va bene? Ho il diritto di capire.
Tu non capisci niente, sono cose pi grandi di te.
E allora perch non me le spieghi? Di che hai paura?
chiede Max.
Resta fuori da queste faccende si limita a ribattere
il padre.
Come te? Tu sei bravo a restar fuori dalle cose, no?
Per un momento, Max pensa che lui raccoglier la provocazione.
Che finalmente gli dir la verit. Qualunque
sia.
Tu devi pensare a studiare taglia corto Kurt. Altrimenti
puoi anche smettere e venire a lavorare nella
propriet, lo sai quali sono i patti.
Si fronteggiano rigidi, in silenzio, finch Max abbassa
lo sguardo. Suo padre si rilassa, sa di aver vinto di
nuovo. Ma si chiede per quanto potr tenere in pugno
quel figlio ribelle, che non riesce pi a comprendere.
All'udito sensibile di Max sembra di sentir echeggiare
uno sparo, o un boato, ma forse  l'eco di una guerra
gi combattuta e mai finita.

Peter si sveglia di soprassalto. L'aria vibra ancora per il
rimbombo. Si alza, si infila i pantaloni e un maglione.
Esce in corridoio. L'esplosione ha svegliato anche sua
madre, e nelle case fuori si sentono sbattere le imposte.
Dove vai? Katharina  in vestaglia.
Vado a vedere risponde Peter.
Nel cuore della notte?
Mamma,  un bel pezzo che non ho pi paura del
buio...!
Katharina, invece, ha paura di tutto. Delle cose tremende
che potrebbero capitare a suo figlio, di ci che
lui non sa. Ma cosa pu fare? Mettersi sulla porta e
sbarrargli la strada? Al suo bambino che ora  grosso
due volte lei? Pu solo guardarlo uscire e tornare a letto
senza pi sonno.
Peter inforca la bicicletta e parte verso Montan. Vede
Hermann sulla soglia di casa, anche lui completamente
vestito, gli rivolge un cenno di saluto e spinge sui pedali.
L'esplosione proveniva dal cimitero, all'altro capo del
paese. In lontananza si sentono le prime sirene.
 una notte senza luna. Il cancello del camposanto 
aperto. Peter muove qualche passo lungo il viale, tra le
due file di tombe modeste, vegliate da croci di ferro battuto.
Verso il fondo, a sinistra di una cappelletta, alcuni
fili d'erba bruciano ancora. Al chiarore di quelle ultime
braci Peter intravvede un mucchio di macerie.  ci che
resta della tomba di uno dei nemici storici dei sudtirolesi,
Ettore Tolomei, geografo e senatore fascista, un fanatico
dell'italianizzazione forzata della provincia, sotto
il regime. Sepolto a Montan nel 1952 con il viso rivolto
verso il passo del Brennero, perch il suo sguardo rimanesse
fisso in eterno a una terra che sognava italiana.
Peter si guarda intorno nel cimitero. All'improvviso
gli viene in mente che, se i carabinieri lo trovassero l,
potrebbero addirittura pensare che sia stato lui. Lui!
Eccitato dall'odore acre dell'esplosione, il pensiero gli
strappa una risata ad alta voce.
Scusate borbotta rivolto alle tombe silenziose, poi
riprende la bici e si butta rapido gi per la discesa che
porta a Pinzn. Se incontra i carabinieri, pensa, dir che
 stato a trovare la sua ragazza. Gli torna in mente Klara.
Non che gli fosse mai uscita dalla testa.
La voce delle sirene si fa pi vicina, ma ormai  quasi
a casa, al sicuro.
Benvenuti nel paese delle bombe! grida nella notte
con tutto il fiato che ha in gola.
...
2. La memoria delle montagne.

Ciascuno racconta il passato a modo suo. Ma i fatti sono
duri a morire, e i passaggi che in una bella giornata di
novembre del 1957 hanno condotto migliaia di sudtirolesi
al raduno di Sigmundskron sono ben noti.
Tutto ha inizio il 3 novembre 1918 a Villa Giusti, a
Padova, con l'armistizio tra l'Italia e l'Austria.  una pace
separata della Grande Guerra che volge al termine.
Sul piano militare l'Austria e la Germania sono in ginocchio.
L'ultima offensiva alleata nell'estate e autunno
del '18 ha messo in grave difficolt le truppe del Kaiser
Guglielmo II. La Germania  gi percorsa dalle tensioni
sociali ed economiche che di l a breve scateneranno
una rivoluzione, mettendo fine al regime monarchico e
dando inizio alla Repubblica di Weimar.
L'Impero austroungarico  ormai l'ombra di se stesso.
Francesco Giuseppe, il sovrano che all'inizio della
guerra aveva ottantaquattro anni, non ha visto la fine
del conflitto. Dio, imperatore, patria: una formula
che ha perso ogni significato. Ben presto, anche i fedeli
sudditi del Sudtirlo dovranno farsene una ragione.
Alla Conferenza di pace di Parigi, nel 1919, n gli austriaci,
n i tedeschi, n tantomeno i tirolesi (per chi sa
che esistono) sono in condizione di imporre la propria
volont. Sono gli sconfitti. Sbaragliati, umiliati, dispersi.
Non avranno clemenza: l'odio accumulato dai vincitori
contro gli aggressori  smisurato, specialmente
per quanto concerne il negoziatore francese, Georges
Clemenceau.
Il presidente americano Woodrow Wilson invocher
in questa circostanza un principio destinato a passare
alla Storia, anche quella del Sudtirlo: il diritto dei popoli
all'autodeterminazione. Wilson ne ha fatto il cardine
dei quattordici punti, enunciati in un discorso
davanti al Congresso statunitense l'8 gennaio 1918, con
cui si propone di evitare al mondo un nuovo sanguinoso
conflitto. Pi tardi ammetter che il significato preciso
di quel principio era sfuggito a lui stesso, come pure i
termini in cui avrebbe dovuto essere applicato. Ancor
meno senso pu avere per i due principali alleati degli
Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, grandi potenze
coloniali.
Quanto all'Italia, che nel 1915 ha abbandonato l'alleanza
con gli imperi centrali, si  ritrovata a far parte
del gruppo dei quattro vincitori (con Stati Uniti,
Gran Bretagna e Francia) che, in quella Conferenza di
pace senza precedenti, stanno per ridisegnare la geografia
del mondo. L'Impero austroungarico, il Reich tedesco,
l'Impero ottomano e la Russia zarista non esistono
pi. Le frontiere tra gli Stati, in Europa, nei Balcani, in
Medio Oriente, in Asia e in Africa, vengono ridefinite
a tavolino. A Mosca si  insediato un nuovo regime che
fa gi paura e di cui Winston Churchill dice: Tra tutte
le tirannie della storia quella bolscevica  la peggiore, la
pi brutale, la pi odiosa. Quel giudizio dar il la ad uno
scontro destinato a protrarsi per oltre settant'anni.
La Prima guerra mondiale ha portato un altro grande
protagonista sulla scena europea: gli Stati Uniti. Nel
1917 i soldati americani sono venuti a morire nel nord e
nell'est della Francia per sconfiggere la Germania. Ed 
stato Wilson ad assumersi la responsabilit di guidare i
negoziati di Parigi.
Occupata dalle truppe italiane, in quel frangente anche
una piccola provincia cambia proprietario:  la parte
meridionale dell'austroungarico Tirlo, tra Salurn
a sud e il passo del Brennero a nord. Il 10 settembre
1919, il Trattato di Saint-Germain-en-Laye tra Italia e
Austria conferma l'annessione del Sudtirlo. Nessuno
se ne preoccupa, il vero tema sono le rivendicazioni italiane
a est, sulle rive dell'Adriatico. Bisogner attendere
il 1920, e il Trattato di Rapallo, perch il Regno d'Italia e
l'allora giovanissimo Stato jugoslavo si dividano le spoglie
dell'Impero austroungarico su quel confine.
Sulla carta d'Europa ora corre una nuova frontiera:
quella del Brennero. Vienna protesta invano contro
l'annessione del territorio. Vince l'idea che la barriera
delle Alpi sia la separazione naturale tra due grandi aree
geografiche e geopolitiche: l'Italia a sud, l'Austria e il
mondo germanico a nord. Nel momento in cui il Brennero
viene concepito come una linea di difesa, la partizione
del Tirlo diventa una necessit.  un ragionamento
semplice ma inesorabile.
Occorre studiare attentamente la carta geografica,
per capire davvero come e perch quella piccola losanga
di terra pu raccontare un secolo di storia. A sud,
alla base dell'irregolare figura geometrica, c' Bolzano,
annidata nel fondo di una conca bagnata dall'Isarco e
dall'Adige, via di transito obbligata per gli uomini e le
merci. A nord, c' il passo del Brennero, che non supera
i 1400 metri di altitudine; oltre, si prosegue verso
Innsbruck, capitale del Tirlo del Nord. A completare
il disegno, una manciata di citt e vallate, anch'esse
di importanza cruciale. Due si allungano a toccare la
frontiera austriaca da Merano: la Val Venosta e la Val
Passiria. E due da Bressanone: la Valle Aurina e la Val
Pusteria.
In questi luoghi tra il 1957 ed il 1967 va in scena una
guerra contro lo Stato, nel pieno di quello che per i libri
di storia  un decennio di pace.
Il passaggio all'Italia del 1919 viene vissuto come una
vera e propria amputazione, una ferita che sanguina sia
per i tirolesi del Nord sia per quelli del Sud. Tanto pi
che nella penisola le cose prenderanno presto una brutta
piega. A Roma nel 1922 si insediano i fascisti,
paladini della loro missione civilizzatrice nel mondo. Per
i sudtirolesi  una vera e propria colonizzazione: dalle
provocazioni si passa alle persecuzioni, dagli insulti alle
manganellate.
Nella provincia ribattezzata Alto Adige, la suprema
autorit  Ettore Tolomei, che procede a italianizzare
tutti i toponimi. La lingua tedesca viene bandita dalle
scuole, dagli uffici e dai luoghi pubblici. Resistono,
in parte, le chiese. Censurata fino al silenzio la stampa:
l'ultima prima pagina del quotidiano Der Tyroler
titola Addio, mia terra tirolese. Non  retorica,  il lutto di
un popolo che il regime ha deciso di annientare.
Si organizzano reti di resistenza clandestina. Nelle
citt e nei piccoli comuni, case e scantinati si trasformano
in Katakombenschulen, dove i bambini vanno a
studiare il tedesco proibito sui banchi. La mia prozia
Hella  stata una delle giovani donne coraggiose che
improvvisandosi maestre hanno sfidato il fascismo. Nel
1933, i germanofoni del Sudtirlo sono alla disperazione
quando intravvedono all'orizzonte una luce. Nessuno
sa, e loro lo capiranno troppo tardi:  la prima scintilla
dell'incendio che devaster l'Europa.
In quell'anno i nazisti prendono il potere in Germania.
Il caporale austriaco diventato cancelliere, Adolf
Hitler, ha una missione chiara: difendere i tedeschi,
ovunque siano. Agli occhi dei sudtirolesi  un possibile
liberatore. Anche se presto si allea con Mussolini. Anche
se il suo progetto politico  intriso del veleno dell'odio.
Ma nessuno, nell'Europa del tempo, riesce davvero a
rendersi conto dell'enormit del pericolo in arrivo.
I fascisti, per velocizzare l'italianizzazione, procedono
a industrializzare il Sudtirlo. Nel 1934 i frutteti e
i vigneti sulle rive dell'Adige vengono estirpati per fare
posto ai nuovi stabilimenti della zona industriale di
Bolzano. Vengono edificati quartieri per ospitare la manodopera
che affluisce da sud. Decine e decine di piccole
case tutte uguali, le cosiddette semirurali: palazzine
a due piani con quattro appartamenti. Dovrebbero
essere il paradiso per gli emigranti, venuti dai vicini
Veneto e Friuli-Venezia Giulia ma anche dalla Sicilia,
dalla Sardegna, dalla Calabria. Lo sono davvero? Molti
di questi nuovi cittadini non sanno quasi nulla delle
montagne, non masticano una parola di tedesco e sono
considerati degli invasori.
La storia accelera ancora. Il 13 marzo 1938, con
l'Anschluss, l'Austria viene annessa al Reich di Hitler.
In novembre, nella Notte dei cristalli, da un capo all'altro
della Germania e dell'Austria e nei Sudeti, i mastini
nazisti aggrediscono gli ebrei.  il primo atto del pi
sanguinoso genocidio della storia umana, l'Olocausto.
Ma per i sudtirolesi, una Germania forte al confine 
un sogno che si avvera: dopo l'Austria, pensano,
toccher a loro. L'uomo forte di Berlino, il paladino del
Deutschtum, il carattere tedesco, ricomporr il mondo
germanico frantumato dalla Grande Guerra, si riprender
l'ultimo lembo dell'ex Impero austroungarico.
Hitler, naturalmente, ha altro a cui pensare. Ma una
mossa per riprendersi i suoi viene fatta. Nel giugno
del 1939, i regimi fascista e nazista approvano un accordo
per il trasferimento di risorse umane. Gli abitanti
germanofoni del Sudtirlo potranno richiedere la nazionalit
tedesca, abbandonare le loro case ed i loro masi e
trasferirsi nelle terre che il Reich si appresta a conquistare.
Un vantaggio per loro, ma anche per gli italiani
che si sbarazzeranno di una minoranza irriducibile. Sono
le opzioni, un referendum con cui la grande maggioranza
dei sudtirolesi accetta di emigrare in Germania.
Sono nazisti? Non necessariamente. Ma hanno pi
di un decennio di violenza alle spalle e molta propaganda
nella testa.
Partono in migliaia, sognando un futuro radioso, ma
cadranno a frotte sul fronte russo. I pi restano in attesa.
Non ci pensano nemmeno a lasciare il certo per l'incertezza
di un Paese gi in guerra. Per qualche tempo la
Storia li asseconda: gli italiani, sconfitti su ogni fronte, si
sbarazzano del Duce e firmano una resa separata con gli
Alleati. Le truppe tedesche occupano il Sudtirlo che,
con il nome Alpenvorland, viene amministrato direttamente
dal Terzo Reich, sebbene sia formalmente parte
della Repubblica Sociale Italiana. Il 9 settembre 1943
vengono accolti con canti e fiori al loro ingresso nelle
vie di Bolzano.
Migliaia di chilometri pi a est, le sorti della guerra
vengono decise in battaglie gigantesche: a Leningrado, a
Stalingrado, a Kursk. Lo schiacciasassi russo  in marcia
e dopo oltre due anni di feroci scontri di retroguardia
raggiunge Berlino e riduce la capitale del Reich a una
citt fantasma. A sud e a ovest, nel frattempo, avanzano
anche le forze angloamericane. Impiegheranno oltre
seicento durissimi giorni per risalire la penisola italiana,
difesa dalle unit tedesche.
A Bolzano scompaiono le bandiere con la croce uncinata.
Nessuno parla pi di trasferirsi e tutti cominciano
a ripetere il mantra che nel dopoguerra risuoner ovunque:
non avevamo capito.
Nel 1945, tra settembre ed ottobre, si tengono a Londra
una serie di incontri che servono a studiare un progetto
di pace. Come a Parigi ventisei anni prima, viene ridisegnata
la geografia di un continente mezzo conquistato
dalle truppe sovietiche e mezzo liberato dalle forze
alleate. Anche i destini del Sudtirlo si giocano nel faccia
a faccia tra i due blocchi. E la decisione finale  irrevocabile:
i confini non verranno spostati, la frontiera
resta al Brennero, la provincia rimane italiana. Nessuno
 disposto ad accettare alternative. Tutto il resto sono
chiacchiere.
Isudtirolesi hanno perso la guerra e per di pi si
sono ritrovati nel campo dei cattivi. Per loro fortuna,
qualche carta da giocare c' ancora. Tanto per cominciare,
i cosiddetti Dableiber, cio chi nel 1939, all'epoca
delle opzioni, ha scelto il no, rifiutando di trasferirsi
nel grande Reich. Sono loro a farsi garanzia e portavoce
per tutti presso i vincitori. Grazie a loro, l'intera zona si
pu presentare come una patria sventurata, disorientata,
schiacciata tra il fascismo e il nazismo, costretta ad una
scelta impossibile. Restare e venire annientati o siglare
un patto con il diavolo e andarsene? Presentarsi come
vittime fa comodo a tutti, in un dopoguerra che di consolazione
e di pacificazione ha un bisogno disperato.
Subito dopo la Liberazione, a Bolzano, nasce la Sdtirler
Volkspartei, un partito che inizia immediatamente
a lottare per la causa dell'autodeterminazione. Fiato
sprecato. Il governo di Roma ha altre priorit. All'epoca,
molti sudtirolesi non sanno neppure quale sia la loro
vera cittadinanza: nel 1939 gli optanti hanno rinunciato
a quella italiana e non la riacquisteranno ancora per
qualche anno, rimanendo apolidi.
Il 5 settembre 1946, a Parigi, i ministri Alcide De Gasperi
e Karl Gruber firmano un accordo che conferma
la frontiera del Brennero, e prevede uno statuto di regione
autonoma per il Sudtirlo. La neonata Repubblica
italiana si ritrova dalla parte giusta, sebbene fino a
pochi anni prima anche Roma fosse alleata con il diavolo
nazista. I nuovi governanti italiani capiscono che
d'ora in poi, per sopravvivere, dovranno obbedire senza
discutere agli Stati Uniti. L'Austria, che ora nega di
aver sostenuto Hitler,  strategica: il piccolo Paese alpino,
in parte ancora occupato da truppe sovietiche,  un
avamposto geografico nel braccio di ferro tra Mosca e
Washington.
Ben presto risulta chiaro che applicare correttamente
l'accordo De Gasperi-Gruber non  negli interessi
di Roma. La Carta costituzionale italiana, che entra in
vigore il 1 gennaio 1948, definisce nuove suddivisioni
regionali, dando vita ad un'entit unica che ingloba
il Sudtirlo e il Trentino. Cos facendo, con un tratto
di penna, la maggioranza germanofona del Sudtirlo si
trasforma in una minoranza nel quadro di una regione
pi vasta, popolata in prevalenza di italiani. Bel colpo,
verrebbe da dire. Sennonch proprio quella decisione
precipiter un pezzo di Italia nel caos, alimentando una
spirale di violenza, complicando le relazioni diplomatiche
tra Roma e Vienna e creando, come vedremo, il primo
nodo della rete di un gigantesco inganno.
Ho cominciato a fare politica con la campagna elettorale
del 1946, ma ero veramente l'ultimo arrivato. Avevo
vent'anni, sono entrato in Parlamento a ventotto, nel
1953. Giorgio Napolitano, presidente emerito della
Repubblica italiana e senatore a vita, mi riceve nel suo
luminoso ufficio di Palazzo Giustiniani, accogliendomi
con la sobria cortesia delle istituzioni.
Sono venuta a parlargli per andare alla radice di quel
remoto dopoguerra dove tutto  cominciato. Negli anni
di cui parliamo, gli interessi dell'onorevole Napolitano,
che sedeva nei banchi del Partito comunista italiano,
erano perlopi rivolti alle questioni del Mezzogiorno.
Ma se dei travagli della mia Heimat non pu dare testimonianza
diretta,  comunque un uomo i cui occhi hanno
visto settant'anni di vita politica del Paese.  stato
al centro dell'evoluzione della sinistra in anni cruciali:
la Guerra fredda, l'emergenza terrorista, la caduta del
Muro.
Con le elezioni del 1948, tutte le forme di partecipazione
di unit nazionale scomparvero, furono travolte
dalla Guerra fredda ricorda. E debbo dire che a lungo,
secondo me, si sono sottovalutate alcune scelte fondamentali
compiute in quel periodo di prima ricostruzione
democratica. Quelle che fecero i governi appena
usciti dal fascismo, scelte essenziali come le autonomie
speciali. Vi fu un'intuizione particolare e molto forte per
il Trentino-Alto Adige, perch si trattava di mettere in
sicurezza le nostre frontiere. Questo, allora, forse non fu
pienamente compreso.
 difficile entrare nello spirito di quei tempi, dopo decenni
di pace. La guerra pi devastante mai combattuta
era appena finita, e non si era cos certi che non potesse
cominciarne a breve un'altra. Una minaccia alle frontiere,
un attentato all'unit nazionale erano eventualit
concrete, non folklore politico. L'autonomia speciale
per la Sicilia fu attribuita sotto la pressione del movimento
separatista, che per aveva il fiato corto. Si riferiva
ad un possibile interesse americano, che non esisteva,
a occuparsi della Sicilia come nuovo Stato dell'Unione
racconta il presidente emerito. Era un movimento
localmente aggressivo e anche molto complesso, ma il
vero problema si ebbe in Trentino-Alto Adige e Friuli-
Venezia Giulia, le due parti pi esposte del territorio
nazionale. In entrambe le regioni, ma in modo macroscopico
nella prima, c'era anche il tema delle diverse nazionalit,
e delle diverse lingue.
Insomma, il Sudtirlo era considerato da alcuni una
spina nel fianco, da altri un problema minore. Tra questi
ultimi c'erano i comunisti, che in quella zona di confine
erano meno forti che altrove. Io penso che nel PCI,
che pure aveva una vita interna democratica molto vivace
ed un'attenzione alle dimensioni internazionali, ci
fu un'incomprensione di massa dell'importanza della
questione sudtirolese. L'attenzione era concentrata su
altro. Anche il tema della posizione americana, che io
ricordi, non venne mai preso in considerazione, rientrava
nel quadro di tutte le difficolt che l'Italia affront
nella Conferenza per la pace. Napolitano si riferisce
al famoso discorso di Alcide De Gasperi del 10 agosto
1946: Prendendo la parola in questo consesso mondiale
sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, 
contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico.
[...] Non corro io il rischio di apparire come uno
spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di
egoismi nazionali e di interessi unilaterali?.
Dopo il caos della guerra, le rivendicazioni territoriali
in Europa erano tante, a partire da quella degli jugoslavi
su Trieste: Questo era l'argomento che pi teneva
banco nell'opinione pubblica italiana, distraendo
rispetto a eventi che pure erano diventati minacciosi e
sanguinosi spiega il presidente, ricordando gli albori
della violenza in Sudtirlo.
La frontiera su cui si concentrava l'attenzione all'epoca
era quella orientale. L'Istria, da cui l'esodo italiano si
era concluso solo a met degli anni Cinquanta, era una
ferita ancora aperta. Ed  probabile che il PCI in quel
periodo prestasse molta attenzione ai presunti piani di
invasione del Patto di Varsavia, di cui i vertici del partito
non potevano non essere informati. Mi risponde laconico:
Probabilmente s. In ogni caso, era chiaro a
tutti che da un momento all'altro la Guerra fredda poteva
diventare calda. E i comunisti dovevano aver capito
che il governo italiano, assieme agli alleati americani,
aveva tutto l'interesse ad approfittare della situazione
di tensione per militarizzare il confine del Brennero.
Ci fu, per usare il termine che hai usato tu, un approccio
di militarizzazione, di puntare sull'autorit prefettizia.
Quindi appoggiarsi sugli organi dello Stato, con
il necessario supporto militare conferma il presidente,
ma aggiunge: La scelta dell'autonomia non  mai stata
messa in discussione all'interno del PCI, mai. E Magnago
e la Sdtirler Volkspartei si sono rivelati negli anni
un forte elemento di stabilit. C' stata una presenza
combattiva antisecessionista e antiterroristica. La SVP 
stata un pilastro anche dell'equilibrio democratico
italiano.
In quegli anni, tutti gli aspetti di sovversivismo interno,
che poi sarebbero sfociati nella strategia della
tensione, erano molto sotto l'attenzione del PCI dice
Napolitano. La pi grande paura era sempre l'inquinamento
dello Stato. Una sovversione che rendesse gli
ordini dello Stato non pi leali alle rappresentanze democratiche.
Il Sudtirlo fu quindi, come ritengono diversi
storici e testimoni, un laboratorio per la strategia
della tensione? Giorgio Napolitano annuisce. Questo
credo sia fondato dirlo, perch in nessun altro punto
d'Italia si sfid l'autorit dello Stato, l'ordine pubblico
e qualsiasi politica e principio di sicurezza, anche per le
vite dei cittadini. L fu il punto di massima aggressivit.
Su questo non so quanto si sia riflettuto.
...
3. Italiani, andatevene!

Bolzano, febbraio 1958.

Alcuni, quelli come Wolfram, imitano gli incontri visti
al cinema, nei film americani di prima della guerra che
a volte passano ancora in certe piccole sale di Bolzano
o Merano: L'uomo di bronzo, Il sentiero della gloria,
Passione. I pugili da cinematografo saltellano sul ring,
percorrono con lo sguardo gradinate immaginarie, si
fingono acclamati da un pubblico in realt inesistente.
Altri, la minoranza, prendono le cose sul serio. Danno
retta ai consigli di Werner, l'allenatore, perfezionano il
gioco di gambe, passano ore a tempestare di pugni i sacchi
pieni di sabbia, sollevano bilancieri di ghisa e poi salgono
sul ring armati di vecchi guantoni di cuoio per fare
un po' di pratica sotto lo sguardo attento del coach.
 stato Peter a scoprire quel seminterrato quasi clandestino,
una ex palestra chiusa dai fascisti negli anni
Trenta, quando perfino lo sport doveva per forza parlare
italiano. Il coach Werner  comparso qui poco dopo
la Liberazione. Gli americani, dice, lo avevano fatto
prigioniero dalle parti di Monaco, rilasciandolo dopo
qualche mese di detenzione. In quel frangente, essere
italiani, quindi dalla parte dei vincitori,  stato il biglietto
di ritorno per uomini che avevano combattuto in
nome del Reich.
Werner  originario del quartiere di Gries, a Bolzano.
Di mestiere fa il falegname, ma si  messo in testa di dare
nuova vita alla vecchia palestra. C' voluto del tempo,
ma  riuscito a procurarsi i fondi necessari. Ha appeso
alle pareti fotografie di Jake LaMotta, Joe Louis e Rocky
Marciano, gli astri della boxe a stelle e strisce, portate
in Europa dai militari americani di stanza ad Innsbruck.
Cos, da quasi dieci anni, allena i ragazzi di Bolzano che
non vogliono fare sport assieme agli italiani, anche se li
attira l'idea di prenderli a pugni.
Quel che importa a Peter  picchiare duro. Sa che
non sar mai abbastanza agile e rapido da evitare i colpi.
Schivare non gli riesce granch bene. Ma  un grande
incassatore: lascia piovere i pugni poi, al momento giusto,
colpisce. Un colpo solo. Devastante, al diaframma,
di quelli che piegano l'avversario in due. O un gancio al
viso per tramortirlo senza scampo.
Max tiene fermo il pesante sacco di sabbia, sente il
corpo vibrare ed a volte rischia di perdere l'equilibrio.
Ha il viso madido, il fiato corto, le braccia doloranti e la
schiena indolenzita dai violenti assalti di Peter. Eppure
lo aizza ancora: Andiamo, pi forte....
Sa che poi toccher a lui, un pugile veloce, nervoso,
capace di stordire l'avversario con una raffica di colpi
secchi. Gioca tutto sulla sorpresa, sui muscoli duri che
si tendono come la corda di un arco. Cambiare l'angolo
d'attacco, variare l'intensit, prendere l'avversario
in contropiede. Se l'altro non si lascia mettere K.O. da
quella sventagliata di pugni, per, sono guai. Non gli resta
che battere in ritirata.
Le finestrelle in alto sono appannate. Si respirano sudore,
olio di canfora e polvere. Intorno a loro, una dozzina
di ragazzi sono in pieno allenamento. Sul ring le
coppie di avversari si formano e si sciolgono agli ordini
del coach. Werner tiene d'occhio i suoi protetti, sa bene
chi di loro ha stoffa e chi no. La vita gli ha insegnato che
un incontro finisce soltanto quando l'altro va al tappeto.
Prima, tutto  possibile.
Wolfram si  avvicinato ai due amici prima di cominciare,
sussurrando: Dobbiamo parlare. Ci vediamo dopo
nelle docce. Wolfram  una testa calda. Di famiglia
abbiente, come Max. Gente che ha fatto fortuna grazie
a quella terra che tutti sembrano contendersi, ma che in
realt ha sempre gli stessi proprietari.
 una giornata buia. Zia Sissi  gi di corda. Max rincaser
tardi,  andato a prendere a pugni dei fantasmi
con il suo amico Peter. Stasera, si sente un fantasma
anche lei.
Spinge la sedia a rotelle fino alla finestra. Quanta forza
muscolare occorrerebbe per aggrapparsi al bordo,
chinarsi sul davanzale, darsi una spinta con le braccia,
sollevare i due rami secchi che ha al posto delle gambe?
Ma a Max si spezzerebbe il cuore, pensa. Dove andrebbe
a stare? In casa di suo padre?
Sissi guarda fuori dai vetri e ricorda ogni cosa. Troppe.
Nel gennaio del 1923, aveva tredici anni quando 
arrivata la notizia che i francesi avevano occupato la
Ruhr, la pi ricca delle regioni tedesche. Da un giorno
all'altro la Germania era amputata di una parte del
suo territorio. E il pretesto era l'incapacit dei tedeschi
di onorare le assurde riparazioni di guerra imposte a
Versailles. Come se la Germania avesse perso la guerra!
Si sintonizza sulla radio nazionale austriaca, che trasmette
musica classica, e tende la mano verso la bottiglia
di bourbon. Quella bevanda nemica, prodotta dagli
americani, ma che la fa stare tanto bene.
I francesi avevano fatto man bassa delle ricchezze
della Ruhr, soprattutto carbone ed acciaio. Intanto,
l'economia tedesca era crollata, il marco diventato carta
straccia. Chi aveva da parte qualche risparmio aveva
perso tutto, i poveri morivano di fame per strada. Nel
giro di un paio d'anni la Francia aveva lasciato la Ruhr,
ma nel frattempo il corso della Storia era cambiato. La
Germania allo stremo vedeva solo due alternative:
consegnarsi alla tirannia bolscevica o ricostruire una nazione
militarmente forte.
Sissi accende una Craven A e il fumo che sale verso
il soffitto sembra disegnare il profilo dell'uomo che
aveva risposto al richiamo del destino: Adolf Hitler. Il
salvatore dei tedeschi. Ma nemmeno lui aveva potuto, o
voluto, salvare il Sudtirlo.
Forse dovrebbe chiamare Helga, fare quattro chiacchiere.
Ma la sua governante  una donna semplice e sottomessa
e della vita non sa quasi nulla. Meglio affrontarli
da sola e a testa alta, i fantasmi, mentre arriva la sera.
Vengono a trovarla sempre pi spesso, ed  un segno sicuro
che qualcosa sta per accadere.
Alza il volume della radio.  cominciato il notiziario.
Tre deputati sudtirolesi hanno presentato una proposta
di legge al Parlamento italiano. Karl Tinzl, Toni Ebner
e Otto Guggenberg. Gente perbene, bolzanini stimati,
ragionevoli, responsabili. Sanno che non c' soluzione
senza compromesso, e il testo chiede che Bolzano venga
riconosciuta come provincia autonoma.
Zia Sissi spegne il mozzicone con rabbia nel posacenere
e, contemporaneamente, la radio. Che fine hanno
fatto le ambizioni di indipendenza, il sogno di riunificare
il Tirlo, il Deutschtum, l'onore? Quello che loro
chiamano trattare, per lei  tradire.
E allora, questo gran segreto? chiede Peter a Wolfram.
Nelle docce, teste e spalle si scontrano alla ricerca dei
getti pi forti di acqua calda. La schiuma cola sui petti
ampi, lungo le gambe muscolose. Max si gode quei momenti
in cui Peter, gli sembra, si lascia ammirare senza
pudore. Intorno i compagni di allenamento finiscono
a mani nude gli incontri iniziati sul ring, tra spinte e
scherzi. Si parla di ragazze, di conquiste, di come bisogna
fare, di ci che si  fatto. Prodezze vere o inventate.
Max non ascolta neppure, guarda Peter. Poi lo scroscio
dell'acqua tace ed entrambi seguono Wolfram in un angolo
dello spogliatoio.
Abbiamo deciso di agire. Io e alcuni amici.
Tipo che cosa? domanda Peter. Max ha gi capito
tutto e drizza le orecchie.
Gli italiani stanno passando il segno. Hanno bisogno
di una lezione.
Questa non  una novit obietta Max.
Cos', hai paura?
Ho detto che ho paura? Max squadra le spalle, gi
teso. Ma non devo mica fare quello che dici tu. Gli
amici chi sarebbero?
Alcuni compagni di palestra. Alcuni compagni di
scuola... Wolfram resta sul vago.
Di che si tratta? Peter, pragmatico, non vuole che
Max si metta a litigare.
Di una spedizione nel quartiere italiano.
Per scrivere sui muri Italiani, andatevene!, e poi scappare
con la coda tra le gambe? incalza Max con un
sorrisetto.
Guarda, se non te la senti puoi anche restare a casa.
A guardare piazza Walther dalla finestra!
Buoni interviene Peter. Wolfram ha ragione dice
rivolto a Max qualcosa va fatto.
L'altro lo guarda e vorrebbe rispondere che quelli sono
solo giochi e loro non sono pi bambini. Poi pensa
alla notte, all'avventura, al fatto che Peter poi rester a
dormire da lui, a casa di zia Sissi.
Peccato solo doversi mischiare con uno come Wolfram.
Ha un fisico da taglialegna e Max lo trova sgraziato.
Poi si va tutti a donne! aggiunge quello, restituendogli
il sorrisetto di scherno.
Quando sarebbe? domanda lui fingendo di non
cogliere l'allusione.
Ve lo far sapere. Il materiale c' gi. Basta passare
il fiume.
Conta su di noi conclude Peter, gli occhi accesi al
solo pensiero dell'azione.
Max scuote la testa. Farebbe qualunque cosa per lui,
ma a volte non lo comprende. Lo capisce o no che i gesti
hanno delle conseguenze? Anche le scelte, anche le
parole. Quelle di odio e quelle d'amore. Quelle che si
dicono, e quelle che si tacciono.
Max e Peter pestano i piedi per scaldarsi nel freddo pungente
di quella mattina di febbraio. Sono in fila con alcuni
compagni sul sagrato del duomo di Bolzano, in attesa
della messa per le scuole. Una luce ancora bluastra scende
dalle montagne innevate. All'altra estremit della piazza,
nei caff, i camerieri con il grembiule bianco servono
tazze di t caldo e cioccolata densa. Max fa un cenno in
quella direzione:  l che dovremmo essere.
Davanti al portale del duomo si  formato un gruppetto,
sorvegliato dai professori, che hanno promesso
agli studenti la mattinata libera dopo la funzione. Sono
venute anche classi di altri istituti religiosi della citt,
oltre a molti fedeli.
Dici che viene anche Klara? chiede Peter sorridendo.
Che ne so... Ma perch non le hai telefonato?
risponde Max.
Non le ho chiesto il numero.
I numeri si trovano. Max si volta bruscamente e si
avvia verso l'ingresso. Ma a te non importa mai abbastanza
di niente mormora, senza farsi sentire.
I ragazzi sfilano in buon ordine lungo l'alta navata e
prendono posto tra i banchi. Qualche risolino smorzato,
qualche spintone, poi il silenzio torna a regnare sotto
lo sguardo severo di un sacerdote. Senza dare nell'occhio,
Max tira fuori la Leica da sotto il cappotto. Con
un pizzico di fortuna aggiunger qualche trofeo alla sua
collezione di volti.
L'organo attacca e la musica impone a tutti un attimo
di raccoglimento. Ascoltando quelle note malinconiche
e potenti perfino Max, che da un pezzo ha smesso di
credere in Dio, si sente invadere da una devozione inspiegabile.
Peter, seduto accanto a lui, si guarda intorno,
alla ricerca di Klara.
Poi cala il silenzio e la voce del celebrante echeggia
sotto le volte.
Fratelli e sorelle, siamo riuniti in preghiera per ricordare
un uomo il cui coraggio e la cui fede hanno portato
la luce in un momento buio della storia umana. Siamo
qui per ricordare Josef Mayr-Nusser, per invocare la
luce della sua fede nei tempi cupi che stiamo
attraversando...
Tra i fedeli pi anziani che partecipano alla funzione,
alcuni provano imbarazzo. Josef Mayr-Nusser, fervente
cattolico, si era rifiutato di giurare fedelt ai nazisti,
e per questo era morto il 24 febbraio 1945 a bordo di
un vagone bestiame che lo trasportava a Dachau. Non 
mai facile rievocare quei fatti e sentirsi innocenti. Senza
attirare l'attenzione, Max mette in azione la sua Leica.
Che cosa succede dietro quei visi gravi, dietro gli occhi
incollati al suolo? Chi sa non  mai tornato, e chi  rimasto
ha preferito dimenticare.
Sente Peter dargli di gomito e si volta, intercettando
lo sguardo dell'amico, fisso su una panca poco pi avanti,
dall'altro lato della navata. Klara  venuta, dopotutto.
Per l'occasione ha indossato un cappellino blu che
contiene a stento gli straripanti capelli biondi. Si volta,
accenna un sorriso, saluta discretamente con la mano i
due amici. Max le scatta una foto.
Dopo la messa Peter vorrebbe attardarsi, ma viene richiamato
all'ordine dallo sguardo severo di uno dei professori
francescani. Max ha di nuovo nascosto la macchina
fotografica, ma un uomo con il cappello in mano
gli sfiora il braccio e commenta: Bell'apparecchio.
Spero che tu abbia scelto tempi e apertura giusti. Non
c'era molta luce, in chiesa.
Max si sente arrossire, come uno sciocco.
S, almeno credo risponde, e vorrebbe giustificarsi,
spiegare che non stava facendo nulla di male, ma l'altro
non  arrabbiato. Chi  quell'uomo? Non dimostra
nemmeno quarant'anni, eppure i suoi occhi sembrano
persi in un lontanissimo passato.
Peter strattona la manica dell'amico, impaziente di
avvicinarsi a Klara.
L'uomo nota il gesto con un lieve sorriso, poi tende la
mano a Max, e si rimette il cappello. Karl. Ho un negozio
di fotografia sotto i portici.
Peter insiste: Dai, sta andando via!.
Karl continua a rivolgersi a Max, che si scopre incapace
di parlare, come preda di una strana fascinazione:
Mi piace tanto il duomo, ci vengo spesso dice, e per
qualche motivo quella frase innocua sembra contenere
infinite devastazioni. Sono curioso di vedere che foto
hai scattato. Perch non vieni a svilupparle tu stesso?
Gli porge un biglietto da visita, poi, senza aspettare una
risposta, gira i tacchi e si dirige verso il bar dell'hotel
Greif, zoppicando leggermente.
Max si volta verso Peter, che gli ha lasciato il braccio
e guarda in un'altra direzione con aria affranta.
E la tua principessa che fine ha fatto? chiede, troppo
tardi.
Se n' gi andata, cosa credevi, che stesse ad aspettare
noi? risponde brusco. Che ti ha preso di metterti
a parlare con quel tipo?
Max sta per consolarlo dicendo che gliela ritrover
lui, Klara, e che intanto le ha scattato una preziosa foto,
quando arriva Wolfram.
 per stasera. Ci venite? O avete paura?
Ma Peter  gi partito a passo di corsa. Ha deciso in
ritardo, ma ha deciso. Tipico, pensa Max.
Certo che veniamo risponde al volo. Dove? A
che ora? chiede prima di lanciarsi all'inseguimento
dell'amico, e la risposta  quasi coperta dallo sferragliare
di un tram che attraversa la piazza.
Peter corre a grandi falcate, tallonato da Max, fiancheggiando
i vagoni verdi. Le ruote stridono sui binari.
Con un ultimo slancio i due amici si aggrappano ai maniglioni
e aprono i due battenti. Ansimanti, si fermano
di fronte a Klara, seduta accanto al finestrino.
Tutto questo in mio onore? sorride lei. Troppa
grazia!
Non potevo lasciarti andare via cos spiega Peter
riprendendo fiato.
Cos come? chiede Klara, divertita.
Scendiamo alla prossima e prendiamo una cioccolata
alla pasticceria Hofer? propone Max per salvare
l'amico dall'imbarazzo.
Da quanto sei a Bolzano? Neanche mezz'ora dopo,
davanti alla bevanda calda, i tre sembrano conoscersi
da una vita. Non c' che dire,  davvero bella, pensa
Max. Per forza Peter non riesce a spiccicare parola.
Ci siamo trasferiti l'anno scorso.
Che cosa fa tuo padre?
 un uomo d'affari risponde lei. Vende macchine
agricole.
Ti vedi con qualcuno? chiede Max.
Ma che domande fai? non  Klara ma Peter a insorgere,
arrossendo. Sembra un interrogatorio...
La ragazza non  arrossita affatto e passa al contrattacco:
E voialtri due? Che cosa tramavate con il vostro
amichetto sul sagrato della chiesa?.
Loro si scambiano uno sguardo.
Niente di speciale risponde Max.
Klara lo squadra e si fa seria.
Se vi piace giocare ai misteri non andremo d'accordo
dice, con una diffidenza che la fa sembrare pi
adulta.
Max e Peter aspettano fermi all'estremit del ponte sul
Talvera. Il freddo giustifica il berretto di lana calcato
sulle orecchie, la sciarpa tirata sul naso e i guanti di pelle
imbottiti. Sono irriconoscibili. Hanno scarpe comode,
in caso ci fosse da scappare. Negli zaini, i pennelli e i
barattoli di pittura rossa e bianca sono l'unico elemento
che potrebbe tradirli.
L'obiettivo  un edificio in costruzione in piazza
Mazzini, dall'altra parte del fiume. La missione: tracciare
una grande scritta su una delle recinzioni che delimitano
il cantiere.
Un breve colpo di clacson attira la loro attenzione. Un
Maggiolino Volkswagen si avvicina, accosta, Wolfram
scende per lasciarli salire dietro. Al volante c' suo fratello
maggiore Hans, l'autore del piano.
Ciao dice laconico. Max s'infila nell'auto aggrottando
le sopracciglia: in caso di fuga, riusciranno a salirci
in fretta, tutti e quattro? Ma non vuole rovinare la
serata all'amico. Fare qualcosa, non chiede altro, e di
poter raccontare quella prodezza a Klara.
Ai piedi del Monumento alla Vittoria, un posto di
guardia della polizia ricorda ai quattro eroi che non c'
da scherzare, con gli italiani. Da quando hanno cominciato
a esplodere le bombe, i luoghi simbolici sono presidiati
e Bolzano pattugliata ogni notte.
Bisognerebbe far saltare quello, piuttosto brontola
Hans, sotto la folta barba.
L'hai detto annuisce Max. Altro che scrivere sui
muri e simili imprese puerili. Si guarda indietro, mentre
si lasciano alle spalle l'arco di marmo bianco, con la
sua iscrizione offensiva sugli italiani venuti a educare
gli stranieri.  solo il relitto di un regime finito, pensa. I
popoli passano, le montagne restano.
Intravvede tra i piedi di Wolfram due rulli e due latte
di pittura.
L'auto di chi ? domanda, cercando di sovrastare il
rumore del motore.
 di mio padre, ma lui non sa che l'ho presa
risponde il giovane alla guida, senza voltarsi.
Targa di famiglia, quindi. Gentile, da parte tua,
facilitare il lavoro agli sbirri borbotta Max. Questa impresa
lo lascia sempre pi perplesso. Ma  troppo tardi.
La Volkswagen ha risalito senza intoppi corso della
Libert, che a quell'ora sembra deserta, poi ha svoltato
a sinistra e ha parcheggiato contromano in via Mazzini.
Dall'altra parte c' il palazzo in costruzione, protetto da
una recinzione. Il fratello di Wolfram si volta.
Andate! Io intanto giro l'auto e vi aspetto con il motore
acceso.
Tu non vieni? domanda Max, incredulo.
Qualcuno dovr pur guidare! Forza, scendete. La
piccola squadra recupera pennelli e pittura.
Allora, che cosa si scrive? domanda Peter attraversando
rapido la via.
Via gli italiani!, propone Wolfram facendo saltare il
coperchio di una delle latte.
E perch non Viva il Tirlo libero, visto che abbiamo
il bianco e il rosso? Max afferra uno dei pennelli.
Alle loro spalle la Volkswagen ha fatto manovra e ha
parcheggiato lungo il marciapiede.
Spicciatevi! ringhia Hans, dando gas al motore.
Fai ancora un po' di rumore! risponde Max. Quando
alza gli occhi, un cartello attira la sua attenzione. Nella
penombra riesce a decifrare una scritta che lo fa sobbalzare:
NUOVA SEDE RAI. Non  un normale condominio,
maledizione,  un edificio pubblico.
Il colpo di fischietto risuona appena prima che le due
Alfa Romeo parcheggiate a un centinaio di metri, all'angolo
di corso della Libert, accendano il lampeggiante e
i fari. La luce li investe e li abbaglia.
Ehi! Laggi! Non una mossa! urla un poliziotto
con la mitraglietta. Altri due agenti partono di corsa con
la torcia elettrica in pugno.
I tre fuggono verso la Volkswagen, Wolfram in testa.
Si lancia dentro, sul sedile del passeggero. Impossibile
salire per gli altri due, anche perch Hans parte a tutta
velocit. E adesso?
Merda! Quelli sparano sibila Peter.
Vieni gli dice Max. Corri!
L'amico lo segue senza discutere.
Stronzi! inveisce guardando la Volkswagen che si
allontana, inseguita da un'auto della polizia. Poi si concentra
sulla corsa, prende il ritmo, sente salire una sottile
esaltazione.
Per di l ordina Max al suo fianco. Tiene lo stesso
passo, anche se andrebbe pi in fretta. Nessuno batte
Max in velocit. Di certo non la polizia.
Piegano a sinistra, in una stradina, poi a destra.
Bisogna arrivare fino al ponte Druso ansima Max.
A quel punto siamo al sicuro. Ha ragione: oltre il fiume,
i poliziotti si daranno per vinti. Sanno che  troppo
facile per i giovani vandali sparire in un portone amico,
anche a quell'ora di notte. Intanto, la Volkswagen  gi
stata fermata di sicuro. Peggio per loro.
Tagliano per viale Venezia, il fiume  a due passi.
Un ultimo sforzo, dai! grida Max accelerando.
Peter ha la fronte madida, il sudore gli fa bruciare gli
occhi. Si strappa via il berretto e la sciarpa.
Non ce la faccio, vai avanti ansima.
Col cavolo risponde l'amico.
Con il cuore che scoppia, arrivano all'imbocco di via
Zara.  chiusa da una scalinata, le auto della polizia non
possono seguirli lass. Salgono i gradini due a due. Filano
lungo le rive del fiume. Ancora qualche metro e svoltano
a sinistra, sul ponte, a perdifiato. I lampeggianti e
le sirene sono lontani, ormai. Sono quasi al sicuro.
Ancora qualche passo. Ecco via Dante.
I due amici si gettano in un giardinetto buio e si lasciano
cadere sulla neve. Stremati, salvi, eccitati, felici.
...
4. Un brindisi con la Storia.

Innsbruck, luglio 1958.

La strada scorre luminosa e vuota. Direzione nord. Al
volante c' Franz, il padre di Klara, che adora guidare
e inaugura la nuova Mercedes 220, il modello pi grintoso
sul mercato. La famiglia  partita di buon'ora per
approfittare del fresco di una mattina di luglio. Klara,
semidistesa sul sedile posteriore, si sente al sicuro e felice
di essere in vacanza.  impaziente di ritrovare la casa
di Innsbruck. Con la testa rovesciata all'indietro guarda
scorrere il paesaggio. Il verde, l'azzurro, gli accecanti riflessi
di luce.
Tutto bene, tesoro? Non hai dormito granch, stanotte
dice sua madre Rosa con voce dolce.
Eh, no... non molto.
Da chi era la festa? Devi avermelo detto, ma non mi
ricordo pi.
Da Max Gasser, lo hai conosciuto. Una volta  venuto
a casa nostra con il suo amico Peter... suo padre
ha una grande propriet dalle parti di Montan...
Kurt, lo conosco.  uno in gamba interviene il padre
di Klara.
Cio compra le tue macchine agricole? ride la ragazza,
ma lui resta serio.
Facciamo affari insieme risponde. Ne fa con tutti:
gli interessano solo i soldi, ed  bravo a guadagnarli.
Quella del tuo amico Max  una delle famiglie pi ricche
della provincia.
E questo Max ti piace? Rosa ha un tono speranzoso,
le sembra cos strano che Klara non si prenda mai una
cotta per nessuno. Tutta suo padre, quella figlia troppo
seria.
 un tipo... particolare ci pensa un attimo, poi decide
di dirglielo. Non ha segreti per loro, e questa domanda
le gira in testa da un po'. Quest'inverno, Max
e il suo amico hanno... organizzato una spedizione nel
quartiere italiano.
Che genere di spedizione? chiede Franz.
Nulla di serio. Volevano scrivere qualcosa su un
muro. Via gli italiani, la solita roba.
Mi sembra di capire che non ci sono riusciti?
Macch,  arrivata la polizia. I loro compagni di avventure
li hanno piantati in asso e sono filati via, ma la
loro auto  stata fermata.
E i tuoi amici?
Hanno seminato gli inseguitori. E sono tornati a casa...
Non un'impresa gloriosa, mi pare il tono di Klara
 dubbioso.
Quindi? domanda suo padre.
Quindi cosa? lei si sporge in avanti.
Quindi perch mi racconti questa storia? gli occhi
di Franz incontrano quelli di sua figlia, nello specchietto
retrovisore. Sono passati mesi. I tuoi amici hanno
avuto dei guai?
Nessuno li ha riconosciuti. Ma mi chiedevo... Klara
esita. Possibile che i loro compagni non abbiano fatto
i nomi? La polizia glieli avr chiesti.
E loro glieli avranno detti annuisce lui. Li terranno
d'occhio, ma non corrono rischi,  questo che volevi
sapere? Klara sorride, rassicurata. Suo padre sa sempre
tutto. Sa sempre cosa bisogna fare. Tu per stanne
fuori raccomanda Franz. Niente "spedizioni", per te,
intesi?
Figrati se mi metto a fare delle sciocchezze del genere
protesta lei.
Si fanno le cose pi strane quando ti piace un giovanotto...
insinua Rosa.
Non mi piace Max ! E credo che a lui... non interessino
granch le ragazze aggiunge con cautela.  contenta
di cambiare argomento, a sua madre non piacciono
le situazioni poco chiare e manca solo che le proibisca
di frequentare i due nuovi amici. Peter, in compenso,
 innamorato cotto di me! manovra la conversazione
su binari pi leggeri. Quando siamo insieme non
riesce quasi ad aprire bocca.
E Peter che fa? indaga sua madre. Klara scoppia a
ridere.
Vuoi sapere se  un buon partito? Sei senza speranza,
mamma! Poi mette una mano sulla spalla a ciascuno
dei genitori. Sono contenta di tornare a casa.
Nessuno dei due risponde. Per loro  diverso. Nei loro
cuori Innsbruck  legata al ricordo di una sofferenza
indicibile. Una ferita che sanguina ancora, e che nemmeno
la nascita della figlia  riuscita a rimarginare. Klara
l'ha scoperto di recente, e si  ripromessa di andare a
Hall per capirne di pi. Ma non ne ha avuto il coraggio,
non si sente ancora pronta.
A settembre, insomma, dovrai scegliere tra Peter e
Max riassume sorridendo la madre, per dissipare un
velo di tristezza.
Oppure nessuno dei due ribatte Klara.
L'importante  scegliere con giudizio mormora
Franz.
La moglie allunga la mano e la posa sulla sua.
 stata Rosa a proporre di lasciare che gli amici americani
festeggiassero tra compatrioti l'indipendenza, il 4
luglio, per poi organizzare una festa il giorno dopo, un
sabato. E nonostante le libagioni della sera prima, a casa
della coppia sono venuti tutti.
In un angolo del giardino ha preso posto un piccolo
complesso jazz che suona musica di sottofondo, mentre
gli invitati si godono un aperitivo. Sotto il tendone, sono
disposti i tavoli a cui verranno servite le portate principali
dai camerieri in guanti bianchi. Rosa  bellissima
nell'abito di lino azzurro chiaro, una stola leggera sulle
spalle bianche. Klara  emozionata e non sa nemmeno
perch,  da quando era piccola che partecipa con i genitori
a ogni tipo di evento mondano, rinfreschi all'ambasciata,
cene importanti. Ma forse perch  stata un
anno in esilio a Bolzano, quella serata le sembra speciale.
Quasi come un debutto in societ.
Non ha fame. Si sposta tra gli invitati con un bicchiere
di champagne in mano, si ferma a scambiare due
parole nei capannelli o a intrattenere qualche ospite
dall'aria sperduta. Sua madre l'ha istruita con cura sui
doveri della padrona di casa. Le sembra che il mondo
intero si sia dato appuntamento nel giardino della loro
villa di Htting, sente parlare tedesco, francese, ma soprattutto
inglese. Gli amici a prova di bomba come li
chiama Franz: quelli dei tempi della Svizzera, di Berna,
degli anni di guerra. E le facce nuove incontrate al ritorno,
dopo la pace, quando Klara aveva sei anni: nuove,
ma fidate.
Si avvicina a suo padre, che discute con due signori
in completo chiaro. Li ha visti scendere da un'auto di
rappresentanza americana, molto probabilmente sono
diplomatici venuti da Vienna. Con loro c' un giovane
uomo che vedendola si stacca dal gruppo e le tende la
mano.
Lei dev'essere la famosa Klara, la figlia di Franz.
La ragazza getta uno sguardo ai tre uomini che continuano
a parlare, a voce bassa. Mio padre le ha dato
ordine di tenermi occupata? chiede con un sorriso al
giovanotto.
Ma no, perch dice cos? lui batte i tacchi, comicamente
prussiano. Sono Konrad Felsberger, ai suoi
ordini. Lasci che la porti via da questa gente noiosa
aggiunge con un rapido cenno ai due diplomatici.
Veramente, non li trovo affatto noiosi ribatte secca
Klara.
Allora porti via me, sia gentile! Perch io, invece, li
trovo noiosissimi.
Lei non riesce a non sorridere, magari questo Konrad
 un po' frivolo ma  davvero un bel giovane. Avr una
ventina d'anni e i capelli biondi sono tagliati cortissimi,
gli occhi di un verde torbido la guardano con aperta
ammirazione. Sotto la bocca ben disegnata, il mento ha
una linea debole. Come una sorta di esitazione.
Che cosa fa di bello nella vita, Konrad? domanda
Klara prendendo il calice che le porge.
Lavoro al ministero degli Esteri.
Diplomatico ? 
Una specie. Sono consigliere politico nell'ufficio del
ministro.
E perch mio padre le ha chiesto di...
intrattenermi?
Che idea assurda nonostante il sorriso, stavolta c'
una punta di durezza nella risposta. Come se gli seccasse
essere preso in giro da una sedicenne. Non ho bisogno
di imbeccate per offrire da bere alla ragazza pi
bella della festa.
Bel giovane, pessimo bugiardo, pensa lei. Chiss come
se la cava come consigliere. Tenta la carta della
persuasione.
Avanti, sia sincero... Guardi che posso sempre domandarlo
a mio padre, e lui me lo dir.  solo che adesso
non ha tempo. Gli regala uno sguardo insinuante.
Tra amici non servono segreti.
Konrad ci pensa un attimo, poi si avvicina e le posa
una mano sul braccio nudo.  una mano elegante e curata,
e Klara non si sottrae.
I due gentiluomini che stanno parlando con suo padre
vengono da Washington. Sono dei signori piuttosto
noti ad Allen Dulles, il capo della CIA, e hanno bisogno
di... fare due chiacchiere informali per organizzare delle
cose spiega. Ma non mi chieda di pi, o mi metter
nei guai.
Gioca a fare il misterioso per fare colpo, o davvero
non  autorizzato a parlare?, si chiede lei, ma senza convinzione.
Quella mano sul braccio le ha dato un lieve
capogiro, o forse  lo champagne a stomaco vuoto.
Venga! Konrad la conduce in un angolo del giardino,
dove un uomo attorniato da un capannello pi folto
degli altri sta ragionando a voce alta, in tedesco, e sembra
affascinare chi lo ascolta.
Quello  Fritz Molden le sussurra all'orecchio.
Se vuole fare colpo sui suoi amici a Bolzano, pu dire
che l'ha incontrato.  stato segretario del ministro degli
Esteri Gruber, c'era quando hanno firmato il famoso
accordo.
Che ne sa lui di Bolzano, e della gente che frequenta
lei? Ma non importa. Klara concentra l'attenzione sul
grand'uomo, suo padre gliene ha parlato ma non lo aveva
mai incontrato di persona. Molden  stato per anni
uno degli uomini di Dulles in Europa, ne aveva persino
sposato la figlia, salvo separarsi pochi anni dopo. Non
sembra che il capo della CIA se la sia presa, dato che
gli ha appena procurato i fondi per comprarsi un intero
gruppo editoriale.
Come interpellato dallo sguardo insistente di Klara,
Molden gira nella sua direzione gli occhi chiari e seri. 
un attimo, ma la forza del suo carisma  come una scossa.
Ci sono persone che fanno la Storia, invece di limitarsi
a viverla, pensa la ragazza, ed  come una rivelazione.
Il capogiro stavolta la prende davvero, la costringe
ad appoggiarsi alla spalla di Konrad.
Tutto bene? chiede lui.
Benissimo. Cosa fa Molden?
In che senso? L'editore.
Lei lo guarda spazientita: Konrad, intendo dire: cosa
fa davvero.
Lui sceglie con cura le parole. Fa in modo che i comunisti
perdano la guerra dice infine.
Quale guerra?
La prossima.
...
5. La Guerra fredda arriva in Sudtirlo.

Chi era Dennison Rusinow? Il giovane americano entra
in scena nel 1958, alcuni mesi dopo il discorso di Silvius
Magnago a Sigmundskron. Ha ventotto anni,  nato in
Florida e al suo arrivo si immerge nella storia e nella
politica di una zona che all'epoca  tra le pi esplosive.
L'Austria, l'Italia, la Jugoslavia di Tito.  un programma
ambizioso, il suo: raccontare questa frontiera europea ad
un mondo che in quel momento ha lo sguardo puntato
altrove. Per esempio nel Sudest asiatico dove la Guerra
di Corea si  da poco conclusa, ma senza portare pace, e
in Indocina dove gli americani si apprestano a prendere
il posto dei francesi nel pantano vietnamita.
Rusinow  a Vienna per conto di un organismo statunitense
con sede a New York, The Institute of Current
World Affairs, un centro studi privato attivo dal 1925
che spedisce all'estero studenti, incaricati di fare
rapporto sulla situazione del Paese assegnato. Si tratterr
nell'area di sua competenza dal 1958 al 1983,
affermandosi come uno dei maggiori esperti mondiali
di questioni jugoslave. In quegli anni, tra le altre cose,
pubblicher uno studio sui rapporti austro-italiani tra
il 1919 ed il 1945. Non  questo, per, che mi ha incuriosito
di lui.
Dennison Rusinow, che immagino come un uomo carico
di energia e ottimismo, ha scritto centinaia di pagine
sul Sudtirlo. Rapporti battuti a macchina e spediti
a cadenza regolare al direttore dell'Institute of Current
World Affairs, a Madison Avenue. La prima lettera dalla
mia terra, imbucata a Bolzano, porta la data del 22 giugno
1959. Si apre con questa frase: Che cosa  dunque
un nome? Dalla mia finestra vedo uno dei paesaggi pi
incantevoli che mi sia mai capitato di ammirare. [...]
Ho imparato almeno cinque nomi diversi per chiamare
questa zona, e so di dover stare attento a usare quello
giusto a seconda della persona con cui sto parlando!.
Gi... Sudtirlo, Alto Adige o provincia di Bolzano:
i nomi qui non sono innocenti. Pronunciare quello
sbagliato provoca un rapido sguardo sospettoso che
dice: "Ah, allora stai dall'altra parte!".
Rusinow viaggia in lungo e in largo. I suoi racconti lo
vedono protagonista di sagre locali, brindisi con agricoltori,
colloqui con uomini politici. Incontra tutta la gente
che conta all'epoca: Friedl Volgger, Silvius Magnago,
Toni Ebner... All'inizio descrive una situazione esplosiva,
che potrebbe portare a una rivoluzione violenta come
quella che ha cacciato i britannici da Cipro, alla fine
degli anni Cinquanta. Presto, per, assume un tono
pi rilassato. In una lettera, datata 9 luglio 1959, riconosce:
L'ordine mondiale impone che il Sudtirlo rimanga
nei confini dell'Italia. E l'opinione pubblica italiana
non approver la concessione di uno statuto speciale. I
240000 germanofoni del Sudtirlo non hanno alcuna
influenza sull'ordine mondiale e la loro capacit di incidere
a breve termine sull'opinione pubblica italiana,
con mezzi pacifici o con la violenza,  troppo limitata
per venire presa in seria considerazione.
Quella comunicazione conclude un'estate di indagini
e ricerche approfondite. Rusinow ha studiato i problemi
connessi all'assegnazione delle case popolari, all'accesso
al pubblico impiego, all'industrializzazione di una
provincia fortemente legata alle sue tradizioni agricole,
e alle tensioni tra la popolazione inurbata e gli abitanti
delle campagne. Ai suoi occhi la questione sudtirolese 
culturale, economica e sociale pi che politica. Per cos
dire una battaglia tra la tradizione, rappresentata
dalla classe contadina e dai proprietari terrieri, perlopi
germanofoni, e le forze del cambiamento, simboleggiate
dalla classe operaia, dai funzionari pubblici e dagli
industriali, in prevalenza italiani.
Il conflitto Est-Ovest non gioca alcun ruolo in questa
storia assicura. Gli ci vorr un'altra estate, quella
del 1961, per cambiare idea.
Altri americani sanno da un pezzo che la situazione
in Sudtirlo, al contrario,  legata a doppio filo alle
strategie della Guerra fredda. Come potrebbe essere
altrimenti, per una terra incastrata tra Italia e Austria,
due Paesi chiave per la presenza americana nell'Europa
del dopoguerra? Al termine del conflitto, il presidente
Harry Truman e un pugno di consiglieri hanno
immediatamente capito che l'Unione Sovietica di
Stalin rappresentava una minaccia letale. Nel marzo del
1947 il presidente ha enunciato la cosiddetta dottrina
Truman, che prevede aiuti finanziari ed economici ai
Paesi che rischiano di passare nella sfera di influenza di
Mosca, come  gi accaduto alla Polonia, alla Germania
dell'Est, alla Romania, all'Ungheria e alla Cecoslovacchia.
Anche la Jugoslavia di Tito, pur non allineata,
rimane un problema.
Alcuni mesi pi tardi due decisioni vengono prese
in segreto. Si tratta della fondazione del Consiglio per
la sicurezza nazionale (NSC), al quale viene affidata la
gestione delle grandi questioni di sicurezza nazionale
presso la Casa Bianca, e della creazione della CIA.
Quest'ultima ha il compito di raccogliere l'intelligence
ed  autorizzata ad agire in forme clandestine anche
all'estero, per prevenire eventuali minacce. Non  certo
un caso se le prime sedute del NSC, tra la fine del 1947 ed
i primi mesi del 1948, riguardano una nazione ben precisa:
l'Italia. Occorre evitare che i comunisti prendano il
potere. Anche grazie alla campagna di sostegno discreta
ma efficace degli Stati Uniti, la Democrazia cristiana
trionfer alle elezioni dell'aprile 1948. Oltre il 48 per
cento dei voti sia alla Camera sia al Senato, contro il 30
per cento del Fronte democratico popolare: la maggioranza
assoluta dei seggi, un exploit destinato a restare
negli annali della Repubblica. Comincia una lunga storia
d'amore tra gli agenti di Langley e le varie strutture
del potere italiano, i servizi segreti, l'esercito, i politici,
la stampa... una storia che, tra alti e bassi, non si  mai
davvero interrotta.
Bisogna osservare da vicino i dieci anni seguiti alla
fine della Seconda guerra mondiale, per, per capire
come il Sudtirlo abbia potuto trasformarsi in uno dei
campi di battaglia sui quali si giocava lo scontro tra Est
e Ovest.
Nel '48 il Piano Marshall comincia ad inondare il continente
di miliardi di dollari di aiuti, destinati a risollevare
le economie occidentali dissestate dal conflitto.
Nel '49, sulla scia del Piano Marshall, viene creata una
struttura militare incaricata di vegliare sulla sicurezza
dell'Europa, la NATO. Gli Stati Uniti sono fermamente
convinti che l'URSS stia preparando l'offensiva e, da
quando hanno fatto rientrare le proprie truppe, la debolezza
militare dell'Europa li preoccupa.
Alla fine degli anni Quaranta nessun Paese europeo
dispone pi di un esercito all'altezza di grandi sfide. Gli
sconfitti, come la Germania e l'Italia, sono prostrati
dalle riparazioni di guerra e hanno vincoli sul riarmo.
Ma anche i vincitori non se la cavano molto meglio. La
Gran Bretagna non  pi la prima potenza navale, e il
suo impero  finito, con l'indipendenza dell'India. La
Francia si  impantanata in guerre coloniali (dapprima
in Indocina, poi in Algeria) che riesce a portare avanti
solo grazie agli aiuti da oltreoceano. Nel cuore del continente,
la spinosa questione tedesca diventa in fretta la
vetrina di un confronto ideologico tra un sistema che
funziona e un altro che sopravvive alla meno peggio tra
la miseria e il terrore. Il barometro di quelle tensioni 
la citt di Berlino, dove nell'estate del 1961 verr eretto
il famigerato Muro.
Quali misure si possono prendere in vista di un'eventuale
offensiva sovietica? I falchi nell'amministrazione
statunitense non mancano, come in ogni epoca. Per loro,
il problema non  se Stalin invader l'Europa, ma
quando. Poco importa che anche l'Armata rossa sia passata
da oltre undici milioni di soldati a meno di tre milioni,
o che Stalin sia molto occupato a popolare con i
suoi avversari politici le carceri, i campi di detenzione ed
i gulag. Poco importa perfino che Stalin non sembri ansioso
di battersi, e meno ancora dopo la sua morte, nel
1953, lo siano i suoi successori. Lo spettro del pericolo
rosso  pi forte anche dei fatti.
Gi nel 1947 Truman incarica dunque il Pentagono
di immaginare le contromosse in caso di offensiva sovietica
in territorio europeo. Un esercizio difficile, perch
la situazione sul terreno cambia, e si fanno continui progressi
nel campo delle tecnologie militari. Il piano sar
battezzato Dropshot. Una prima bozza viene presentata
nel 1949, ma la strategia continuer ad evolversi fino al
1 gennaio 1957, data in cui, si prevede, scoppier una
nuova guerra in Europa.
Due anni prima, nell'ottobre del 1955, accade per
un evento cruciale per il Sudtirlo: la fine dell'occupazione
dell'Austria da parte degli Alleati. Il Paese riacquista
la sovranit, a patto di garantire la demilitarizzazione
e la neutralit. Per gli americani che lavorano
al piano Dropshot, questo cambia tutto: impossibile,
ormai, pensare di fare dell'Austria una zona cuscinetto
tra gli Stati satelliti dell'URSS, come Ungheria e Cecoslovacchia.
Anzi, nei loro incubi pi neri gli uomini del
Pentagono vedono migliaia di carri armati convergere
sul piccolo Paese montano, attraversarlo come burro,
e riversarsi dal valico pi accessibile delle Alpi: il Brennero.
Obiettivo di quella prima ondata: Bolzano, il cui
nome  ormai familiare allo stato maggiore USA. Poi,
nel giro di tre mesi al massimo, l'occupazione dell'Italia,
Sicilia compresa.
Non sono passati neanche due decenni da quando le
truppe sovietiche sono entrate a Vienna, nell'aprile del
1945. Il terrore dei rossi  pienamente condiviso dai
cittadini della capitale austriaca, ben consapevoli che il
confine cecoslovacco  a due passi. Ho respirato questo
terrore nella casa di zia Berta, la sorella di mia nonna
Elsa, e di zio Oskar, l'avvocato viennese che aveva sposato.
Ero appena adolescente e quasi del tutto ignara
delle complessit politiche, ma il pericolo dell'invasione
da Est lo capivo bene. Era uno dei pochi pensieri capaci
di incupire il viso attraente della mia allegra, frivola
e generosa prozia austriaca. L'armata di Stalin nelle
strade, i saccheggi, gli stupri. La paura di perdere tutto,
in pochi giorni: la loro bella residenza, la vita stessa, e
quella della loro bambina, Sigrid.
Quell'allarme, a met degli anni Cinquanta,  al massimo.
Gli eserciti convenzionali dell'Europa occidentale
non possono tener testa a Mosca. Inviare truppe americane,
a cos pochi anni dalla fine della Seconda guerra
mondiale,  impossibile. Dunque bisogner impiegare
le armi nucleari. Infatti, il piano Dropshot contempla
una sola risposta al pericolo rosso: l'Armageddon. Negli
anni, le armi previste cambiano, dalle granate si passa
alle bombe ed ai missili, ma la sostanza rimane identica:
montano testate nucleari. Dropshot propone di respingere
le orde sovietiche con una pioggia di ordigni atomici.
Ma questo significa annientare l'Europa.
E quella catastrofe che per fortuna non si realizzer
mai dovrebbe partire da alcuni punti precisi sul territorio
italiano. Almeno uno, lo vedremo, si trova a poco
pi di un'ora di auto dalla casa della mia famiglia a Vill,
vicino a Neumarkt.
Dennison Rusinow non si rende conto di quanto sia importante
la frontiera tra il Sudtirlo e l'Austria. Alcuni
suoi compatrioti, legati alla storia di questa terra, invece,
lo hanno capito ben prima che lui venisse inviato
sul posto. Per esempio Allen Dulles, capo della CIA tra
il 1953 ed il 1961. Nel 1943, da Berna,  lui a dirigere
l'OSS, il servizio di intelligence statunitense attivo in
tempo di guerra. Dopo la sconfitta dei nazisti abbandona
il mondo delle operazioni clandestine, almeno sulla
carta, ma continua a rimanere in stretto contatto con coloro
che, a Washington, si stanno occupando di fondare
un'agenzia di intelligence non militare. Gi nel 1951,
Dulles si ritrova a coordinare le operazioni della neonata
CIA all'estero.
Nella nuova veste, d libero sfogo alla sua ostilit nei
confronti di quello che diventer il blocco orientale.
Pur di contrastare i comunisti recluta ex militari nazisti
tra cui, nel 1951, un personaggio a dir poco controverso
come il generale Reinhard Gehlen. In tempo di guerra,
Gehlen  stato il responsabile dell'intelligence militare
della Wehrmacht sul fronte orientale. Si  consegnato
agli americani per evitare di cadere nelle mani dei russi.
Propone loro di cooperare e di mettere in piedi una rete
di spionaggio dietro la Cortina di ferro, mobilitando
alcuni suoi ex agenti. Ben presto sorgono i primi dubbi
sulla legittimit e l'efficacia dell'organizzazione Gehlen.
Eppure nel 1951, nel corso di una visita a Washington,
il generale tedesco riesce a sedurre e rassicurare Dulles,
che da l in poi lo prender sotto la sua protezione. Nel
1956 dalla rete di Gehlen nasce il BND, i servizi segreti
della Germania federale, che saranno guidati fino al
1968 proprio dall'ex generale nazista.
Un altro personaggio legato ad Allen Dulles  destinato
a giocare un ruolo chiave, nella storia del Sudtirlo
degli anni Cinquanta e Sessanta: l'austriaco Fritz
Molden. Molden e Dulles si sono incontrati una prima
volta a Berna nel 1944, quando il primo era sergente nella
Wehrmacht, ma tanto antinazista da essere arrestato
come dissidente e costretto a scegliere tra il carcere (e la
pena capitale) e il fronte orientale. Molden  sopravvissuto
e nel settembre del 1943, dopo la firma dell'armistizio
tra l'Italia e gli Alleati,  stato mandato nel Nord dello
stivale. Qui ha approfittato della situazione per organizzare
la sua morte: sparire nel nulla e passare clandestinamente
in Svizzera per incontrare quello che all'epoca
era il capo dell'OSS. Da quella riunione nascer una
stretta collaborazione, non priva di rischi per il giovane
Molden, al quale Dulles chiede di tornare in Austria sotto
le mentite spoglie di un militare tedesco, per stabilire
contatti con le reti della resistenza locale.
Nel 1948 Molden sposa la figlia di Allen Dulles, Joan.
Ma il 4 febbraio 1954 un trafiletto sul New York Times
annuncia che Joan si  risposata con un diplomatico
austriaco, due giorni dopo avere ottenuto il divorzio
da Molden per crudelt, sulla base di una sentenza
emessa da un giudice di Reno, Nevada, il paradiso dei
matrimoni-lampo.
Dulles continua a lavorare con Molden che pi avanti,
diventato un pezzo grosso della stampa grazie anche
ai finanziamenti statunitensi, segue molto da vicino lo
sviluppo della situazione in Sudtirlo. Viene considerato
un punto di riferimento degli attivisti che lavorano
per la secessione dall'Italia: al tempo stesso finanziatore,
fornitore di materiale esplosivo ed eminenza grigia.
La CIA segue con attenzione anche le attivit di un
altro giornalista austriaco coinvolto nella battaglia per il
Sudtirlo: Wolfgang Pfaundler.
In questa storia complessa, i nomi di personaggi che
giocano contemporaneamente sul tavolo italiano e su
quello americano sono tanti. Per esempio William Colby,
ex OSS e corrispondente romano della centrale di Langley
tra il 1953 ed il 1959, che dopo i successi mietuti in
Italia verr mandato in Vietnam e nel 1973 diventer capo
della CIA. Oppure James Jesus Angleton, capo del controspionaggio
statunitense in Italia durante la guerra, che
tra le altre cose  l'uomo che alla fine del conflitto ha salvato
dal plotone di esecuzione il principe Junio Valerio
Borghese, ammiraglio e ultimo sostegno di Mussolini,
caduto nelle mani dei resistenti milanesi. E Frank Wisner, ex
OSS anche lui, che si ritrova alla testa delle operazioni segrete
della CIA e organizza le reti europee stay-behind.
La loro missione: intervenire dietro le linee sovietiche con
operazioni di guerriglia, se l'Armata rossa dovesse conquistare
l'Europa occidentale. Questo non avverr, ma le
cellule clandestine, spesso formate da ex soldati tedeschi
dotati di armi e amore per il caos, troveranno una loro terribile
utilit. In Italia, ne sentiremo parlare nel quadro delle
rivelazioni sull'organizzazione clandestina Gladio. Che
ritroveremo nel Sudtirlo di quegli anni inquieti.
Lungi dall'essere una terra poco nota, l'Italia rappresenta
insomma per i servizi segreti, non solo americani,
un territorio da controllare con attenzione. Una zona
strategica da strappare all'Impero del male. E la frontiera
del Brennero  uno dei bastioni per la difesa dell'Europa.
Con ogni mezzo.
...
6. Un favore esplosivo.

Bolzano e Pinzn, inverno 1959.

A qualche passo dal portone del liceo dei Francescani,
Peter fa segno a Max di aspettarlo un momento.
Attraversa di corsa la via e si avvicina ad una ragazza che
guarda una vetrina all'angolo della galleria Vintler. Le
sussurra una parola all'orecchio, poi gira i tacchi e torna
da Max.
Chi era?
Emma, non la conosci?
Mai vista prima.
Figrati,  amica delle tue sorelle. Quest'estate era
invitata al tuo compleanno.
E quindi?
Ci vediamo domani. I suoi genitori sono fuori...
E Klara?
Klara  un'altra cosa.
Max non fa commenti. Accelera solo il passo, inspirando
l'odore del freddo e delle caldarroste, e godendosi
il soffio caldo che esce dai locali quando qualcuno
apre la porta per entrare. In febbraio, quass, l'inverno
sembra deciso a non finire mai.
Me lo faresti, un favore? riprende Peter nei pressi
di piazza Walther.
No, li ho finiti anch'io i preservativi.
Piantala, dico sul serio...
I due amici si fermano, accendono una sigaretta.
Si tratta di Hermann. Gli serve una mano spiega
Peter.
In che senso, una mano?
Non lo so ancora. Mi ha chiesto di vedere certi suoi
amici, ci spiegheranno loro.
E io che c'entro?  amico tuo, Hermann, non mio.
Gli devo almeno un favore, con tutte le volte che mi
ha prestato la Zndapp fa notare Peter. E sulla moto
ci sei venuto pure tu!
E che vuole? Max  nervoso, il monco non gli 
mai piaciuto.
Mi ha detto che gli serviva un posto in citt.
Per fare che?
Non lo so! Ce lo diranno.
Max spegne il mozzicone. Non  mai stato capace di
dire di no a Peter. Gli sta gi sfuggendo di mano, e non
pu farci nulla. Credeva che gli sarebbe passata. Che il
suo bisogno di Peter, della sua presenza, della sua voce,
del suo odore, fosse un innocente affetto tra ragazzi. O
che lo sarebbe diventato, crescendo.
Che cosa dobbiamo fare? chiede rassegnato, ed 
immediatamente ricompensato dal sorriso dell'amico,
dalla mano che gli stringe la spalla.
Dovresti venire da me, oggi pomeriggio. Mia madre
va a Trento a trovare un'amica sua in qualche ospizio...
e noi incontriamo questi compari di Hermann.
E questi tizi, sai chi sono? Gente pi seria di Wolfram
e di suo fratello, spero.
Non so, non li conosco. Ma conosco Hermann. Era
amico di mio padre e ne ha passate molte pi di me e di te.
Quando i ragazzi arrivano, scivolando nel locale dalla
porta sul retro, al tavolo della sala nel seminterrato della
Gasthaus Staffler siedono gi tre uomini, di fronte a una
bottiglia di vino rosso. I bicchieri sono tutti pieni.
Hermann fa le presentazioni.
Questo  Sepp, abita qui vicino, a Pinzn. Lui 
Walther, viene dalla Val Passiria. E infine Luis,  a lui
che serve una mano.
Max e Peter salutano un po' intimiditi, si scambiano
un rapido sguardo per rassicurarsi a vicenda. S, questa
 gente pi seria di Wolfram e di suo fratello. Che ci fa
Hermann in una simile compagnia?
Non ho molto tempo esordisce Walther. Sappiamo
che siete... interessati alla causa, e sappiamo che siete
fidati lancia un'occhiata ad Hermann, come se non ne
fosse poi tanto sicuro. Nei tempi che si preparano, ci
sar bisogno di tutti. Bisogna fermare l'invasione. E gli
italiani capiscono una lingua soltanto: la forza.
Peter si domanda se anche suo padre oggi direbbe
queste cose. Walther deve avere circa la stessa et, anche
lui ha fatto la guerra.  tornato sconfitto, ma non
gli basta ancora.  un duro tra i duri, nulla a che vedere
con i suoi compaesani.
Viene gente dall'Austria. Hanno bisogno di un posto
sicuro in citt dove lasciare un pacco. Questa  la
vostra parte  Luis, pi giovane e dal tono pi gentile,
a spiegare.
Quando? domanda Peter. Ora che ha capito chi
sono i suoi ospiti, gli sembra ancora pi importante liberarsene
prima che rientri sua madre. La zia di Max 
sempre in casa, e...
Un attimo, un attimo! interviene Max. Di che cosa
stiamo parlando? Che genere di pacco? Cosa contiene?
Sepp gli sorride, lo conosce bene. Chi non conosce la
famiglia Gasser, da quelle parti?
Sono sicuro che tuo padre sarebbe d'accordo lo
rabbonisce appoggiandogli sul braccio la mano nodosa.
Non possono darlo a vedere, ma sono tutti dalla
nostra parte, anche i politici. Se non li aiutiamo a far
sentire la loro voce, gli italiani non li prenderanno mai
sul serio.
Max sposta il braccio, non  a Sepp che deve rispondere.
Sepp  uno di quelli che prendono ordini. Basta
parlargli della sua Heimat per vederlo versare una lacrimuccia.
Della lingua, delle chiese, dei vigneti... Max
l'ha sentito centinaia di volte, quel ritornello. Trito e ritrito,
come la nostalgia di zia Sissi per un Impero morto
e sepolto.
Lasciamo perdere mio padre dice con fastidio, e
si rivolge a Walther. Mi serve capire chi fa che cosa e
perch aggiunge deciso. Ma quello non gli d retta. Si
alza in piedi.
Vi spiega tutto Hermann, va bene? Di lui vi fidate
o no? si rivolge a Peter, non a Max. E Peter annuisce:
Certo, non  quello il problema.
Allora non c' nessun problema taglia corto
Walther. Persone come lui hanno versato il loro sangue
per questa terra. E se siete dei patrioti, sarete pronti
a versarne anche voi!
Le mani di Max si stringono a pugno. Il padre di
Peter ha fatto la guerra, il suo no, da queste parti lo sanno
tutti. Ma l'idea di dover rispettare per forza i patrioti
gli d il voltastomaco. Deve forse vergognarsi di
suo padre perch non  caduto al fronte? Perch non ha
perso un braccio od una gamba?
Saluta gli ospiti con fastidio, ma sa gi che far quello
che chiede Hermann. Quello che vuole Peter. Ricever
a casa di sua zia il misterioso pacco, anche se dubita che
gli diranno che cosa contiene.
Ti accompagno in moto a Bolzano propone l'amico.
 affettuoso, ha avuto ci che voleva, e Max in questo
momento non sa se amarlo od odiarlo.
Vado in treno risponde brusco. Tua madre avr
bisogno di te per la serata, quando torna. Portami alla
stazione.
Sul convoglio, si siede in uno scompartimento vuoto.
Vorrebbe prendere un altro treno e andarsene lontano...
se solo ne avesse il coraggio. Gli sembra che le
montagne che ama gli si richiudano addosso, che il profumo
dei boschi lo soffochi. Tutti dicono che  il posto
pi bello del mondo, ma sono mai stati da qualche altra
parte?
Fuori dalla stazione di Bolzano, si ferma ad accendersi
una sigaretta, proteggendosi dal vento davanti a un
portone. Un'ombra gli scivola accanto. Si volta stupefatto.
Fa per chiamare un nome, accennare un gesto. La sigaretta
gli cade di bocca, si china per raccoglierla. L'ombra
si  gi allontanata, portata via dal flusso delle persone.
Peter gli ha detto che sua madre era a Trento, che
 andata a trovare un'amica. Che cosa ci fa a Bolzano?
Peter  immerso nei libri aperti sul tavolo. Dietro al
bancone c' Clothilde, la cameriera stagionale, felice
di quella compagnia inattesa. Aspetta solo la primavera
per fare un giro in moto con lui, che glielo ha promesso.
Katharina entra con un cesto di uova delle loro galline.
Non sei pi comodo in camera tua? chiede.
Suo figlio alza la testa. Si sente nervoso, incerto in
una situazione che non conosce bene. Hermann  sparito
senza dirgli dove andava. Gli ha promesso di telefonargli
per dare istruzioni, ma non lo ha pi sentito.
Hai litigato con Max? incalza sua madre.
Perch dici cos?
Perch a sentire te si studia meglio da lui!
Il ragazzo sospira senza rispondere. Certo che si sta
meglio da Max. Con Emma. Con le sigarette che pu
fumare senza doversi nascondere. Con il bourbon bevuto
seduti sul davanzale. Con i compagni di boxe. E
la voglia di vedere Klara, ma lei ha fatto capire chiaramente
che la loro compagnia non le interessa, che li
considera dei ragazzini. Adesso vedr con chi se la fanno,
i ragazzini. Vedr, quando avranno portato a termine
l'operazione. Chiss se suo padre sarebbe fiero
di lui.
Io comunque sono contenta se stai a casa riprende
Katharina. Anche se non mi dici pi niente... Il tono
 solo apparentemente scherzoso.
Mamma, sono molto occupato con la scuola. Tutto
qui. Questo  un anno importante, lo sai.
Squilla il telefono, e Peter balza in piedi per rispondere,
grato del diversivo, ma la madre lo precede.
Gasthaus Staffler. Aggrotta le sopracciglia, tende
la cornetta al figlio: Per te dice, e si allontana.
La conversazione  breve, un saluto, un paio di appunti
presi sul quaderno di scuola, poi Peter riattacca.
Spera che lei non dica niente. Invano.
Era Hermann al telefono, vero? In effetti  un paio di
giorni che non lo vedo in giro. Dov' andato? Che vuole?
Senza rendersene conto, Katharina ha alzato la voce.
Niente, niente di speciale. Adesso devo andare!
Peter, che cosa sta succedendo?
Ma niente, davvero,  per la moto... una storia con
Max improvvisa Peter. Niente di particolare. Non
preoccuparti!
Dimmi la verit insiste lei.
Suo figlio sorride, recupera i libri, la abbraccia. Non
c' nessuna verit da sapere, non fare quella voce tragica
la rassicura. Vado da Max, forse resto a dormire da
lui... ti chiamo!
Max  nervoso.  ancora presto,  vero, ma il gran giorno
 arrivato. Le cifre del messaggio di Hermann parlavano
chiaro: una data, un'ora, una targa tedesca. Niente
di troppo difficile. Ma allora perch si sente cos teso?
Esco un attimo, zia. Torno subito annuncia uscendo
in corridoio. Sulle scale si preme la Leica al petto, come
uno scudo. Agire non  uno scherzo. Discutere con
Peter, raccontarsi storie avvincenti, fare i misteriosi con
le ragazze: tutto questo  facile. Raccomandare a Peter
di non parlare di bombe con Emma quando sono a letto
insieme, anche questo  facile, seppure doloroso. Ma
adesso diventa tutto difficile. Lui lo sa, il suo amico no.
Max si precipita fuori quasi correndo, ma  troppo
presto, non pu restare l a ciondolare, lo conoscono tutti.
Si sente addosso centinaia di occhi. Dov' quell'imbecille
di Peter?  lui la causa di tutto. Vorrebbe almeno
averlo vicino.
Sotto via dei Portici, davanti al negozio di fotografia, si
illumina. Salvo! Socchiude la porta. Karl lo saluta con un
cenno, mentre congeda un paio di clienti venuti a ritirare
delle foto. Max esita di fronte ai ripiani dove fanno bella
mostra di s gli ultimi, pregiati modelli Hasselblad.
Tutto bene? Hai il fiato corto il fotografo esce da
dietro il banco e zoppica verso di lui.
Tutto bene. Sono sceso di corsa.
 arrivata la carta che avevi ordinato. Ilford opaca,
quella che volevi.
Grazie! Ripasso a prenderla pi tardi risponde
Max, senza grande interesse.
Un caff?
Il ragazzo guarda l'orologio. S, perch no.
Gli piace passare il tempo con Karl.  un uomo riservato
e si sente onorato della sua confidenza. Gli ha
raccontato che per sfuggire ai nazisti ha passato gli ultimi
anni della guerra a Bolzano, in semiclandestinit. Gli
ha parlato dei bombardamenti e di quando si  trovato
sotto le macerie del duomo. Altre cose, ne  sicuro, non
gliele ha dette. Gli uomini con un passato fanno cos.
Quando sono arrivati gli americani ha deciso di restare,
e grazie a un prestito ha aperto il negozio. Max sa che
in quel periodo c'erano due modi sicuri per fare soldi:
dare la caccia ai nazisti, o aiutarli a scappare. Ma quando
ha cercato di indagare, Karl ha tagliato corto: soldi
americani, ha detto, ed  sembrata la risposta giusta.
Sei riuscito a sviluppare le foto? L'uomo lo ha aiutato
a improvvisare una camera oscura nel bagno di casa,
e segue con interesse i suoi progressi.
Non ancora, ma non mi ci sono davvero impegnato.
Se non ci riesci puoi riprovare nel mio laboratorio
gli propone Karl.
Grazie... Max beve un sorso di caff e guarda di
nuovo l'orologio. Ora rischia di far tardi. Se Peter non
lo trova in piazza come d'accordo si preoccuper.
Ho ritrovato delle vecchie foto, un vero tesoro
aggiunge Karl. Devi venire a vederle, hanno il fascino
della Storia. Stampe che nessuno  mai venuto a ritirare,
ritratti di gente che probabilmente non c' pi...
Ma perch in questa citt sono tutti ossessionati dal
passato? Max si impone di non sbuffare, si alza.
Vengo a vederle di sicuro, certo promette. Ora ho
appuntamento con un amico... Grazie del caff.
Peter lo aspetta davanti al portone, come previsto 
gi in ansia. Che fine avevi fatto?
Che ti prende? replica Max. C' bisogno di innervosirsi?
Non stiamo mica facendo esplodere il
Parlamento.
E se saltano fuori gli sbirri? domanda Peter
sottovoce.
L'altro fa tanto d'occhi. E perch dovrebbero saltare
fuori gli sbirri?
L'ultima volta non ci  andata molto bene.
L'ultima volta ci siamo lasciati coinvolgere da un
paio di imbecilli. Max si guarda intorno. Qui giochiamo
in casa. Non ci saranno brutte sorprese.
Davanti all'hotel Greif sono parcheggiate alcune
auto, altre si allineano al centro della piazza, in due file.
I monti che abbracciano la citt sono coperti di neve,
ma il sole  gi quasi primaverile. C' un'aria familiare,
rassicurante, e Max sorride. Passa un braccio sulle spalle
di Peter. Clmati, su! Andr tutto bene! Siamo insieme,
non pu capitarci nulla lo incoraggia.
Lui si libera dall'abbraccio con la scusa di accendersi
una sigaretta. Max ha ragione, non c' niente da temere.
Ma non si sente tranquillo. Gli dispiace di avere mentito
a sua madre. Lo preoccupa non aver visto Hermann
per tanti giorni.
Diamo un'occhiata alle auto, l'ora  quella giusta
dice, cercando di ritrovare la sicurezza con cui ha accettato
di condurre in porto l'operazione.
Il grande orologio del duomo ha battuto le undici del
mattino.
Guarda sussurra Max. Una Opel Kapitn ultimo
modello sta cercando un posto di fronte all'albergo. A
bordo viaggia una donna, sola al volante. L'auto, bianca,
fa manovra per parcheggiare, la lunga parte anteriore
rivolta verso i tavoli della veranda.  immatricolata a
Monaco: M-HA 447.
Eccola.
Max e Peter sono rimasti a spiare dalla finestra di zia
Sissi finch non hanno visto la Kapitn ripartire. Hanno
seguito con gli occhi la grande berlina bianca che
scivolava nel traffico del primo pomeriggio e si
allontanava.
Le due valigie di cuoio occupano un angolo della
stanza, innocue ed insieme minacciosissime.
 andato tutto liscio. Si sono avvicinati alla Opel e
si sono guardati intorno con circospezione, poi hanno
aperto il bagagliaio, che non era chiuso a chiave, e hanno
preso le due valigie. Una a testa, molto pesanti. Sono
tornati da zia Sissi a passo tranquillo, ma aspettandosi
da un momento all'altro di sentir gridare: Al ladro!.
Non  successo nulla. Nel tardo pomeriggio qualcuno
passer a recuperare il tutto.
Per i due giovani  chiaro che contengano armi o
esplosivo. Reso audace dal secondo bourbon, Peter va a
controllare la chiusura.
Fossi in te non ci proverei neppure! gli consiglia
Max, e per distrarlo aggiunge: Sai che ho visto tua madre
alla stazione di Bolzano? Il giorno in cui abbiamo
incontrato Hermann e gli altri.
Mia madre? Non dire sciocchezze, era a Trento.
Cos mi avevi detto. Ma era lei.
Ti ricordi male il giorno.
Ehi, non c' bisogno di prendersela cos!
Peter si passa una mano sugli occhi.
Scusa,  che... Non sono abituato a mentire a mia
madre accenna alle valigie. Non le ho detto niente di
questa cosa.
Max vorrebbe rispondere che mentire a Katharina 
il problema minore. Ma l'amico  gi abbastanza
nervoso.
Vieni balza gi dal letto. Andiamo a rubare un
po' di speck dalla dispensa di Helga.
Klara risale i portici del centro, gettando occhiate distratte
alle vetrine. Poco ma sicuro, Bolzano non  la capitale
della moda: per rifarsi il guardaroba dovr aspettare
il prossimo viaggio a Vienna.  passata in posta a
ritirare un libro che si  fatta mandare da un'amica di
Vienna: la biografia di Adolf Hitler a firma di Alan Bullock.
 in inglese ed il sottotitolo  quanto mai appropriato:
A Study in Tyranny. L'edizione tedesca non  ancora
disponibile e chiss se lo sar mai.  stato suo padre a
consigliargliela: la prima biografia dell'uomo che ha distrutto
l'Europa. Sono curioso di sapere cosa ne pensi
le ha detto, ma Klara si chiede se sia davvero tutto l.
Nei pressi di via Goethe, vede una giovane coppia
venirle incontro mano nella mano. Li nota perch attraversano
bruscamente per cambiare marciapiede. Punta
sul vivo, attraversa in diagonale e li raggiunge.
Ciao, Peter! Mi eviti? Ciao, Emma li saluta con un
sorriso finto. Il suo cuore, si capisce,  meno indifferente
della sua voce, ma  lei che ha rifiutato Peter, non
viceversa. Lui, Max e i loro pasticci non le interessano,
suo padre le ha detto di tenersene lontana e ha ragione.
Sa benissimo che Emma e Peter hanno una storia. Glielo
hanno detto le sue amiche, insinuando che la Emma
sia un po' troppo disponibile. Klara pensa semplicemente
che quella ragazza non andr mai da nessuna
parte, nella vita.
Ciao, Klara Peter lascia la mano della sua amante.
Casomai sei tu a evitare me, credo. Stai facendo acquisti?
Ha sempre temuto quel momento.
Ciao fa eco Emma, riprendendo la mano di lui con
la sicurezza della vincitrice.
Klara pensa che sono una coppia perfetta. Incastonati
sotto i portici della loro cittadina, come statuine in un
presepio. Si accinge a salutare e passare oltre. Poi alza
lo sguardo negli occhi di Peter, la nostalgia e il desiderio
che ci legge dentro le fanno mancare il respiro.
Si sforza di sorridere. Che senso ha rimanere impalati
in mezzo alla strada a parlare come i nostri genitori?
chiede in tono frivolo. Ci vediamo, Peter. Poi si
alza in punta di piedi, d'impulso, gli sfiora la guancia
con un bacio. Prenditi questa, Emma, pensa feroce ripartendo
per la sua strada, senza voltarsi.
Tra una settimana compir diciassette anni. Dar una
grande festa nella casa di via Goethe, poi, in giugno,
torner in Austria per rivedere gli amici. Entra in casa
e getta il soprabito su un divanetto, nel grande ingresso.
Irrompe nell'ufficio di suo padre brandendo il libro,
sulla cui copertina campeggia il viso severo del Fhrer.
 arrivato! dice, poi si blocca. Franz  seduto alla
scrivania coperta di fascicoli e documenti, come sempre.
Alle sue spalle, una carta del confine tra Austria e
Italia, con il tracciato impervio della regione montuosa
della quale proprio Hitler voleva fare il suo ultimo rifugio.
Citt, comuni, valli, passi sono contrassegnati da
puntine di colori diversi. Di fronte a suo padre, su una
poltroncina di cuoio rosso scuro, le gambe accavallate,
sorridente con una sigaretta tra le dita, c' Konrad.
Max si alza a sedere sul letto, all'erta.
 la voce di zia Sissi che lo chiama. Max!
Arrivo! risponde saltando gi.  buio pesto. Che
succede, la zia sta male? L'orologio segna le due del
mattino. Al muro il calendario dice: 8 aprile 1959.
Corre fino alla camera della zia e apre la porta. La
trova appoggiata contro i cuscini, come al solito. Ripete
spesso che ha paura di morire sdraiata. Sul comodino
c' una piccola lampada Tiffany. Sulle ginocchia ha un
libro aperto. La Bibbia, che altro?
Hai sentito? domanda Sissi.
Sentito che cosa? risponde lui, sedendosi sul bordo
del letto e prendendole la mano. Non dorme mai, lei,
o almeno cos sostiene. Dormire  una perdita di tempo.
Ma non  vero, si capisce, e Max la sente spesso urlare
nel sonno, lottando contro i demoni della notte. I ricordi
si trasformano in incubi, quando la mente abbassa la
guardia.
Uno scoppio, un'esplosione fortissima dice la zia.
Non avrai sognato? Max si alza per andare alla finestra.
Piazza Walther  tranquilla, il campanile si erge
contro il cielo senza luna.
Io non dormo.
E da dove veniva il rumore? Lo hai capito?
Dall'altra parte del fiume, dal quartiere degli italiani.
Devono aver fatto saltare una delle case nuove.
A Max torna in mente il discorso di Magnago. Gli
immigrati del Sud trattati meglio della gente del posto,
l'invasione del Sudtirlo. Quando uno  sordo, per farsi
capire, bisogna parlare pi forte aveva detto il leader
della SVP. Ma certo non in questo senso: il partito 
contrario alla violenza. Gli altri modi per farsi sentire,
tuttavia, non sembrano funzionare, e ora evidentemente
qualcuno ha deciso di cambiare strategia. Ora Walther
e i suoi fanno parlare le bombe.
I giornali italiani hanno gi cominciato a chiamarli
terroristi. La gente del posto li chiama combattenti
per la libert.
...
7. Italia-Austria: 0-0.

A Natale del 1960 Dennison Rusinow  di nuovo a Bolzano.
Forse anche lui aveva nostalgia del grande abete
addobbato in piazza Walther e del profumo di caldarroste
e vin brul nelle stradine del centro. La data della
mia visita  importante spiega al suo corrispondente
perch sotto le feste le persone con le quali avrei voluto
parlare sono fuori citt o irraggiungibili. In altri termini,
la tregua natalizia va rispettata, nonostante le nubi
nere che si addensano sulle montagne.
Il 25 gennaio 1961 Rusinow inoltra uno dei suoi soliti
rapporti al direttore dell'Institute for Current World
Affairs di New York. Descrive la situazione creata da un
colpo di scena internazionale: l'Austria ha fatto ricorso
all'ONU, chiedendo ufficialmente all'Italia la ratifica
degli accordi firmati nel 1946, il famoso patto De Gasperi-Gruber,
con la concessione di uno statuto autonomo
alla provincia di Bolzano. Rusinow ha l'impressione
che siano tutti delusi.
Che cosa  successo nel grande palazzo di vetro
sull'East River?
Il 29 settembre 1960 il ministro degli Esteri austriaco
Bruno Kreisky si  recato per la seconda volta a New
York, per prendere la parola di fronte all'Assemblea generale
dell'ONU.  intervenuto a fine mattinata, e al
ventesimo paragrafo dei trenta che compongono il suo
discorso ha affrontato la questione Sudtirlo. Il giorno
prima ne aveva trattato il ministro degli Esteri italiano,
Antonio Segni.
L'appello del governo viennese in favore dei cugini
abbandonati del Sudtirlo non  stato risolutivo. L'anno
prima, in quella stessa sede, aveva parlato un Kreisky
pi baldanzoso, fresco di nomina. Aveva dichiarato che
solo la concessione di un'autonomia alla provincia di
Bolzano avrebbe garantito alla minoranza tedesca le necessarie
tutele. Stavolta  parso pi esitante, tra formule
di circostanza e affermazioni di principio.
Ha assicurato che il problema del Sudtirlo si potrebbe
risolvere rapidamente ed in modo soddisfacente
se solo venissero accolte le rivendicazioni della minoranza
austriaca che chiede l'autonomia. E ha proseguito:
Viviamo in un'epoca in cui il diritto all'autodeterminazione
ed all'autogoverno  stato riconosciuto in
termini universali. [...] Come spiegare agli abitanti del
Sudtirlo che soltanto a loro, tra tutti, viene negato il
diritto a governarsi da s?.
Nelle minute di quella mattina si legge che la seduta,
aperta alle 10.30,  stata tolta alle 13.10, quando molti
delegati dovevano essere andati a pranzo. Non sono affatto
sicura che, al momento di alzarsi dalle poltroncine,
il messaggio di Kreisky fosse in cima ai loro pensieri. N
che fosse chiaro. In un pur breve intervento, erano mescolati
tre concetti diversi: autodeterminazione, autonomia
di governo e autonomia amministrativa.
Secondo la lettera di Rusinow del 25 gennaio, tuttavia,
questo intervento risulta deludente s, ma anche
rassicurante. L'ala pi radicale della SVP ci vede
un appoggio a un processo che, a lungo termine, potrebbe
sfociare nella riannessione del Sudtirlo all'Austria.
I pi ottimisti ci leggono l'appoggio di Vienna
all'autonomia, cio a una provincia di Bolzano dotata
di un'assemblea e di un esecutivo propri. I pi realisti
capiscono che comunque le emergenze ora sono due:
far accedere la minoranza germanofona ai posti nella
pubblica amministrazione ed alle case popolari, che nel
frattempo sono diventate un campo di battaglia, non
solo ideologico.
Ma perch tanta vaghezza da parte di Kreisky? Torniamo
indietro di un giorno, al mercoled 28 settembre
1960.
La seduta pomeridiana dell'Assemblea generale si
 aperta alle 15.00. Ha parlato il ministro degli Esteri
italiano Antonio Segni, un democristiano che nella sua
carriera  destinato a ricoprire molti incarichi: ministro
dell'Agricoltura, della Pubblica istruzione, della Difesa,
dell'Interno, degli Esteri, sottosegretario alla presidenza
del Consiglio e infine, nel 1962, presidente della
Repubblica. Come dire, un uomo di fiducia, approvato
dall'amico americano.
Segni ha aperto il suo discorso rallegrandosi della
recente conquista dell'indipendenza da parte di molti
Paesi, a partire dalle ex colonie francesi in Africa, ma
ricordando anche la Somalia, dove il mandato italiano
si  concluso nel luglio del 1960, e l'ex Congo belga,
dove all'indomani della dichiarazione di indipendenza
sono cominciate le violenze. Purtroppo ha commentato
non tutti i popoli che auspicano l'accesso all'indipendenza
e all'autodeterminazione dei propri destini
hanno interiorizzato a dovere la superiorit del metodo
democratico.
Subito dopo, Segni ha affrontato il grande tema della
Guerra fredda, la distensione che tutti si augurano,
il disarmo che tutti propongono. Occorre tenere
conto dell'importante divario tra le forze convenzionali
dell'Est e dell'Ovest ha detto. Il disarmo nucleare, in
s desiderabile, richiede un riequilibrio delle forz convenzionali.
Musica per le orecchie degli strateghi del
Pentagono, che hanno da poco messo a punto il piano
Dropshot.
Poco prima di concludere, percorsi tutti i grandi temi
del momento, Segni ha fatto una piccola digressione su
un tema che avrei forse potuto risparmiare all'Assemblea
generale, ma che l'Italia  stata invitata a prendere
in maggiore considerazione. Mi riferisco alla questione
dell'Alto Adige.
Si pu immaginare il silenzio calato nell'immenso anfiteatro.
Provo a mettermi al posto dei delegati, l riuniti
per capire se la rivalit tra USA e URSS avrebbe portato
alla fine del mondo, nel vedersi interpellati sulle sorti di
uno sperduto fazzoletto di terra tra le Alpi.
Segni ha assicurato che l'Italia accettava di confrontarsi
l su quel tema, come proposto dall'Austria. Al tempo
stesso, per, ha fatto notare che si stava parlando di
un accordo bilaterale (il patto De Gasperi-Gruber) nel
quadro del Trattato di pace firmato dall'Italia e dai Paesi
alleati a Parigi nel 1947. Dunque la sede competente
era la Corte internazionale di giustizia, e non quell'assemblea.
Il governo italiano non ha altra scelta se non
opporsi a qualunque tentativo di trascinare sul terreno
della politica una questione che le parti, applicandosi
entrambe con buona volont, dovrebbero essere in grado
di dirimere in altro modo, nel rispetto dei princpi
enunciati nella Carta dell'ONU ha dichiarato, e ha ceduto
il podio al ministro degli Esteri afghano, Sardar
Mohamed Naim.
Ha giocato d'anticipo, e Kreisky in difesa. Non c' da
stupirsi che in sguito a quell'incontro internazionale la
situazione non cambi granch. Il 30 ottobre 1960 viene
adottata una risoluzione ONU che chiede alle due parti
di negoziare per trovare un accordo e, in caso di necessit,
di rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia.
Tutto qui.
Capisco meglio la delusione alla quale Rusinow accenna
nel suo rapporto del gennaio 1961, sottolineando
tra le altre cose che Stati Uniti e Unione Sovietica non
hanno preso posizione.
Kreisky ha cercato di internazionalizzare il problema
del Sudtirlo, ma la partita finisce zero a zero.  vero
che l'ONU ha ribadito il ruolo di potenza protettrice
dell'Austria rispetto al Sudtirlo, ma ci vorr ben altro
per cambiare le cose.
L'episodio dello scontro alle Nazioni Unite, per quanto
controllato,  la spia di uno stato di tensione tra
Austria e Italia che sembra esacerbarsi. Questa non 
una buona notizia. Sono due Paesi ad autonomia ridotta
e la sicurezza sulle loro frontiere  un problema che
non riguarda solo loro. In questo i due vicini si assomigliano
molto. Sono usciti sconfitti dalla Seconda guerra
mondiale ed hanno assunto una parte della colpa, salvo
venire perdonati quasi subito per ragioni strategiche. In
altri termini, sono servitori di uno stesso padrone, che li
ha aiutati, sostenuti, controllati e guidati per non vederli
cadere in altre mani. I poteri del dopoguerra, la DC in
Italia e la grande coalizione in Austria, sono debitori
all'amico americano. In cambio, hanno concesso carta
bianca per una serie di iniziative di Washington sui loro
territori. Tra questi c' il Brennero.
Tuttavia, il mondo, tra il 1960 e i primi mesi del 1961,
ha le sue buone ragioni per non concentrarsi sulla provincia
di Bolzano. L'Europa  in pace, ma nel resto del
pianeta i conti sono ancora aperti. Oltre ai conflitti in
Corea, in Indocina e in Algeria, gli ultimi imperi coloniali
si stanno sfaldando. Il regime comunista tiene
i suoi satelliti sotto un giogo sempre pi brutale. Alla
crisi di Berlino segue la crisi dei missili di Cuba. Senza
contare la corsa agli armamenti nucleari. Una galoppata
verso l'abisso che nessuno sembra poter fermare: n
Nikita Chruscv, succeduto a Stalin nel 1953, n il giovane
presidente americano John Kennedy, insediato alla
Casa Bianca nel gennaio del 1961. In pochi anni, i due
grandi protagonisti si sono dotati di armi capaci di annientare
il genere umano. E ora quell'arsenale sta sfuggendo
al controllo del potere politico, sia ad Ovest sia ad
Est. Nel 1946 gli Stati Uniti disponevano di nove bombe;
nell'ottobre del 1962, all'epoca della crisi dei missili
con Fidel Castro, di circa 28000 munizioni nucleari.
L'URSS, partita con qualche ritardo, con cinque ordigni
nucleari nel 1950, ne ha 1700 nell'estate del 1961,
quando Mosca decide di costruire un muro per tagliare
Berlino in due.
Come stupirsi che le sorti del Sudtirlo non mobilitino
il mondo? Quando il famoso arsenale dovr essere
utilizzato davvero, allora s che quella terra potrebbe diventare
strategica, ma in modo ben diverso da quel che
sognano gli abitanti.
Nella lettera del 25 gennaio, dopo aver accennato alla
missione di Kreisky all'ONU, Rusinow si sofferma soprattutto
su un fatto di cronaca che per qualche giorno
ha fatto versare molto inchiostro alla stampa locale: il
10 dicembre 1960, alla periferia di Bolzano, una bomba
ha distrutto alcune case popolari destinate agli italiani.
Rusinow fa una rapida rassegna di quanto la stampa
di lingua tedesca scrive sull'ancora misterioso movimento
clandestino BAS, citando in particolare l'opinione
dello Spiegel, secondo cui l'editore austriaco trentaseienne
Fritz Molden ha lavorato in segreto per mettere
insieme una banda piccola ma potente - sul modello
di Eoka, il fortunato movimento clandestino cipriota
del colonnello greco Grivas - per la futura guerra partigiana
a sud del Brennero. Dovrebbe tenersi pronta per
il "giorno X" e affrettare il ritorno del Sudtirlo all'Austria,
in caso venisse meno ogni possibilit di un accordo
pacifico con l'Italia. Fritz Molden si schermisce quietamente:
"Non giocherei mai alla guerra in modo cos
dilettantesco". La banda sarebbe composta, secondo
la rivista tedesca, da circa 320 uomini armati e addestrati,
in gran parte reclutati tra i figli minori sottoccupati
degli agricoltori di lingua tedesca. Ma Dennison
Rusinow  incline a liquidare le trame e le rivelazioni
che si intrecciano attorno al BAS come giochetti, e
conclude che non  il caso di darci troppo peso.
Stavolta, per, si sbaglia di grosso.
...
8. Passioni senza precauzioni.

Innsbruck, gennaio 1960.

Nella camera dello Speckbacher, alle porte di Innsbruck,
entra a fiotti il sole invernale. L'anno comincia bene per
Klara, nuda sul letto. Quando Konrad l'ha invitata a
pranzare con lui in quel vecchio maniero,  stato subito
chiaro che non si sarebbe trattato solo di cibo. I baci
scambiati a Bolzano, dopo la sua ultima visita al padre
di lei, non lasciavano dubbi. Si erano rivisti a Capodanno,
a una festa elegante in cui lui era stato cortese, ma
esplicito quanto bastava.
Non hai pi finito la storia del tuo viaggio a New
York dice Klara.
Konrad sorride. Gi... Abbiamo cambiato argomento
troppo in fretta!
Non troppo la ragazza si tira il lenzuolo sul seno.
Ma adesso raccontami tutto.
Che cosa vuoi sapere?
Tutto! La citt, gli americani, l'ONU!
Sono passati tre mesi. Qualche dettaglio lo avr dimenticato
ironizza Konrad.
 stato scelto da Bruno Kreisky come consigliere dopo
la sua nomina al ministero degli Esteri, nell'estate
dell'anno prima, e Klara, anche se non vuole che si noti,
ne  rimasta impressionata.
Lo scorso settembre ha accompagnato a New York il
ministro, che per la prima volta ha sollevato la questione
sudtirolese di fronte all'ONU.
La nostra delegazione alloggiava al Waldorf Astoria,
su Park Avenue. Ti avrebbe fatto impazzire!
Mi interessa di pi quello che ha detto Kreisky...
Capirai, non pu permettersi di fare la voce grossa. Si
 limitato a chiedere lo statuto autonomo per i sudtirolesi.
Ma loro non si accontentano dell'autonomia! E
stanno perdendo la pazienza.
Credi che interessi a qualcuno? I confini dell'Italia
non si toccano, e gli americani hanno ben altre gatte da
pelare.
Per esempio?
Konrad fa scivolare la mano sotto il lenzuolo e la posa
sul seno di Klara. Si china per baciarla.
Fai molte domande, tu...
S, e mi piacciono le risposte... ribatte lei restituendo
il bacio.
Allora chiedi a tuo padre...
Che cosa c'entra, adesso, mio padre? salta su Klara,
e lo respinge. Lui fa una smorfia, dandosi del cretino.
Menzionare il padre a una ragazza con cui hai appena
fatto l'amore, e con cui vorresti rifarlo, non  proprio
una gran mossa.
Ma niente... Sa molte cose pi di me, ecco tutto.
Vedi di non prendermi in giro lo ammonisce Klara,
ma subito dopo si abbandona di nuovo alle sue carezze.
Ci sar tempo per le domande, pensa.
Chiudi gli occhi le sussurra Konrad all'orecchio. Ma
nella bella camera assolata dell'hotel Speckbacher, Klara
tiene gli occhi bene aperti: vuole vedere il suo gioco.
Uscito dal cortile dell'albergo, Konrad imbocca la nazionale
per Innsbruck, poi l'elegante auto decappottabile
svolta in una stradina pi stretta che risale il fianco
della montagna.
Dove stiamo andando? domanda Klara. Quella
mattina lui ha insistito per alzarsi presto e l'ha invitata a
coprirsi bene.
Ogni promessa  debito. Ho una sorpresa per te.
Per i servigi resi? ironizza lei, che subito si pente
di quel cinismo.
Ti porto in un posto segreto. Konrad ignora la
frecciata. Ma non dovrai parlarne con nessuno...
Neppure con mio padre?
Soprattutto con tuo padre. Franz  convinto che
Klara sia ospite di un'amica ad Innsbruck, ed  meglio
che continui a crederlo.
La vettura grigio metallizzato divora senza sforzo i
tornanti. A un certo punto Konrad indica una grande
distesa ghiacciata tra due picchi scoscesi. L'Achensee
dice il fiordo delle Alpi!
Non ci ero mai venuta. Potevo portare i pattini
commenta Klara.
Non c' tempo. Devo rientrare a Innsbruck questo
pomeriggio.
Abbandonano la strada principale per imboccare un
sentiero che corre attraverso il bosco. A giudicare dalle
tracce, dalla neve pressata,  piuttosto frequentato.
Konrad parcheggia accanto a un'alta cancellata di ferro
parzialmente nascosta dagli alberi.
In una garitta, un uomo si riscalda le mani su un braciere
a carbonella. Indossa un giaccone imbottito da
cacciatore con un cappuccio di lana grezza. Porta una
mitraglietta a tracolla.
Ma in che razza di posto siamo? domanda Klara
aggrappandosi al braccio di Konrad. L'aria  immobile
e minacciosa.
La sentinella saluta con un cenno e aziona l'apertura
elettrica, dando loro accesso a un ampio spiazzo.
Da nessuna parte. Questo posto non esiste. A volte
ci trovi uno dei tuoi amici sudtirolesi, ma se domandi
loro di Absam o dell'Achensee, ti diranno che non ne
hanno mai sentito parlare. La accompagna verso una
specie di baita. Sul retro c' un poligono di tiro, ma
adesso  caduta troppa neve per sparare spiega.
Oltrepassato l'ingresso, entrano in un grande stanzone
trasformato in officina. Ai muri sono appesi utensili
e materiali da elettricista. Quattro banconi con luci potenti,
morse e seghe circolari.
Al lavoro dice Konrad. I segreti dell'amore non ti
bastavano, vero? Eccone degli altri... Con pochi gesti
rapidi posa su uno dei banconi delle batterie, dei fili,
delle resistenze elettriche ed un paio di orologi a buon
mercato. Con questa roba ci si fa un detonatore. Lo
colleghi alla dinamite e bum... fai saltare tutto per aria!
L per l lei non sa che cosa dire, le sembra impossibile.
Lo guarda con un rispetto nuovo e lui gonfia il petto.
Osserva, e fai come me.
Si danno da fare per un'ora buona. Klara impara in
fretta a collegare il meccanismo dell'orologio alla batteria,
a creare il contatto per arroventare i fili dell'innesco che
accender la miccia conficcata nella carica di dinamite.
Un gioco da ragazzi dice alla fine, ma ha le vene
piene di adrenalina. Per... guarda l'ordigno che ha
assemblato e all'improvviso si rende conto. Vuoi dirmi
che questa  destinata ad esplodere? Le sembra tutto
cos assurdo.
Certo,  una bomba Konrad le d un buffetto,
come a una bambina. Non preoccuparti, quel giorno tu
non sarai nei paraggi.
Ma perch far saltare tutto? A che serve, se tanto
nessuno ha intenzione di cambiare niente?
Le bombe fanno il gioco di tutti riassume lui.
Mettono tutti tranquilli.
Tranquilli? Le bombe?
I nordtirolesi sono tranquilli perch tessono le loro
trame, i sudtirolesi perch qualcuno si occupa di loro, gli
italiani perch hanno un buon motivo per mandare l'esercito
sul confine enumera Konrad. E gli americani...
E gli americani? incalza lei.
Questo te lo dir tuo padre e stavolta il tono di lui
non ammette repliche. Torniamo alla macchina.
Oggi hai fabbricato la tua prima bomba e direi che deve
bastare.
Il giorno dopo Klara  sul treno per Bolzano. Nella valigia
c' un pacchetto che le ha affidato Konrad, ma lei lo
ha infilato tra i vestiti e subito dimenticato. Continua a
rivivere nella mente le scene di dolcezza e passione che
ha vissuto con lui, e ha la sensazione che quei momenti
d'amore le si leggano sul viso. E se anche fosse? Guarda
i doganieri quasi con aria di sfida, mentre porge loro il
passaporto.
 sua quella valigia? chiede uno degli italiani.
S conferma lei, e il vago rossore che le si diffonde
sulle guance le conquista la simpatia del giovane militare.
Benissimo, grazie annuisce lui, restituendole il documento
con un grande sorriso. Passa oltre con un filo
di rimpianto. Queste austriache, pensa, non si fanno
mancare nulla.
...
9. Una cocente delusione.

Bolzano, Montan e Pinzn, estate 1960.

Uno, due, tre.
Scattando all'unisono, Max e Peter fanno la verticale,
sollevandosi sulle mani. Sono in camicia e pantaloncini
sportivi. Intorno a loro libri aperti, dispense e quaderni
pieni di appunti. L'esame di maturit  alle porte, ma loro
si sentono preparati. La finestra  spalancata, la vita
brulica qualche piano sotto, in piazza Walther.
Pi a lungo resti in questa posizione, pi a lungo il
tuo cervello  irrorato spiega Peter, che ha inventato
quel gioco. E pi il cervello  pieno di sangue, meglio
ricorda le declinazioni latine, le equazioni, le date della
Prima guerra mondiale ed i versi di Schiller!
 la teoria pi cretina che abbia mai sentito ride
Max. Vorrebbe che quelle giornate non finissero mai.
Ancora un mese ed  fatta lo incoraggia l'amico,
rimettendosi in piedi.
Poco ma sicuro Max prende posto sul suo prediletto
davanzale.
Avanti, tra poche settimane saremo liberi... all'universit
Peter picchia il pugno sul letto.
Finalmente potremo andarcene di qui, partire, vivere!
grida l'altro nell'aria leggera di maggio. Ma nella
sua voce c' una chiara nota stonata.
Ma tu davvero pensi di riuscire a lasciarti tutto alle
spalle?
Tutto cosa? Max si volta di scatto.
I terreni, la casa... le propriet di famiglia. Dopotutto
 roba tua!
Lo so bene, e mio padre me la fa pagare a caro prezzo.
Ma io non sono come lui. Non voglio essere come lui!
All'improvviso la voce di zia Sissi attraversa le pareti.
Il tono  urgente. Max! Max! Vieni qui!
Che succede?
Hanno arrestato Eichmann! scandisce lei.
Quel nome  cos incongruo nel dolce pomeriggio di
Bolzano che i due ragazzi ci mettono un po' a capire.
Quando entrano in salotto, per, hanno avuto il tempo
di ricordare. Adolf Eichmann il carnefice, l'uomo della
soluzione finale, dei campi, delle camere a gas. Adolf
Eichmann, che nel 1950 si  imbarcato per l'Argentina
dal porto di Genova sotto le mentite spoglie di Ricardo
Klement.
Chi? Chi lo ha arrestato? domanda Max, sedendosi
ai piedi della zia e prendendole una mano.
Gli israeliani. La radio ha detto che hanno ritrovato
Eichmann in Argentina e che lo hanno preso vivo. Verr
processato in Israele.
Nessuno sentir la sua mancanza commenta Peter.
E gli altri ancora in giro dormiranno un po' peggio.
Per non parlare di chi lo ha aiutato a fuggire
aggiunge Max.
Si tratta di un bel po' di gente ribatte zia Sissi,
spegnendo la radio. Non bisogna essere ipocriti.
Eichmann non  il solo. Mengele. Bormann. E altri
ancora...
Tutti sani e salvi all'estero, grazie a tanta brava gente.
Anche di qui conclude il nipote. Magari insospettabili...
Magari parenti...
Zia Sissi capisce subito e scuote la testa.
No, Max. Puoi rimproverare tante cose a tuo padre,
ma non questa. Non ne avrebbe mai avuto il fegato!
E tu? chiede Max a bruciapelo.
Io? Zia Sissi ha un momento di esitazione e la risposta
le passa negli occhi. Io ho sognato una grande
Germania. Di quel sogno ci restano solo rovine. E questo
 tutto si limita a dire. Si accende una sigaretta e tira
una lunga boccata: Un giorno per dovrai chiedere
a tuo padre come ne  uscito senza un graffio, questo s.
I fascisti, poi i nazisti, poi gli americani... Una bella impresa,
ritrovarsi a ogni giro pi ricco.
Max ha l'impressione che abbia cambiato argomento
di proposito, ma glielo lascia fare.
Spigati meglio la incalza.
No! Non ho niente da aggiungere. Sissi scuote il capo
con rabbia. Un giorno ne parlerai con lui, e forse trover
anche il coraggio di risponderti... Ci sono i grandi
criminali, e poi ci sono i piccoli vigliacchi. Sono i secondi
quelli che sopravvivono meglio. Anche alla sconfitta,
anche alla vergogna. Ma ho gi parlato troppo, filate!
I due giovani si ritrovano in camera da letto stupiti:
zia Sissi  davvero di pessimo umore oggi.
Cos' questa storia di tuo padre? chiede Peter.
Non ne ho la pi pallida idea. Max fruga sulla scrivania
alla ricerca dell'accendino, e una pila di foto in
bianco e nero scivola sparpagliandosi sul piano di legno.
Toh, guarda. Volevo fartela vedere gi da un pezzo, ma
mi sono sempre dimenticato. L'ho fatta un sacco di tempo
fa... dice porgendone una all'amico.
L'istantanea, scattata con il teleobiettivo da quella
stessa finestra, mostra Klara in compagnia di un giovane
uomo con il cappello. Ha il viso sollevato a ricevere
il suo bacio.
Lo immaginavo, che avesse qualcuno. Non sono mica
scemo. Peter la butta sul pavimento. Si stufer di
lei, come io mi sono stufato di Emma.
Giusto annuisce Max con leggerezza. Vedrai quante
ragazze ci saranno all'universit!
Una volta tanto il padre di Max gli ha lasciato carta bianca.
 il mio, di compleanno ha detto il ragazzo e non voglio
ritrovarmi con una parata di Schtzen. Ha scelto il primo
sabato dopo l'uscita dei risultati della maturit. I bocciati
hanno avuto il tempo di ingoiare il rospo. Gli altri non
chiedono di meglio che bere e ballare fino all'alba. Max
ha ingaggiato una orchestrina di Merano, dei ragazzi che
fanno gli americani. Indossano giubbotti di pelle e jeans
attillati e suonano pezzi di Elvis Presley e Chuck Berry,
urlando nei microfoni versi in un inglese improvvisato.
Sono venuti i compagni di liceo, altri che n Peter n
Max hanno mai visto e tante ragazze graziose in camicette
leggre, gonne a pois o abitini estivi come quelli di
Audrey Hepburn. Non mancano neppure i compagni di
boxe. Nessuno vuole perdersi quella festa.
Nell'aria aleggia il profumo della carne alla griglia
misto alle risate delle invitate. Le amiche delle sorelle
di Max fumano sui divanetti disposti attorno alla pista
da ballo improvvisata in giardino, scegliendo pigramente
le loro prede. Peter si  seduto in veranda, un po' in
disparte. Klara lo raggiunge, scioglie il foulard che ha
attorno al collo e si tampona la fronte.
Il fidanzato lo hai lasciato a casa? domanda Peter.
Non farmi pentire di essere venuta ribatte lei, che
pur di non mancare ha interrotto le vacanze a Innsbruck.
Non litigate, voi due interviene Max, unendosi a
loro. Presto ci ritroveremo tutti a Innsbruck.
Con Emma ho chiuso, comunque... continua Peter
senza ascoltarlo.
Non mi dire. Faranno la fila alla tua porta per
consolarti.
Non ne ho nessun bisogno.
Max fa saltare il tappo di una bottiglia di champagne
e la tende a Klara. Senza bicchieri.
Magari puoi aiutarmi a trovare una stanza ad Innsbruck
dice Peter. Qualcosa di poco costoso. E poi mi
servir un lavoro. Posso fare il cameriere...
Ma che dici? Staremo dai miei parenti interviene
Max.
Max! Ti pare che potrei vivere a scrocco da voi?
Cosa direbbero i tuoi, a vedersi piombare a casa uno
sconosciuto?
Io non credo che si stupirebbero... scherza Klara,
e Max le lancia un'occhiataccia.
Potremmo affittare un appartamento con tre stanze,
cos poi tra un anno vieni anche tu... fantastica Peter,
reso leggero dalle bollicine.
Una specie di mnage  trois, insomma risponde
Klara con aria disinvolta. Peccato che io a Innsbruck
abbia gi una casa, e bella grande.
E allora ospitalo tu, Peter. Non credo che i tuoi si
stupirebbero... Max restituisce colpo su colpo.
Chiss di cosa si stupirebbero i miei... si rabbuia
lei all'improvviso. Ma davvero volete andare a studiare
all'universit? Lontano da qui? Da quello che si sta
preparando?
E cosa si starebbe preparando? chiede Peter con
dolcezza cingendole la vita. Lei respinge quel braccio
balzando in piedi, beve un ultimo sorso.
Non sapete niente, voi. Andiamo a ballare, dai! e
corre via, lasciando i due a guardarsi perplessi.
Gli ultimi villeggianti indugiano ancora nella sala da
pranzo della pensione, come gli stagionali che servono
ai tavoli sotto l'occhio vigile di Clothilde. Quella sera,
per, Peter ha un solo pensiero: la televisione. Il piccolo
schermo in bianco e nero che sua madre ha fatto montare
sopra il bancone. Dal 25 agosto, nella Stube, non
c' mai un posto libero. Sono iniziati i giochi olimpici
di Roma, trasmessi in diretta. La tele attira i clienti e
mette tutti d'accordo. Per gli italiani quella tornata di
gare  un bel regalo: sono i primi tra gli sconfitti a organizzare
un evento che simboleggia la pace. Un onore
immeritato, secondo molti da quelle parti.
Quella sera Peter segue le finali di boxe. Gli ultimi
incontri lo hanno ipnotizzato. A dominare il ring sono
i pugili neri che combattono per gli Stati Uniti. Stanno
facendo man bassa di medaglie nelle categorie pi prestigiose.
E lui si appassiona in particolare alle gesta di
un atleta che non ha mai sentito nominare. Cassius Clay,
diciotto anni appena, ottanta chili di muscoli e scatto.
Combatte con un polacco che sembra sopraffatto da
quel funambolo che danza, provoca, schiva.
Impressionante commenta Hermann al bancone.
Quel tipo  fenomenale. Devo cambiare le foto in
camera mia.
Se ho capito bene, vuoi cambiare camera, piuttosto
osserva Hermann.
Partiamo a fine mese conferma Peter. Max ha dei
parenti a Innsbruck. Ci affittano un appartamento,
facciamo a met.
Il ritmo, sul ring,  mozzafiato. Tre riprese da due
minuti ciascuna. Finale ai punti. Con il suo allungo e
quei colpi rapidi e potenti, il pugile nero venuto da lontano
afferma la sua superiorit. Il polacco  bravo, ma
non ha scampo. Cassius Clay, il ragazzino del Kentucky
con il nome da antico romano,  entrato nella leggenda:
medaglia d'oro.  nata una stella, titoleranno i giornali
all'indomani.
Peter esce per fumare una sigaretta nella notte appena
fresca. Riconosce il profumo di sua madre. Sa che
da giorni deve dirgli qualcosa di importante, ma con la
pensione sempre piena, i clienti esigenti, non ha mai un
minuto per se stessa, e neppure per suo figlio.
Devo parlarti. Nel buio, Peter intravvede appena
la sua figura, ma sente con chiarezza il pianto nella
voce.
Che cosa  successo?
Peter, mi dispiace. Mi dispiace tantissimo, ma dovrai
rinunciare a Innsbruck le parole escono a fatica,
anche se Katharina le butta fuori tutte d'un fiato.
Come sarebbe a dire? Intendi l'universit? lui spegne
il mozzicone. All'improvviso la notte non  pi dolce,
gli uccellini tacciono, nel cortile della Gasthaus  calato
il gelo.
S, Peter, ho bisogno di te qui. I soldi non bastano
mormora Katharina.
Quali soldi, mamma? Non avr quasi spese. Vado a
vivere da Max, trover un lavoro, esistono perfino delle
borse di studio per i giovani sudtirolesi! cerca di difendersi,
ma  disarmato e lo sa. Come il polacco di fronte
al nero dagli occhi di avvoltoio.
Lo so, so tutto, ma non puoi andare. Non puoi lasciarmi
da sola alla pensione. Non ho pi un soldo.
Ciascuna di quelle parole lo colpisce allo stomaco, mozzandogli
il respiro. Sente le gambe cedere. Non pu lottare
contro sua madre.
Ma come? La stagione  stata ottima, mi hai detto
tu stessa che avevamo risparmiato qualcosa per l'universit
azzarda, quasi timido. In realt sente la rabbia
ribollirgli dentro.
Le cose sono cambiate. Ho dovuto pagare dei debiti
che pensavo di poter dilazionare. E dovr rimandare a
casa il personale. Avr bisogno del tuo aiuto.
Ma  assurdo. Era gi tutto deciso! Dovevo andare,
studiare all'universit, andarmene da qui! Dimmi la
verit, che cosa  successo davvero? Che cosa  cambiato?
Peter alza la voce.
Katharina si avvicina e lo abbraccia. Il suo ragazzo
che crede di essere un uomo ma non lo .  riuscita a
proteggerlo, fino a ora, dalla verit.
Non lasciarmi sola, Peter. Non andartene. Non posso
cavarmela da sola.
Ma di che cosa stai parlando? La pensione va a gonfie
vele, c' il pieno di clienti, Innsbruck  a tre ore di
treno! Ma sa di avere gi perso. Barcolla, come un pugile
suonato.  per via di mio padre sospira infine.
Hai paura che io non torni pi.
Forse  cos risponde Katharina. Si asciuga le lacrime
e con la coda dell'occhio vede Hermann che 
sbucato dalla porta della Stube. Ha sentito tutto. Gli
occhi sono duri e vuoti, occhi di soldato. Carichi di
rimprovero.
Nella notte Max ha sentito un richiamo salire fino alla
sua finestra. C'era Peter sotto casa sua, in sella alla Zndapp.
In lacrime. Vento, tristezza.  salito, Max gli ha
versato un grande bicchiere di bourbon. E gli ha detto
tutto.
Racconta balle, poco ma sicuro! Ma perch? Che
cosa sta cercando di nascondere? ripeteva. Beveva,
biascicava sempre di pi. Max lo ha aiutato ad allungarsi
sul letto, dove l'amico  subito crollato nel sonno
dei disperati, poi si  seduto sul davanzale per riflettere.
Si vergogna del sollievo che prova. La Provvidenza
lo ha liberato da una scelta difficile. Non lo ha mai attratto
l'idea di studiare a Innsbruck. Suo padre ci tiene,
all'erede laureato, ma a lui non interessa. Ha l'impressione
di avere altro da fare, qui, a casa sua. Ha l'impressione
che presto la Storia comincer a correre veloce tra
le montagne, e non vuole essere altrove quando accadr.
Peter non sarebbe mai partito da solo, e Max non
voleva perderlo. Ora il campo  libero, grazie a Katharina.
Resteranno entrambi. Con Klara, bella e consapevole,
che sa pi cose di quante non ne dica. Non sapete
niente voi ha detto. E ha ragione, pensa Max. Ma i segreti
si possono scoprire.
Infila un foglio nella macchina da scrivere, una
Smith Corona portatile che zia Sissi gli ha regalato in
vista dell'universit. Anche lei per  contraria, disperata
all'idea di separarsi dal nipote, spaventata all'idea di
morire sola in casa con la governante. Idea irrazionale:
zia Sissi ha una salute di ferro.
Max inghiotte un sorso di bourbon, guarda fuori dalla
finestra. Non ha mai amato tanto quell'angolo di cielo.
Le stelle non si vedono per le luci della piazza ma
sono appena l dietro, a centinaia. Comincia a scrivere.
Kurt. Niente Caro pap: gi da un pezzo il cuore
non parla pi cos.
Ho deciso di rinunciare all'universit di Innsbruck
e agli studi ai quali mi destinavi. Sono convinto che
si tratti di una perdita di tempo. La vita si impara
giorno dopo giorno, nelle gioie e nei dolori. Non
nelle aule universitarie o nelle biblioteche di istituzioni
antidiluviane che non sono mai state all'altezza
delle sfide della Storia. Le disgrazie che per decenni
sono piovute sulla nostra Heimat sono anche
colpa di chi l'ha sempre governata. Una borghesia
che attinge le proprie risorse da una vilt senza limiti,
e si  mostrata capace di ogni tradimento e di
ogni compromesso. E che si forma nelle scuole che
io mi rifiuto di frequentare. Prender una via diversa,
e quel cammino comincia stasera.
Maximilian.
Forse un po' troppo magniloquente, si dice scendendo
le scale a grandi passi. Ma l'occasione va colta al volo,
la rottura deve essere chiara, e comunque  stato il
bourbon a dettare.
Peter ha lasciato la Zndapp davanti alla porta.  un
mezzo pesante, ma facile da guidare. La strada  sgombra,
la polizia  rinchiusa nelle sue caserme, o impegnata
a pattugliare i quartieri italiani. Max guida piano per
non svegliare i bravi cittadini di Montan. Parcheggia
nel fienile, dietro alla grande dimora che da generazioni
ospita la sua famiglia. I cani lo accolgono
scodinzolando.
Entra senza far rumore dalla porta di servizio e attraversa
la cucina. Poi risale la scalinata di pietra che
conduce a un ampio pianerottolo.  l che attendono
sempre i visitatori di suo padre, venuti a mendicare un
favore o a proporre un affare. Spinge la porta dell'ufficio.
Oltre ai ritratti di famiglia, da alcuni anni Kurt ha
preso l'abitudine di appendere anche delle fotografie
che illustrano momenti importanti della sua vita. Ormai
 un uomo pubblico, un pilastro della societ. Non un
politico, questo no, e niente uniformi. Ma uno che conta,
e con il quale si fanno i conti. Perch sono i soldi a
fare e disfare le alleanze. Ripete spesso che da un pezzo
non c' pi nessun governo: n a Vienna, n a Roma, e
meno che mai a Trento o Bolzano. Ai consigli di amministrazione
spetta decidere chi reciter il copione della
politica.
Si siede alla scrivania di suo padre. Posa la busta sul
ripiano, in evidenza, contro la tabacchiera d'argento a
cui Kurt attinge ogni mattina per caricare la pipa. Prova
ad aprire i cassetti, sono chiusi a chiave. Ma lui conosce
il segreto: basta socchiudere quello centrale per far
emergere due piccole leve che sbloccano quelli laterali.
Max non cerca niente di speciale. Vuole soltanto lasciare
una traccia del suo passaggio. Fargli capire che non
ha pi paura di lui. Che pu violare il suo santuario e
non teme la sua ira.
Nel primo cassetto di destra ci sono alcune vecchie
lettere indirizzate alle sue sorelle. Una busta color marrone,
pi vecchia ancora delle altre, senza nomi, senza
indirizzi e ancora sigillata sembra pi interessante.
Appare vuota, se non per un piccolo astuccio di cartone
che Max sente sotto i polpastrelli, attraverso la carta.
Esita, poi se la infila in tasca. Richiude tutto. Si alza e
se ne va.
Non si  mai sentito cos libero.
...
10. Piani di guerra.

Bolzano e Roma, estate 1960.

Peter ha chiamato Klara e ha chiesto di vederla. Lei ha
capito dalla voce che c' in ballo qualcosa di grave. Ha
davvero bisogno di lei, non  una richiesta di appuntamento
come le altre.
Sei a casa di Max?
S.
Va bene, passo in tarda mattinata, vi porto delle cose.
Che cosa? Peter  ancora stordito dalla tristezza di
quella notte e dai fumi del bourbon.
Vedrai. Arrivo.
Klara suona il campanello; quando lui va ad aprire,
non fa in tempo a salutarlo. La afferra per le braccia e
preme le labbra sulle sue, con foga. Lei lo lascia fare,
presa da una vertigine.  la prima volta che la bacia, 
un bacio inatteso, e pi conturbante di quanto pensasse.
Il ragazzo innocuo che la adora da anni non  poi cos
innocuo.
Lo respinge, un po' affannata.
Aspetta dice.
Aspettare che cosa? chiede lui con rabbia.  stufo
di rispettare i desideri di tutti. Da sua madre in gi. Fa
per bloccare Klara, ma lei sguscia dalla sua presa.
Sono ancora fidanzata gli ricorda precedendolo in
camera di Max.
Quello dei tre giovani  un vero e proprio consiglio
di guerra. Hanno una strategia da decidere e riguarda
la vita di Peter. Ma anche quella di Max. Vogliono cominciare
subito a organizzarsi. Trovare un lavoro. Vivere
entrambi da Sissi.
Ascoltami... devi tornare alla pensione suggerisce
Klara. Peter la guarda senza capire. Devi stare vicino
a tua madre. Rinunciare all'universit non  la fine del
mondo, ma rinunciare alla propria madre... non  possibile.
Soprattutto per te.
Ma mi ha mentito. Ha detto che aveva dei soldi da
parte. Per me. Per aiutarmi a partire, per pagarmi gli
studi...
Si vede che  successo qualcosa. I soldi non ci sono
pi, se ci fossero te li darebbe. Sono diciotto anni che
paga per te.
Peter sa bene che Klara ha ragione, ma non  ancora
pronto a rinunciare al suo sogno.
Facile per te parlare ribatte con amarezza. Non
servi ai tavoli da tutta una vita. Il paparino i soldi non
te li fa certo mancare. E anche il fidanzato  generoso,
scommetto.
Mi stai dando della mantenuta? chiede lei. Peter
sente l'acciaio nella sua voce e capisce che  meglio non
andare oltre.
Sto solo dicendo che tu ci andrai, a Innsbruck
brontola. L'anno prossimo, dopo la maturit.
Non  detto la ragazza parla lentamente. Non 
detto proprio per nulla. Guarda i due amici chiedendosi
se si pu fidare. Poi apre la pesante borsa di tela
che ha con s e comincia a tirarne fuori degli oggetti,
che dispone sulla scrivania. Orologi, batterie, fili elettrici,
micce, detonatori.
Manca solo l'esplosivo spiega come se niente fosse.
Quello, per, ve lo procurate da Hermann o da qualcun
altro. Ne arrivano dei chili dall'Austria ogni
settimana.
Questo lo sappiamo anche noi ribatte Max, lo
sguardo calamitato da quegli oggetti.
Bene, allora adesso vi spiego come si fa... questa
cosa. Che strano, non ha problemi a costruirla ma non
riesce ancora a chiamarla con il suo nome. La bomba.
E poi? dice Max.
Poi saremo noi a decidere. Ma nel frattempo niente
colpi di testa, niente stranezze. Peter da sua madre, tu
da tuo padre.
Col cavolo ribatte Max. Se tornassi da mio padre,
quello s che sembrerebbe strano, credimi aggiunge.
Forse hai ragione Klara fa una smorfia.
Non prendertela, non puoi averla sempre e solo tu.
Ma che cosa vuoi fare? domanda Peter, un po'
lamentoso.
Vuole che facciamo sul serio e Max sorride a Klara.
Un sorriso vero, radioso. Lei spalanca gli occhi, non si era
mai resa conto di quanto fosse bello. Che spreco, pensa.
Da parte sua, Max la fissa con un interesse nuovo. La
ragazza ha pi fegato di loro due messi insieme.
Ma tu con chi stai? le chiede, quasi sottovoce. Sa
benissimo che a Innsbruck ci sono attivisti che lavorano
per la liberazione del Sudtirlo, ma Klara non gli sembra
il tipo dell'idealista.
Io sto con quelli che hanno gi vinto. E non occorre
la laurea per capire chi sono risponde lei.

Umberto saluta le guardie che piantonano la porta
del Viminale, a Roma. Il turno di notte al ministero
dell'Interno non deve essere molto piacevole. Si accende
una sigaretta e inspira una boccata di aria afosa.
Odia il mese di settembre. Lo riporta ogni volta ad un
altro tempo, su un'isola dove le notti erano calde, come
quella sera, ma molto pi dolci.
Imbocca la strada in discesa che porta a piazza Barberini.
Le Olimpiadi si sono chiuse da una settimana:
Le Olimpiadi della pace, hanno titolato i giornali. Come
se fosse lo sport a decidere la pace e la guerra. L'Unione
Sovietica ha fatto il pieno, con 103 medaglie. Gli Stati
Uniti ne hanno vinte 71, l'Italia 36. Umberto attraversa
via del Quirinale e alza gli occhi sul ministero della Difesa.
Alcune finestre sono ancora illuminate. Anche qui
si lavora fino a tardi.  in quegli uffici, come nel suo,
che si fanno la pace e la guerra.
Accende un'altra sigaretta con il mozzicone della
precedente. Dovrebbe smettere e lo sa, ma non ha alcun
motivo per abbandonare il vizio. Incrocia gruppi di
persone con il sorriso sulle labbra. Di che cosa staranno
parlando? Degli atleti che hanno fatto esultare il popolo?
Ciascuno ha gli eroi che pu permettersi. Quelli di
Umberto sono tutti morti, per quel che pu ricordare. E
un sacco se li  dimenticati, ed  meglio cos.
Arriva nella piazza.  il solo a portare la giacca, in
quella notte romana. Una vecchia abitudine da poliziotto:
serve a coprire la fondina con la Beretta M34. Tanto
per lui il caldo non  una novit. In Sicilia nessuno ci
badava pi di tanto. Anche a Cefalonia non ci si
lamentava.
Gli occhi neri scrutano l'andirivieni dei passanti, le
file di auto e di taxi. Si passa una mano tra i capelli corti
e socchiude la porta dell'hotel Bernini. Va tutto bene.
Attraversa l'atrio e si dirige verso il bar. Si siede su
una poltroncina di cuoio di fronte a un altro uomo che,
come lui, sembra indifferente alla temperatura. Ordina
una birra italiana.
Sempre con quel whisky da americano osserva sollevando
il bicchiere.
Cattive amicizie ribatte l'uomo bevendo un sorso.
Per me? domanda Umberto accennando con il
mento a un fascicolo grigio posato sul tavolino.
Anche Giovanni, il suo interlocutore, come lui, ha
fatto la guerra dalla parte giusta. Ha scelto i vincitori gi
nel 1942, prima di chiunque altro. All'epoca gli americani
erano appena sbarcati in Algeria e in Marocco. La
Tunisia, con le sue guarnigioni italiane e tedesche era
stretta in una morsa, ma secondo la propaganda italiana
la battaglia si poteva ancora vincere. Ci volevano intito
e coraggio per cambiare bandiera di quei tempi. Eppure
in un piovoso giorno di dicembre del 1942, in un minuscolo
comune a duecentocinquanta chilometri a sud di
Tunisi, Meknassy, Giovanni e i suoi uomini hanno scelto
di defezionare. Lui ha offerto i suoi servigi a un reggimento
della Big Red One, la prima divisione di fanteria
americana. Era una scommessa azzardata, e non avrebbe
pagato subito. Gli Alleati sarebbero arrivati a Roma
solo il 5 giugno 1944, facendo tirare a Giovanni il primo
sospiro di sollievo in tanti anni.
Il giorno dopo, il 6 giugno, sarebbero sbarcati in Normandia
e la Liberazione di Roma sarebbe passata in secondo
piano. Meglio cos. A quelli come Giovanni piace
la discrezione.  la condizione per rendersi davvero
indispensabili.
Umberto apre il fascicolo.
Bolzano? Da quando ci sono i comunisti a Bolzano?
Non ci sono. Ma tanto non ci vai per i comunisti.
Per la storia delle bombe? Ma sono dei dilettanti...
Dici bene. Dei pivelli. Li abbiamo infiltrati senza
problemi. Vedrai, nel fascicolo c' perfino un rapporto
di qualche giorno fa. Una riunione a Innsbruck. Bolle in
pentola qualcosa di grosso...
E si interviene?
No, per il momento no. Fanno il nostro gioco.
E quale gioco sarebbe?
Leggi il fascicolo e capirai. La situazione deve restare
sotto controllo, tutto qui. La corrente deve andare
dove diciamo noi.
Ma senza interrompersi commenta Umberto.
Esatto annuisce Giovanni, stirando le labbra sottili
in un sorriso. Soprattutto perch interessa anche gli
amici di qualche numero civico pi in su.
E accenna, se ce ne fosse bisogno, in direzione di via
Veneto, dove sorge palazzo Margherita, sede dell'ambasciata
statunitense.
...
11. Niente  come appare.

Fritz Molden? Era un caro amico di famiglia, con il
figlio ci frequentiamo ancora. Herlinde Molling sorride,
ricordando il vecchio patriota. L'uomo che lega,
come un filo rosso, la resistenza austriaca durante la
Seconda guerra mondiale, gli americani arrivati a liberare
l'Europa e i simpatizzanti della causa sudtirolese in
Nord Tirlo. Questa professoressa di Storia dell'arte,
colta e gradevole,  una delle poche donne che, all'epoca
di cui stiamo raccontando, si trovarono, o meglio si
collocarono, al centro degli eventi.  stata coinvolta in
prima persona nell'organizzazione della Notte dei Fuochi
e di altri attentati in Sudtirlo.
Sta calando una gelida, azzurra sera d'inverno su
Innsbruck. Vedo il cielo fiammeggiare nel tramonto, dal
salottino all'ultimo piano della grande casa di Herlinde
e Klaudius Molling, nel pi bel quartiere residenziale
del capoluogo del Tirlo austriaco. Circondata da un
giardino che sale in un ripido pendio, come un castello
difeso dal suo fossato, la dimora dei Molling domina il
centro cittadino. Dal terrazzo riparato dal tetto di legno
a punta, la vista spazia su uno sfondo di montagne
innevate. Quando sono arrivata, assieme a mio marito
Jacques, non potevano non colpirmi i quattro teschi disposti
a mo' di decorazione sul ripiano subito sotto il
tetto: uno era chiaramente quello di un cane, ma gli altri
tre erano umani. Vengono dal terreno su cui sorgeva il
vecchio cimitero della peste ci ha spiegato Klaudius,
un apprezzato scultore, come se niente fosse. Questo
 il teschio di un alto prelato ha illustrato, indicando
un cranio dalla calotta alta e capiente. Questo era un
contadino ha proseguito sfiorando il secondo, piatto e
schiacciato. E questa era una ragazza ha concluso indicando
il pi piccolo. Interessante, no?
Suona un po' lombrosiano e alquanto macabro. Di
sicuro Klaudius Molling  l'uomo delle certezze. Sua
moglie, ancora oggi a ottantatr anni una bella donna,
ci offre t, biscotti e dolci che non possono mai mancare,
da queste parti, quando si riceve nella stagione delle
feste natalizie. Jacques si siede ed alza gli occhi a guardare
la colomba di legno dipinto al centro del soffitto,
un raffinato pezzo di arte religiosa, tipicamente tirolese.
Non  la prima volta, nelle nostre interviste, che ci
troviamo sovrastati dall'effigie dello Spirito Santo, e da
buon francese laico rimane perplesso. Ma la religione 
importante quass, e ogni casa  una foresta di simboli.
La storia che Herlinde e Klaudius Molling hanno da
raccontarci suona ben pi incongrua della colomba. Gli
ottantenni in splendida forma, curati e sorridenti che
siedono di fronte a noi sono davvero due protagonisti
degli anni delle bombe? Lei ci guarda con sereni occhi
verde-azzurri che sembrano incapaci di mentire; lui ride
spesso, gioviale, aperto. Una coppia della buona borghesia
di Innsbruck, che all'inizio degli anni Sessanta
cominci a occuparsi dell'autonomia sudtirolese come
fecero in tanti. Per sposare una causa politica, per sentirsi
attivi, per fare qualcosa. Cos almeno dicono.
Mio padre Hans era un acceso sostenitore della
causa racconta lei. Sua madre Elisabeth, che lui amava
molto, era sudtirolese. Fin dal primo dopoguerra,
la famiglia  in contatto con i gruppi di attivisti che
a Innsbruck sostengono la riunificazione del Tirlo.
Herlinde ed il marito aiutano a stampare e distribuire i
volantini per le manifestazioni. Ma i giovani, si sa, si entusiasmano
facilmente, e cos cominciano i primi incidenti
con la polizia.
Ricordo quando andammo a scrivere sui muri, in
citt: SDTIRL! SDTIRL! Prendemmo una multa... E
ce la pag uno dei poliziotti. Anche lui era un simpatizzante.
Siamo nel 1957: i due si scambiano uno sguardo,
come a meravigliarsi che siano passati sessant'anni, da
quelle parole proibite.
Ma a quel punto avevamo capito che Vienna non
avrebbe fatto nulla per il Tirlo, e che la scritta sarebbe
dovuta essere: LOS VON WIEN! aggiunge lei. Staccarsi
da Vienna, non solo da Roma. La loro posizione si sta
radicalizzando, mentre il gioco politico si fa pi complesso:
il Sudtirlo sogna la secessione, ma qualcuno a
Innsbruck sogna un Tirlo unito, indipendente dai due
Stati nazionali, Italia e Austria.
Solo dieci anni dopo la fine di un conflitto devastante,
tendenze del genere su una frontiera cos strategica
non lasciano tranquilli gli amici di Washington. Herlinde
conferma:  chiaro che all'inizio degli anni Sessanta
dietro ai fenomeni di rivolta c'erano gli americani, e
Molden e altri non si sono tirati indietro. Non ho studiato
di preciso questi aspetti, ma alla base c'era l'anticomunismo:
la paura che il comunismo trionfasse in Italia
era forte e cos si appoggiavano i movimenti capaci di
contrastarlo.
La NATO temeva la minaccia ai territori dell'Europa
centrale aggiunge Klaudius e forse non si riteneva
opportuno che l'area neutrale che era l'Austria diventasse
ancora pi grande.
Qui, per, le loro confidenze sul ruolo degli ex liberatori
si interrompono di colpo. Non posso dirle con certezza
cosa volessero gli americani aggiunge cauta lei.
Avevano forse sopravvalutato l'intero movimento, non
saprei. E non so chi facesse da intermediario tra loro e
i capi dei combattenti in Sudtirlo. Ma noi volevamo
aiutare. Conoscevamo membri della Bergisel-Bund che
avevano contatti con Sepp Kerschbaumer, che al Sud
stava facendo proseliti e raccogliendo le forze.
Kerschbaumer  stato un combattente della prima ora molto
attivo nei reclutamenti. E la Bergisel-Bund, organizzazione
irredentista del Nord Tirlo, appoggi senza indugi
le sue attivit. Sapevamo che servivano militanti.
Dapprima solo per fare propaganda. Poi hanno deciso
di andare oltre.
E andare oltre, nel giugno del 1960, vuole dire cominciare
a procurarsi armi ed esplosivo. Serve qualcuno
che dall'Austria li trasporti oltrefrontiera e il passo, nel
racconto dei Molling,  breve, quasi ovvio. Avevamo
un'auto registrata a Monaco di Baviera, e con quella potevamo
farlo tranquillamente racconta Herlinde. Prima
 andato mio marito con Kurt Welser, poi io, sempre
con Kurt. Welser era l'esperto di esplosivi e l'addestratore
del movimento.
Mi mostra una foto della loro splendida auto sportiva,
una Volkswagen Karmann Ghia. Un veicolo dalle
molte qualit: elegante, con un motore affidabile ed un
bagagliaio capiente. Quando in un paesino del Sudtirlo
arrivava una signora con una bella macchina si formavano
capannelli di bambini tutto attorno e le chiedevano:
" lei che guida?". Klaudius sorride di quel
maschilismo meridionale. Era impensabile che una
donna guidasse un'auto sportiva.
Impensabile, e quindi comodo: per le forze dell'ordine
italiane  difficile sospettare di una graziosa tedesca
chiaramente benestante. Una fortuna per Herlinde, che
circola con il bagagliaio pieno di pacchi dono esplosivi,
e come se non bastasse munita di documenti non
suoi: usa infatti il passaporto di un'accademica di Monaco.
Non era una mia amica, solo una collega. Assomigliava
ad Herlinde, cos si decise che le avrebbe prestato
il suo passaporto ricorda Klaudius.
Questo  uno dei tanti dettagli singolari. Mi riesce
difficile immaginare che una professoressa tedesca si
privi del documento d'identit, e lo affidi a qualcuno
che lo user per attivit illegali. Ancora pi difficile pensare
a controlli cos disinvolti da non notare che la persona
in carne ed ossa non  la stessa della foto. Soprattutto
quando i viaggi si fanno pi frequenti e la situazione
pi pericolosa, dopo il 1961. Possibile? Le poche
risorse disponibili, sostiene Herlinde, non si possono
sperperare per procurarsi passaporti falsi, devono essere
impiegate per le armi e gli esplosivi. Mi dico che, in
ogni caso, i servizi segreti, presumibilmente americani,
dovevano essere per forza coinvolti in questo traffico di
documenti contraffatti. E tutto il materiale bellico, chiedo,
da dove veniva?
C'era chi regalava vecchie armi, nelle cave di pietra
c'era sempre un po' di esplosivo in pi... ricorda Klaudius.
Le nostre fonti erano le pi diverse: cacciatori,
contadini che avevano il permesso di possedere fucili o
altro. Dopo la guerra, c'era di tutto in giro.
Naturalmente era illegale, si rischiava il carcere
aggiunge sua moglie. Ma la coppia, nomi in codice Hanna
e Simon, non sar mai arrestata.
Si avvicina il giugno del 1961, la Notte dei Fuochi: il
primo grande attentato che far saltare decine di tralicci
dell'elettricit in Sudtirlo. Herlinde Molling racconta
il suo ruolo nell'organizzazione di quell'evento in un libro
che ho letto con grande interesse, So planten wir die
Feuernacht, oltre che in svariate interviste, ma ascoltarla
di persona fa un effetto diverso. Lei e Klaudius si alternano
nel parlare, guardandosi di frequente, con un profondo
affiatamento cementato dagli anni. La loro verit
prende vita in questo salotto scorrendo sui binari tipici
delle buone narrazioni, che scivolano via senza intoppi,
appassionanti e ben collaudate.
Il loro addestramento avviene in un maso di propriet
della famiglia di Kurt Welser. C'era una piccola
grotta vicino alla casa, e l abbiamo fatto pratica con gli
esplosivi. Sparare era pi difficile ed infatti sono meno
brava ricorda l'impeccabile signora dai lunghi capelli
che ho di fronte, e che fatico a pensare con un'arma in
pugno. Ma con gli esplosivi era facile esercitarsi, per
esempio andando nelle cave.
Chiedo se non abbia avuto paura, cominciando a maneggiare
materiali cos pericolosi, ed entrambi mi guardano
con aria incoraggiante.
Non  una cosa cos difficile assicura lei.
Vuole imparare? offre lui.
Segue un breve momento di silenzio in cui cerco senza
successo di immaginarmi intenta a dar fuoco a una
miccia in una cava nel sud dell'Austria. Poi Klaudius riprende,
in tono didattico: Bisogna stare molto attenti.
Servono l'esplosivo, il necessario per costruire il detonatore
da inserirci dentro, e un timer.
Il timer di solito  un orologio a batteria che viene
collegato all'esplosivo prosegue sua moglie. Dopodich
si imposta l'ora prescelta, grazie a un contatto elettrico
saldato a una torcia a batteria che poi si collega
al detonatore. Il detonatore fa pffft per un attimo, poi
si collega un secondo piccolo cavo che va all'esplosivo,
il detonatore stesso ha un altro cavo collegato con una
miccia, e quando si accende  quella a produrre la temperatura
che serve all'esplosivo per saltare.
Ammetto che ho seguito con difficolt, ma una cosa
perlomeno  chiara: in tutto questo armeggiare il rischio
di saltare in aria c'.
A una certa temperatura, potevano verificarsi incidenti
mi spiega lei. Ma l'esplosivo che noi fornivamo
ai sudtirolesi era molto pi sicuro. Certo, era importante
maneggiarlo in modo responsabile, soprattutto se
c'erano in giro dei bambini.
E i bambini, incredibilmente, c'erano. La professoressa
Molling ha raccontato pi volte di aver portato
con s la figlia piccola, in alcune missioni oltrefrontiera.
 un dettaglio sconcertante: le possibilit di essere arrestata
e di ferirsi erano concrete. Ma non sempre si trovava
qualcuno per tenere la bimba, spiega con materna
ragionevolezza, e la missione non poteva attendere.
Chiedo se era vero, come dicono molti testimoni
sudtirolesi, che i timer usati nella Notte dei Fuochi erano
difettosi e che per questo alcune cariche non
detonarono.
 una sciocchezza. I timer li avevamo fatti noi.
Klaudius scuote la testa. Funzionavano benissimo.
Gran parte del materiale usato per i celebri attentati,
infatti, veniva proprio da questa stessa casa.
Spesso le persone che mettevano le bombe erano
nervose  la spiegazione di Herlinde. E come pu immaginare,
quando si  nervosi pu essere difficile sistemare
correttamente i cavi, regolare il timer... Consideriamo
anche che era sempre buio: con questa tensione
addosso, all'inizio, si riusciva a fare ben poco.
Alla riunione di Zernez, in Svizzera, dove viene progettata
la Notte dei Fuochi, lei non  presente. L'atteggiamento
dei congiurati, in generale,  piuttosto maschilista,
alcune mogli dei simpatizzanti nordtirolesi
vengono coinvolte nelle azioni, ma le sudtirolesi meno.
Si teme che parlino, o forse le si vuole proteggere,
difficile dirlo oggi. In ogni caso, in quell'incontro viene impostato
il piano del grande attentato. Dopo, ricevemmo
la mappa degli impianti ricorda Herlinde.  Sepp
Kerschbaumer a indicare come obiettivi i tralicci dell'alta
tensione. Sepp, co-fondatore del Befreiungsausschuss
Sdtirl, o BAS, il Comitato per la liberazione del Sudtirlo
 del posto, di Frangart. Un membro della prima
ora della SVP, conosciuto e rispettato, con ottime relazioni
in tutta la provincia. Riesce, infatti, a procurarsi la
mappa degli impianti elettrici, da un sudtirolese che ha
amici fidati all'ente per l'energia.
Lo scopo era far mancare la corrente a tutta la zona
industriale di Bolzano racconta Herlinde. Ma  stato
qui, in Nordtirlo, che abbiamo analizzato com'era fatta
quell'area, che tipo di cavi c'erano, quale tensione,
eccetera. Questa era la prima cosa. La seconda  stata
capire quali dei tralicci si potevano far saltare e dove,
per evitare vittime. Infine, ho dovuto fare un sacco di
conti per calcolare quanto esplosivo serviva.
Il tono  ingegneristico, lo stesso che avrebbe se stesse
parlando di costruirli, i tralicci. Ma sta spiegando come
faceva ad abbatterli.
La carica necessaria, che va piazzata sul punto di
giuntura delle traversine di metallo, dipende dalla sezione
trasversale delle traversine stesse mi spiega. E da
altre variabili, tra cui quelle atmosferiche: se c' vento,
le cose cambiano.
Un traliccio ha quattro pilastri interviene preciso
Klaudius. E bisognava capire quali far saltare in modo
che cadesse. Kurt Welser, e anche Heinrich Klier
che operava nella zona di Bolzano, hanno suddiviso i
compiti tra i combattenti per la libert in Sudtirlo e
Nordtirlo. Abbiamo fatto diversi sopralluoghi insieme,
anche con Amplatz.
Luis Amplatz, che abita alla periferia di Bolzano, 
una figura centrale nella preparazione della Notte dei
Fuochi, l'uomo che gli italiani considerano il nemico
numero 2 dello Stato. Il numero 1  Georg Klotz, ex
soldato della Wehrmacht che tiene le fila dell'organizzazione
in Val Passiria ma  convinto che le azioni dimostrative
non bastino: occorre organizzare una vera e
propria forza di resistenza contro gli invasori.
Alle misurazioni ho lavorato molto, sul campo
prosegue Herlinde. Segnavamo le misure su bigliettini:
dovevano essere pi piccoli possibile, perch se arrivava
qualcuno dovevamo ingoiarli in fretta.
La data per l'attentato, la festa del Sacro Cuore di
Ges, non viene scelta solo per il suo valore simbolico,
di ricorrenza molto cara ai tedeschi e proibita sotto
il fascismo. Le ragioni sono innanzitutto pratiche: deve
essere una domenica, cos i congiurati non saranno
costretti ad assentarsi dal lavoro per minare i tralicci, e
serve che ci sia la luna nuova, per non rischiare una luce
troppo chiara e rivelatrice. E la notte dell'11 giugno
1961 , per coincidenza, una domenica di luna nuova e
anche la festa in cui, per tradizione, su ogni cima si accendono
fuochi per le celebrazioni del Sacro Cuore. Il
momento perfetto.
Qualcosa, per, va storto: Giovanni Postal, cantoniere
dell'ANAS, perde la vita nel tentativo di disinnescare
da solo una carica attaccata ad un pioppo. Sarebbe dovuta
essere un'esplosione significativa, proprio sul confine
tra Italia e Austria; sar l'unica quella notte a reclamare
una vita umana.
Non volevamo assolutamente che ci fossero vittime
si rammarica Herlinde. Quando lo abbiamo saputo,
 stato terribile.
Cominciano gli arresti e le fughe. Gran parte dei
sudtirolesi braccati dalla polizia italiana si rifugiano in
Austria, dove trovano lavoro in ditte, fattorie, negozi o
ristoranti, grazie all'aiuto degli attivisti del luogo. Tra
cui i Molling, che li ospitano a casa anche per mesi. Non
era poi cos facile piazzare questa forza lavoro, sottolinea
lei: Tanti di loro erano giovani poco istruiti, ragazzi
dei masi di montagna, vivevano nelle baite, a malapena
erano andati a scuola. Ben diversi dai simpatizzanti
nordtirolesi come loro, membri della media e alta
borghesia. Come mi ha ricordato lo storico Gnther
Pallaver, infatti, gli attentati avevano anche una dimensione
sociale. L'ondata di modernizzazione in Sudtirlo
aveva creato molti disoccupati, che furono costretti
a emigrare. Almeno nella prima fase degli attentati,
quindi, alcuni non agirono solo per malriposto idealismo,
ma anche per tentare di riscattarsi da un destino
di povert.
Ma  davvero possibile che questo drappello di giovani,
cos ignoranti e ingenui, nascosti in bella vista
nei campi, nelle officine e negli alberghi, per interi decenni
sfuggano a ogni controllo? Le forze dell'ordine
austriache, se avessero voluto, avrebbero potuto catturarli
tutti, appena passata la frontiera, obietto.
I combattenti per la libert erano stati segnalati alle
autorit di Vienna. Tutti sapevano chi erano i capi,
certo annuisce serena Herlinde. Ma io non so cosa
sia stato deciso con i servizi segreti... C'erano tantissimi
soldi in ballo, anche se l'intero movimento, di suo, non
 costato quasi niente, un po' di benzina e il denaro per
pagare gli esplosivi.
Proprio cos: dopo gli inizi poveri, in cui si deve
contare sulla generosit degli attivisti e sulla distrazione
degli operai nelle cave, cominciano a girare somme
pi consistenti. Un segno sicuro che i servizi segreti
hanno cominciato a investire pesantemente.
C' stata una pioggia di denaro verso le spie, e poi
gli attentati sono stati controllati. La professoressa
Molling conferma senza esitazioni che anche nella storia
della causa sudtirolese si mescolano, gi molto presto,
diverse influenze estere. Non solo gli americani e
gli inglesi, ma le intelligence di Roma, Berlino e Vienna.
Uno dei nomi principali  Norbert Brger, neonazista
austriaco.
Sapevamo fin dall'inizio che la presenza dei neonazisti
sarebbe stata un problema per tutti, tra noi c'erano
anche dei socialisti ed esponenti di altre forze politiche
ammettono i Molling. E gli attivisti nordtirolesi non riescono
a fare nulla per fermare una deriva cos poco desiderabile?
Apparentemente no: Queste attivit venivano
ricompensate con un bel po' di soldi, anche oggi 
cos mi ricorda lei.
Da dove arrivassero non lo sa o non lo dice. Ma sa che
ce n'era abbastanza anche per finanziare la propaganda.
Ben presto, il gruppo di Brger mette in piedi una radio,
e diventa molto pi efficiente nel diffondere le proprie
idee e nel fare proseliti. Tra i responsabili, secondo
i Molling, c' anche il pi famoso dei sudtirolesi: Georg
Klotz. Nel 1964, Klotz  un uomo braccato.  lui che si
 sempre occupato degli approvvigionamenti: io gli consegnavo
il materiale e lui lo suddivideva tra i combattenti
ricorda Herlinde. Noi, comunque, avevamo molti
meno fondi dei gruppi controllati dalla destra. La guerra
si fa anche nell'etere e i Molling riusciranno solo nel
1965 ad acquistare un trasmettitore ed aprire una loro radio
clandestina, Radio Freies Tirl.
 ovvio pensare che si trovino nel mirino dell'intelligence
italiana, soprattutto dopo il 1964, quando gli attentati
diventano pi violenti, e si comincia a sparare.
Ma il punto, naturalmente,  che i servizi segreti non
vogliono per forza farli smettere.
Tante azioni in quel periodo sono state promosse
dagli agenti italiani, e hanno sempre voluto dimostrare
che ci fossero dietro i sudtirolesi o i nordtirolesi. C'erano
molti uomini infiltrati, come Peter Kienesberger.
La strategia cambia e si tratta di una svolta, sostengono,
a cui per loro  impossibile opporsi. Le divisioni interne
sono troppe. In parte volutamente: ogni gruppo di attivisti
 autonomo, per evitare che il movimento possa
di nuovo essere decapitato da un'inchiesta ben organizzata,
come dopo la Notte dei Fuochi. Ma questa stessa
struttura li rende vulnerabili alle infiltrazioni.
Klaudius racconta che un giorno del settembre del
1964 si presenta da lui Erich Oberlechner, uno dei cosiddetti
ragazzi della Val Pusteria, un gruppo fra i
pi noti, a chiedere due chili di dinamite per un attentato.
Lui lo accompagna nel suo atelier, nella Fischergasse
a Innsbruck: Il mio studio in quel periodo era
pieno di esplosivo, anche Kurt Welser aveva le chiavi,
poteva andarci quando voleva e prendere quello che gli
serviva spiega. Dopo essersi fatto assicurare che Oberlechner
non user il materiale per colpire mezzi pubblici
o cabine telefoniche, e aver creduto alle sue rassicurazioni,
Klaudius glielo consegna. Erich lo port
alla chiesa di Sankt Nikolaus dove lo aspettava un altro
combattente, di nome Joosten. L'ordigno invece sar
trovato, pronto a detonare, sul treno da Bolzano e in
un cestino della spazzatura viene rinvenuto un foglietto
con i dettagli della missione. Si disse che Joosten,
un agente pagato dagli italiani, aveva assoldato Oberlechner
per quella operazione conferma Herlinde, e in
effetti la storia  nota. Possiamo ipotizzare, le chiedo,
che il Sudtirlo sia stato usato da una parte dei servizi
segreti italiani come laboratorio per la cosiddetta strategia
della tensione?
S. Lo posso ben comprendere anche se non abbiamo
le prove annuisce lei. Noi abbiamo avuto come
bersagli solo i tralicci, ma l'altra strategia prevedeva danni
alle persone. E chi erano i responsabili di quest'altra
strategia? Erano fuori dal nostro giro di conoscenze
taglia corto Herlinde.
Peter Kienesberger, il pi famoso traditore della
causa, sul cui arruolamento come infiltrato, con ipotesi
di doppio o triplo gioco, sono stati versati fiumi di
inchiostro, lo hanno conosciuto, ma si limitano a descriverlo
come una persona sgradevole. E questo nonostante
la stessa Herlinde, nel maggio del 1965, abbia rischiato
di cadere in una trappola organizzata proprio
da lui.
Fu Kienesberger a dirmi: "deve succedere qualcosa
che riporti il Sudtirlo sui giornali" ricorda. Klaudius
mi accompagn in stazione a Kufstein e sistem la mia
valigia nello scompartimento di prima classe: era molto
pesante. Secondo lei si trattava di dieci chili di esplosivo,
secondo suo marito ben di pi. Mi sedetti comoda
insieme a mia figlia. Arrivata a Bolzano, diedi la valigia ad
un portantino e gli chiesi di consegnarla all'hotel
Mondschein. Carrozza di prima classe ed un bell'albergo nel
centro di Bolzano, come nei film di James Bond. Una
volta che l'ignaro fattorino ha fatto arrivare la pericolosa
merce nella sua stanza, Herlinde si reca in un maso
nella campagna a sud-ovest della citt, dove un contadino
le presta la sua auto. Era una grossa Volkswagen
grigia, nuova, e non me l'ha data volentieri: anche
la moglie mi ha guardato con parecchio sospetto. Sono
tornata a Bolzano, ho messo nel bagagliaio met del materiale
che avevo, e sono partita.
Ma mentre va ad incontrare i contatti che le ha indicato
Kurt Welser, Herlinde viene fermata dai carabinieri.
Volevano controllare se l'auto era rubata, la circondarono
e mi chiesero i documenti! Naturalmente io avevo
come sempre un passaporto falso, ed era pessimo, la foto
non mi assomigliava per niente. Se ne accorsero anche
loro, ma io insistevo che sembravo solo pi giovane
ed intanto pregavo che non perquisissero la macchina...
Grazie al Cielo mi lasciarono andare, forse perch avevano
visto che con me c'era la bimba. Herlinde riesce
a ripartire, passa il ponte sull'Adige, ma ad un bivio vede
in lontananza un altro posto di blocco. Prende una strada
diversa, non pu rischiare che la fermino di nuovo.
C'erano controlli ovunque. Andai avanti un po' fino a
trovare un frutteto con un traliccio. Non avevo abbastanza
esplosivo per farlo saltare, ma lo minai lo stesso,
mentre mia figlia giocava nel prato. Non potevo riportarmelo
a casa, c'erano guardie dappertutto, avevo gi
capito che questa missione non sarebbe finita bene.
Minato il primo traliccio, Herlinde torna al Mondschein,
aspetta la sera prima di caricare in auto il resto
del materiale, e riparte. Andai verso Neumarkt, mangiammo
al ristorante della stazione. Bevvi un litro di
succo di mela, avevo la bocca secchissima per la paura.
Mi fa un po' impressione immaginare una giovane
Herlinde Molling a due chilometri appena dalla casa
dove oggi vive mia madre - che si chiama Herlinde,
combinazione, anche lei - mentre si guarda intorno alla
ricerca di un obiettivo sensibile.
Vidi che c'era un traliccio enorme, mi misi al lavoro.
Intanto mia figlia, che si era addormentata in macchina,
si svegli e cominci a piangere, avevo paura che arrivasse
qualcuno... Ma non succede niente e lei riesce
a portare a termine l'operazione. Il traliccio di Neumarkt
 caduto, l'altro no, perch l'esplosivo non era
sufficiente conclude asciutta.
In ogni caso,  chiaro che qualcuno aveva avvertito le
forze dell'ordine. Si  scoperto poi che tutto era stato
organizzato da Kienesberger racconta. I servizi italiani
avevano condiviso alcuni documenti con quelli austriaci,
per favorire la tracciabilit di determinate persone,
descrivendole anche nei minimi dettagli ricorda
Herlinde.
Ma perch allora Kienesberger, che l'aveva incontrata,
non descrisse lei nei minimi dettagli? Se lo fece, come mai
i carabinieri la lasciarono andare? Ho l'impressione che
per averla fatta franca per dieci anni qualcosa possa avere
contato l'amicizia con l'editore Fritz Molden, l'uomo degli
americani in Austria. Eravamo molto discreti. Bisognava
dividere la vita legale da quella illegale  tutto ci
che dicono i due coniugi. Ma non basta la discrezione per
proteggerti in un decennio di attivit clandestine, avanti e
indietro dalla pi sorvegliata delle frontiere.
Nell'estate 1967, la loro Radio Freies Tirol cessa le
trasmissioni. In Italia, sotto Aldo Moro, il clima era
cambiato ricorda Herlinde. E in Tirlo era cambiato
il governo locale, sempre pi persone venivano scoperte.
Ci fecero capire che dovevamo lasciar perdere, che
eravamo arrivati al capolinea.
Chi glielo fece capire, e come? Gli americani? I servizi
italiani? La polizia austriaca? Niente di cos semplice:
piuttosto, un'altra delle avventure rocambolesche che
questa coppia affiatata racconta cos bene.
Stavo lavorando agli stucchi sulla facciata del Neues
Landhaus per dei restauri, una sera tardi racconta lei.
L'ufficio del governatore era illuminato, la porta-finestra
del balcone era aperta, e nella stanza non c'era nessuno.
Sulla scrivania ho visto una busta con scritto
"Segreto - Corriere". Ho pensato, interessante. Sono entrata
in punta di piedi e l'ho aperta, non era sigillata.
Dentro c'era una mappa come quelle che usavamo per
le nostre azioni, con un testo piuttosto lungo. L'ho trascritto
parola per parola...
A questo punto interviene Klaudius con aria fiera:
Curiosa e coraggiosa: una cosa incredibile.
In effetti  un'altra scena da film: nella realt non riesco
proprio a vedermela. Sulla mappa, come da copione,
erano segnati i punti delle future missioni? Herlinde
annuisce.
S, erano i luoghi di operazioni che sarebbero state
compiute sul territorio, nessuno ne sapeva ancora nulla.
Era evidente che c'erano degli infiltrati. Gli italiani chiedevano
che finissero sia gli atti di violenza sia l'attivit
della radio: quest'ultima, anche se era una cosa piccola,
li infastidiva molto. Il documento insomma gettava le
basi per una trattativa.
Dopo aver chiuso un occhio per oltre dieci anni, sembra
che il governo austriaco avesse deciso di collaborare.
Forse, gli attori protagonisti di questo gioco internazionale
si erano resi conto che la situazione era sfuggita
di mano. Cominciarono a fermare le azioni, tra il 1967
ed il 1969, e infine fu approvato il pacchetto per l'autonomia
del Sudtirlo. Era finita, grazie al Cielo! conclude
Herlinde.
E il passato, ormai, era passato.
Se tornassi indietro, con quello che so oggi, non lo
rifarei scuote il capo lei. Eravamo idealisti. Per raggiungere
lo scopo bisognava percorrere quella strada,
cos stavano le cose nell'autunno del 1957. Non avrebbero
potuto smettere prima? C'era il discorso della responsabilit,
del dovere, tanti amici in Sudtirlo avevano
bisogno di noi dice.
Sono passate pi di tre ore e molte tazze di t. La
sera  diventata notte e l'oscurit avvolge ancora molti
di quegli eventi e delle loro motivazioni, penso mentre
Klaudius accompagna Jacques e me alla macchina attraverso
il giardino buio. Regge una torcia che illumina
solo pochi metri di vialetto davanti a noi. Mi volto, la
citt e le montagne si stagliano dietro la casa come una
quinta teatrale. So che il vero copione dello spettacolo
che in quegli anni  andato in scena, recitato da attivisti
e terroristi, traditori e spie,  emerso solo in parte dai
cassetti della Storia.
...
12. Alta tensione.

Glen, febbraio 1961.

La carica di dinamite ha fatto saltare una parte della facciata,
ma l'edificio  ancora in piedi. Un carabiniere in
uniforme si avvicina ad Umberto e gli porge un volantino.
Hanno lasciato questo, prima di darsi alla fuga.
Umberto scorre il pezzo di carta. Niente di nuovo.
SUDTIROLO LIBERO. Firmato BAS. Sono Sepp Kerschbaumer
e i suoi, uomini convinti che la loro terra possa ancora
tornare all'Austria.
Tira su il bavero della giacca nera e si accende una
sigaretta. Albeggia e fa un freddo glaciale l dalle parti
di Glen. La valle dell'Adige  ancora ammantata di foschia.
A malapena si intravvede qualche luce verso Bolzano,
a un'ora di strada. Lo ha svegliato una chiamata
d'emergenza e lui si  precipitato sul posto. Anche
l'obiettivo, come il volantino,  molto classico: la casa di
Ettore Tolomei, sempre lui.
Umberto rimane a guardare mentre i carabinieri effettuano
i rilievi del caso. Dovranno identificare l'esplosivo,
il tipo di innesco. Fotografare i luoghi, domandare
ai vicini, perquisire le abitazioni dei dintorni e poi
stendere un rapporto. E come sempre dovranno lasciare
due piantoni di guardia ad un attentato gi avvenuto, forze
di cui possono a stento privarsi.
Da quando  giunto a Bolzano, Umberto ha capito
che tutti i servizi dello Stato si stanno occupando della
questione sudtirolese: polizia, carabinieri, il ministero
dell'Interno, quello della Difesa, i servizi segreti militari
e civili. E anche gli amici di Washington: sono questi
ultimi a preoccuparlo.
 stato qualcuno del posto, magari del paese
osserva il capitano. Li conosciamo quasi tutti... per un
motivo o per l'altro.
Umberto annuisce, non ci ha messo molto a farsi
un'idea dell'organizzazione quass. Reti dilettantesche,
infiltrate da chiunque, anche dai suoi. Eppure  convinto
che l'immagine sia incompleta, che manchino ancora
delle tessere al puzzle. Solo per questo non si annoia.
Sbaglio o gli hanno gi fatto saltare la tomba?
osserva.
S, esatto, quattro anni fa, dopo la grande manifestazione
di Castel Firmiano... Il carabiniere guarda Umberto
con circospezione. Secondo certe indiscrezioni 
un uomo della divisione segreta del ministero dell'Interno,
del SIFAR. Le voci gli attribuiscono vari protettori,
uno pi potente dell'altro: Scelba, il ministro dell'Interno,
Andreotti, il ministro della Difesa, De Lorenzo, il
capo del SIFAR...
Vado a fare un giro annuncia Umberto con un cenno
di saluto. Sale di nuovo in macchina, un'Alfa senza
segni di riconoscimento, appoggia la fronte al volante e
chiude gli occhi. A Roma, se non altro, c'erano strade
in cui perdersi. Piazze, bar dove le notti passavano alla
svelta, donne che aiutavano a dimenticare. Qui si sente
un po' prigioniero, ha l'impressione di andare a sbattere
contro i muri tutti uguali di questi paesini perfetti. Cammina
tanto, tutti i giorni, per ore. Ascolta le voci, spia i
volti. Guida fino alle pendici delle montagne. Legge pile
di fascicoli archiviati negli armadi. I segreti, da queste
parti, sono troppo facili per essere veri. Ricchezze mal
guadagnate, tradimenti e doppi giochi, uomini e donne
comprati, venduti e ricomprati. E dietro, come il dipinto
Il quarto stato, contadini che vivono in un altro secolo,
al tempo in cui la terra era ancora sacra e su tutti loro
vegliava l'imperatore. Ma quella terra  diventata una
trappola. Come Cefalonia.
Umberto scende le curve in direzione di Pinzn. Parcheggia
davanti alla Gasthaus Staffler e spinge la porta.
 ancora prestissimo, ma al bancone un giovanotto  gi
al lavoro.
Un caff ordina.
Il ragazzo lo serve in silenzio.
Gli affari languono? domanda Umberto.
Le auto dei carabinieri sfilano lentamente lungo la
via. Passano davanti alla grande casa dei Rizzolli, nella
piazza, senza fermarsi: magari torneranno dopo, non  il
caso di svegliare cos presto il vecchio Herr Jakob.
Sentito che botto? domanda Umberto.
Come no risponde il giovanotto.
Tu sei Peter?
L'altro non sembra sorpreso. Si limita ad annuire.
Io mi chiamo Umberto. Vengo da Roma.
Si era capito risponde Peter anche se lo parla bene,
il tedesco.
Ho avuto tutto il tempo per impararlo, come ospite
delle autorit in Germania commenta il poliziotto,
accendendosi una sigaretta. Sei andato a vedere?
No.
Non sei curioso?
Dipende. Non sono un tipo da bombe... Peter si
d da fare ad asciugare le tazze.
Il tuo vecchio amico Hermann, quello invece, eh...?
Hermann  monco dice secco Peter. Me lo vedo
proprio, con una mano sola.
Umberto si guarda intorno, godendosi il tepore. Si
avvicina ad una foto appesa al muro, sotto un crocefisso.
Studia il ritratto in bianco e nero.
Gli assomigli si limita a osservare. Poi soggiunge
in un sussurro: Ho conosciuto dei soldati tedeschi.
All'inizio eravamo amici... poi il vento  cambiato.
 morto dopo la battaglia di Berlino dice il giovane.
Le sue medaglie le hai tenute?
Il suo corpo non  mai stato ritrovato interviene
una voce femminile.
Umberto si volta e si trova faccia a faccia con
Katharina.
La esamina con attenzione, soffermandosi sulle due
rughe poco profonde ai lati della bocca per poi tuffarsi
nel lago limpido e gelido dei suoi occhi verdi.
Buongiorno, Katharina la saluta.
Sa anche il suo, di nome? lo apostrofa Peter e adesso
il suo tono  vigile. Se quello prova a minacciare sua
madre...
 il mio mestiere.
Mio figlio  rimasto in casa per tutta la notte. D'inverno
non teniamo personale alla Gasthaus, ci siamo solo
noi.
Immagino il lavoro... osserva Umberto, fissandola.
Che cosa immagina? incalza lei.
Un po' tutto quanto risponde. La pensione, il figlio,
il marito morto...
Non eravamo sposati precisa la donna.
E non  mai tornato... continua Umberto, come se
parlasse tra s.
Come le ho detto, non  mai tornato.
Lui ci pensa un momento, poi aggiustandosi la giacca
nera le chiede in tono ufficiale: Se perquisissimo la
pensione non ci troveremmo niente, vero?.
No, qui non c' proprio niente risponde Peter al
posto della madre. Troppo in fretta.
Ma se per caso foste in possesso di qualche informazione
che ci possa aiutare a sventare futuri atti di sovversione
me lo direste subito, non  vero? Umberto fa una
specie di sorriso. Allunga la mano verso un blocchetto
appoggiato sul bancone, prende una matita e scarabocchia
un numero di telefono. Poi, rivolto al ragazzo,
aggiunge: Correte veloci, tu e il tuo amico Max. Ma  meglio
contare sulla prudenza, che sulla velocit.
Saluta Katharina con un cenno della testa. Poi, prima
di aprire la porta dai vetri appannati, indica brevemente
la foto.
Non  facile senza un uomo si gira, e stavolta la voce
 bassa, quasi minacciosa. I giovani senza padre non
sono quasi mai prudenti.
...
13. Verso il punto di non ritorno.

Bolzano, primavera 1961.

Max e Karl lavorano in silenzio nella luce rossastra del
laboratorio. Sviluppano e stampano gli ultimi rullini
portati dal ragazzo.
Ho gi fatto un lavoro del genere, qualche anno fa
ricorda il fotografo guardando le immagini.
In che senso?
Sopralluoghi, cose cos.
E dove lo hai fatto?
Karl ha un momento di esitazione, cerca le parole
giuste per raccontare un passato difficile. Eppure forse
solo questo pu aiutare la testa calda che ha preso a
benvolere.
Tutta la zona era occupata dai tedeschi inserisce le
mani in un manicotto nero per avvolgere un altro rullino
su una bobina di sviluppo. Sapevano di avere perso,
e avevano bisogno di trovare dei varchi per la ritirata
delle truppe attraverso l'Austria e il Tirlo. Karl
interrompe il racconto per infilare la bobina in una tank
dalla forma cilindrica. Disegnavo delle carte. Facevo
rilievi sui sentieri di montagna, segnando i punti di riferimento:
una cappella, una fonte, un ponte sul torrente.
Una specie di guida alpina.
Una specie... Ma lavoravi per i nazisti. Immagino
ci fossi costretto. Adesso  Max a darsi da fare. Agita
la bacinella piena di rivelatore, poi la svuota. Aggiunge
una miscela di acqua e aceto per fermare l'effetto
dello sviluppo, e riempie il contenitore di fissaggio per
poi rimetterlo in acqua e portare a termine il
procedimento.
Certo! Certo! ribatte Karl. Appende la pellicola
con una speciale pinzetta ad un filo teso lungo il muro
del laboratorio, dove una dozzina di negativi stanno gi
asciugando.
Peter e Max approfittano di ogni istante di libert
per esplorare la provincia a bordo della Zndapp. Vanno
dappertutto: fino nelle valli pi remote. Scattano fotografie:
ponti, monumenti, stazioni, barriere, ferrovie,
posti di polizia, caserme dei carabinieri. Poi rientrano a
Bolzano e Max corre da Karl a sviluppare i negativi. Il
fotografo si occupa di far avere le immagini ai loro destinatari
finali.
Max si  stupito quando il suo misterioso amico gli
ha proposto quel lavoro. Ora si sente un po' inquieto.
L'attivit di ricognizione serve per preparare i colpi
dei combattenti per la libert, almeno crede. Sa
che ci sarebbe un buon modo per scoprirlo: chiedere
a Klara, che sembra sapere sempre tutto. Ma prima di
darle una soddisfazione del genere si farebbe tagliare
la lingua.
E quelle mappe che disegnavi allora, a chi sono servite?
chiede prendendola alla lontana.
Non lo so di preciso ma il ricordo strappa una
smorfia a Karl. Forse non sono servite proprio a niente.
Forse qualche nazista le ha ricevute in tempo. Io invece
sono rimasto ferito in un bombardamento, mi hanno
nascosto i preti. Gli americani, quando sono entrati a
Bolzano, mi hanno interrogato. E mi hanno subito fatto
capire che potevo dare loro una mano...
Gli americani?
Gli agenti dell'OSS, i loro servizi segreti. Sono arrivati
in fretta, durante la guerra stavano a Berna.
E cosa volevano da te?
Non avevo fatto solo mappe, ma anche documenti,
destinati a certi pezzi grossi. Niente politici o militari:
ingegneri, scienziati, chimici, le menti migliori dell'industria
bellica nazista...
Tu facevi... il falsario?
Karl alza le spalle. Facevamo tutti quel che potevamo.
Alcuni perch ci credevano, altri, la maggioranza,
per sopravvivere.
Mia zia ci credeva a Max non piace parlare della fede
politica di zia Sissi, ma ha l'impressione che quell'uomo
magro e segnato possa comprendere.
Avevo un'amica come lei Karl stringe le labbra. Si
chiamava Hella.
Non... c' pi? chiede Max esitante, notando il
verbo al passato.
Non c' pi. Era una donna senza mezze misure.
Cosa le  successo?
Non ha voluto affrontare il tempo degli inganni.
Max prova un senso di ammirazione per quest'uomo.
Sembrava un tipo semplice e noioso e invece  un ex falsario,
con un'amica morta misteriosamente.
Ma gli americani, che se ne facevano degli scienziati?
Quello che ci facevano i nazisti risponde Karl.
Li hanno ingaggiati per fabbricare le nuove armi, e
adesso raccolgono i frutti del loro lavoro. E del mio. A
meno che...
A meno che? incalza Max.
Karl guarda via dei Portici, tranquilla oltre la vetrina.
I passanti che si godono il tepore di fine maggio. All'inizio
dell'anno Antonio Segni, il ministro degli Esteri
italiano, ha messo le cose in chiaro: Non c' nessun
problema di frontiera in Sudtirlo. Qualunque tentativo
di toccare la frontiera porterebbe necessariamente a
un conflitto. Ogni tanto esplode una bomba a Tramin,
a Schlanders, a Marling, perfino nel capoluogo, ma in
realt non si muove mai nulla. Come se i richiami di
guerra si perdessero nel fondo delle valli o tra i crepacci
che inghiottono i ruscelli.
Ma no, niente taglia corto. Non c' da
preoccuparsi.
Me lo faresti un favore? chiede Max d'impulso.
Certo.
Ho trovato un vecchio negativo si toglie di tasca
una busta di carta marrone. Ho paura che sia troppo
rovinato, ma se c' qualcuno che pu recuperarlo,
quello sei tu...
Umberto si  seduto a un tavolo discreto nel giardino di
un albergo del centro e ha ordinato una birra.
Sono in ritardo, scusa esordisce Franz Bauer, prendendo
posto di fronte a lui. La prossima volta che vengo
a piedi metto la barba finta, cos non mi fermano i
conoscenti per strada.
Hai troppi amici, Franz. Sar per questo che le tue
macchine agricole si vendono come il pane! ribatte
Umberto con una punta di ironia.
Franz rivolge un cenno al cameriere ed ordina un bicchiere
di Gewrztraminer.
Sembra che le cose si stiano muovendo dice.
Gi, credo anch'io risponde Umberto. La polizia
austriaca durante una perquisizione ha trovato...
... delle mappe della rete di distribuzione elettrica
di qui completa Franz con una punta di arroganza.
Anche le nostre funzionano, di reti.
Tranne che a Cuba ribatte pronto Umberto, piccato.
La CIA ha appena fatto un bel buco nell'acqua,
con quel colpo di Stato fallito contro il regime di Fidel
Castro. Il disastro della Baia dei Porci  stato molto dannoso
per il prestigio degli Stati Uniti, sempre impegnati
in un epico braccio di ferro con l'URSS. E i comunisti
italiani hanno avuto buon gioco a gridare all'arbitrio
dell'imperialismo americano.
Se sai tutto, perch siamo qui? chiede Umberto.
Non sappiamo il giorno.
Non lo conosce nessuno. Ma gli austriaci hanno
promesso di avvertirci quando lo scoprono.
Qualcosa mi dice che non lo faranno. Il loro gioco
non  quello di Roma.
Pare che ci sar una riunione dei capi in Svizzera. Se
vogliono agire devono farlo alla svelta. La marea favorevole
va colta...
E quando agiranno tu sarai l, pronto a fermarli.
Non esattamente. Umberto fa un sorrisetto. Quando
avranno agito io sar l, pronto a fermarli. Si alza, si
spazzola i pantaloni dalle briciole del Bretzel che gli hanno
servito con la birra. La tieni sempre d'occhio, la ragazza?
domanda.
Certo! Frequenta cattive compagnie.
E le cattive compagnie sono molto utili conferma
Umberto. Ma non ti preoccupi mai?  pur sempre tua
figlia...
Sa badare a se stessa.
Mmm... mi domando che cosa farei io se avessi una
figlia di quell'et.
Improvvisare. Il trucco  saper improvvisare risponde
Franz. E comunque, fossi in te, non ne sarei
cos sicuro.
Di cosa?
Di non avere un figlio di quell'et. Franz fa cenno
al cameriere che gli porti il conto, poi alza gli occhi
sull'uomo impietrito in piedi accanto al tavolo. Viviamo
in tempi cos strani, dopotutto conclude in tono
soave.
Nell'atrio del palazzo di via Goethe, Klara si trova di
fronte Konrad.
Che ci fai tu qui? controlla rapidamente che la governante
non sia pi nei paraggi.
Ho un appuntamento con tuo padre, ma  in ritardo.
Konrad  in maniche di camicia, ha il cappello in
mano. Si avvicina a Klara, ma lei lo blocca.
Non qui! Perch non mi hai detto che venivi?
chiede irritata.
Decisione improvvisa. Devo parlare con tuo padre
ripete lui, poi la prende per un braccio. Solo un bacio
mormora.
No! E non capisco perch sia cos difficile telefonare
per dire che sei di passaggio a Bolzano!
Klara  furente. Da settimane  rinchiusa in camera
a studiare come una forsennata per l'esame di maturit.
Vuole il massimo dei voti e ha persino rinunciato alle
gite a Innsbruck, alle uscite con Peter e Max. E Konrad
non si  neppure preoccupato di farle sapere che era in
citt.
Mi dispiace dice lui, con falsa contrizione.
Quando sei arrivato? domanda lei.
Adesso risponde, ma mentendo. Non ha l'aria di
essere appena sceso dall'auto dopo due ore di strada sotto
il sole.
Klara lo prende per mano e lo accompagna sul retro.
Mio padre lo puoi aspettare nel suo ufficio. Credo
tu sappia dov'.
E la porta  aperta?
Non ha niente da nascondere, lui. Proprio come me.
Dal suo tono malizioso e dal fatto che lo precede nella
stanza e chiude la porta, Konrad capisce che il peggio
 passato. La prende tra le braccia e lei si lascia baciare.
Ora si fa sul serio le sussurra all'orecchio, premendo
il corpo contro il suo. Se tu e i tuoi amichetti volete
agire, tenetevi pronti!
Klara sente il suo desiderio,  chiaro che lo eccita accarezzarla
cos nell'ufficio di suo padre.
Quando? domanda cercando di restare lucida.
Tra dieci giorni. Hanno scelto una data. La notte di
domenica 11.
Klara sussulta. Una data.  l'occasione che aspettavano,
tutti loro. Si divincola dall'abbraccio e si avvicina
alla scrivania. Getta un'occhiata alla grande cartina alla
parete, con le decine di capocchie di colori diversi, le
linee rette, le frecce rosse e blu. Sul tavolo c' il solito
disordine di pagine dattiloscritte, pile di telex e ritagli
di giornale, ma al centro del ripiano c' un faldone che
non ha mai visto, nero, spesso, chiuso con un nastro di
tessuto. Sulla copertina, a grandi lettere, un nome che
non ha mai sentito: SITO RIGEL.
Konrad segue il suo sguardo.
Lascia perdere le dice, e non sorride pi.
Una porta sbatte, e in corridoio si sente il passo deciso
di Franz.
...
14. Servizi molto segreti.

Un nome collega il decennio delle bombe sudtirolesi
e gli Anni di Piombo: Silvano Russomanno. Classe
1924, durante la Seconda guerra mondiale Russomanno
 dapprima in fanteria e poi, dopo l'8 settembre, nella
Flak, la contraerea tedesca. Nel 1950 entra in polizia e
fino al 1959 lo troviamo in Sudtirlo: Bolzano, Merano,
Innichen, Bressanone. Evidentemente si fa notare:
ottenuto il trasferimento a Roma, alla fine del 1960 entra
nell'Ufficio Affari riservati, dove far carriera, arrivando
a dirigere la Divisione Sicurezza interna. Per tutti
gli anni Settanta  un uomo-chiave dell'antiterrorismo e
diventa vicedirettore del SISDE e direttore dell'Ufficio
Sicurezza Patto Atlantico. La sua scalata ai vertici si interrompe
nel 1980, con un processo per rivelazione di
segreto d'ufficio: viene condannato a nove mesi con la
condizionale. Fino a questa data, Russomanno  stato
testimone privilegiato di tutti i segreti pi cupi d'Italia,
a cominciare dalla strage di piazza Fontana del 1969.
Il suo archivio privato  stato rinvenuto nel 1996:
decine di migliaia di documenti del ministero dell'Interno,
delle questure italiane ed estere, protocollati e non,
alcuni riservatissimi. Silvano Russomanno, all'insaputa di
tutti, teneva ogni cosa: lettere, rapporti, memorandum,
schede. Scatole su scatole di materiale su cui si  subito
concentrata l'attenzione degli addetti ai lavori,
magistrati e inquirenti che in quel periodo indagavano sulla
stagione delle stragi, ma in cui nessuno studioso ha ancora
messo le mani. Ora che  stato riordinato e catalogato,
sta agli storici scavare in questo pozzo di segreti,
con le dovute competenze ed attenzioni. Io, per, ho avuto
la possibilit di guardare in anteprima alcune carte,
quelle che parlano della mia terra. Nel loro linguaggio
apparentemente arido, mettono in scena il lavoro colossale
che, dentro e fuori dall'Italia, fu affrontato per
difendere la frontiera a rischio del Sudtirlo. Raccontano
ricerche, espulsioni, perquisizioni, delazioni, pedinamenti.
Mostrano volti, riportano echi di voci. Permettono
di dipanare una rete di indagini che copriva mezza
Europa. Lo scambio di richieste ed informazioni degli
inquirenti italiani con Monaco, Innsbruck e Vienna era
continuo e capillare.
Un plico attira prima degli altri la mia attenzione: la
trascrizione, con traduzione puntuale, dell'agenda di
Norbert Brger. Mi colpisce innanzitutto perch ho conosciuto
Brger di persona: andai a intervistarlo, giovane
giornalista di TeleBolzano, in occasione della sua candidatura
alle elezioni presidenziali austriache nel 1980.
Norbert Brger  una delle anime nere di questa storia.
Classe 1929, nazista convinto, volontario in guerra,
si lega alla causa sudtirolese fin da subito ed  tra
i fondatori del BAS.  attivo nel reclutamento di giovani,
non solo nei paesi e nelle valli tirolesi, ma anche
a Vienna. Qui cercher di mettere insieme un manipolo
di studenti pronti a portare avanti il suo progetto di
escalation della violenza. Vuole che le bombe esplodano
in tutta Italia: treni, stazioni, autobus, autostrade. Ma
le sue attivit di destabilizzazione di matrice nera sono
troppo scoperte ed estreme perch l'Austria possa
chiudere un occhio e Brger ripara a Monaco, da dove
per viene espulso nel 1963. In Italia  condannato in
contumacia all'ergastolo per gli attentati della Notte dei
Fuochi e per le sue attivit terroristiche. Nel 1968 viene
processato nella capitale austriaca per nationalsozialistischer
Wiederbettigung (reiterazione di attivit nazionalsocialiste),
dopo aver fondato un Partito nazionaldemocratico
(NDP) di chiara impronta nazista. La
pena  lieve, nove mesi di carcere, e non gli impedisce di
continuare a fare politica n di prendere, alle presidenziali
del 1980, il 3,2 per cento dei voti.
Sulle attivit di Brger grava l'ombra di molti segreti.
In una deposizione del 12 maggio 1967 al processo
celebrato a Linz per gli attentati commessi in Sudtirlo,
da cui uscir assolto, Brger parla dei suoi rapporti con
gli americani. Sostiene di averli messi in guardia contro
le attivit degli agenti sovietici in territorio sudtirolese,
raccontando: I comunisti dissero: vi forniamo l'esplosivo
e ne potete fare ci che volete, purch ne usiate
una parte per far saltare basi missilistiche americane.
Si vanta di essere stato lui in persona a sventare questo
complotto dei rossi, raccomandando di rifiutare l'offerta.
 un chiaro tentativo di accreditarsi presso la CIA
e ottenere soldi e favori, com'era abitudine in quegli anni
nel suo ambiente. Gi nel maggio 1960, in un dispaccio
marcato SEGRETO, un agente americano in Spagna
riferisce che Brger gli  stato presentato da Otto Skorzeny,
un nazista austriaco della prima ora che  stato fra
i liberatori di Benito Mussolini detenuto sul Gran Sasso.
In quell'occasione, Brger ha parlato all'agente della
questione sudtirolese e si  offerto come fonte di aiuto
e informazioni.
Norbert Brger  morto nel 1992 ed al suo funerale
era presente anche un giovane Heinz-Christian Strache,
l'attuale vicecancelliere austriaco, a capo del partito di
ultradestra che ha ottenuto un sorprendente 26 per cento
alle elezioni del 2017. Un caro amico della figlia del
mai pentito neonazista.
Sfoglio l'agenda e cerco di ricordare la lontana intervista
con Brger. Era ancora convinto assertore
dell'autodeterminazione e della riannessione del Sudtirlo
all'Austria. La memoria mi restituisce la curiosit mista
a repulsione nel trovarmi a tu per tu con una pagina
cos buia del recente passato. Mi aspettavo di trovarlo
aggressivo, ma c'era qualcosa di patetico in quell'uomo
appoggiato al caminetto del suo appartamento, posseduto
da una volont di guerra che gli anni non avevano
attenuato ma che sembrava ormai completamente fuori
dalla storia. Credo che nemmeno la morte gli abbia dato
pace.
La sua agenda, acquisita dagli inquirenti italiani,
copre l'anno 1963 e gennaio comincia con una perla di saggezza:
Essere rossi  prerogativa degli stolti. Annota
Brger, sotto: Cosa si direbbe se agli ebrei ed ai negri
fosse fatto un simile torto, come ai sudtirolesi? L'Italia si
 decisa a scegliere la via della violenza. Infatti, opporre
illegalit ad illegalit diviene cosa lecita, determinata
cio dal diritto alla legittima difesa. E ancora: Con
la liberazione del Sudtirlo il sentimento nazionale tedesco
ricever nuovo impulso, che toglier, per almeno
cinquant'anni, ogni sostegno sotto i piedi ai politicanti
della rinuncia ed ai traditori della patria in Germania.
Questo  uno dei motivi per i quali si  contro di noi.
Non sono per le nauseanti teorie di Brger sul
pangermanesimo l'aspetto pi interessante di queste
carte.  la finestra che aprono sulla quotidianit della
sua vita fuori dalla legge. Le annotazioni di persone
da chiamare, giornalisti, politici (per il colloquio con
un non meglio specificato ministro una parentesi avverte:
abito scuro!), si mescolano agli appuntamenti
dal dentista e ai compleanni. I conti puntigliosi delle
spese per viaggi e telefonate si alternano alle somme
versate per l'organizzazione degli attentati. L'agenda
di Norbert Brger  una lettura che ci ricorda quanto
sa essere banale il male.
Ancora pi interessanti sono le note degli inquirenti,
che hanno lavorato per estrarne informazioni sulle
complicit, sugli appoggi internazionali, sulle linee di finanziamento.
Si cerca di capire se le persone citate sono
reali contatti di Brger o se sono uomini a cui avrebbe
voluto arrivare, magari per chiedere soldi: tra i nomi,
compare anche quello dell'editore Fritz Molden. Gli
elenchi di nominativi vengono acquisiti dalle polizie italiana,
austriaca e tedesca per essere controllati con cura.
Sono coinvolti giornalisti, politici, professionisti affermati
e non sono ammessi errori.
A proposito di Molden, una nota della Divisione Affari
riservati al questore di Bolzano, datata 28 dicembre
1967, riporta: Fonte fiduciaria, in una "documentazione
sul BAS", asserisce che questo era diretto, nel 1960,
dai noti Fritz Molden e von Pfaundler, con la collaborazione
di Kerschbaumer, Klotz e Bernhard Brandner
[sic!] (indicato quale cognato di Luis Amplatz). [...]
Quanto al finanziamento attuale del terrorismo, la fonte
medesima ha fatto il nome di certo Max Buxbaum,
definito come dirigente della commissione interna della
Wiener Allianz di Vienna, il quale consegnerebbe
al Klotz del denaro raccolto dal BIB [Bergisel-Bund],
mentre il noto Josef Holzinger da Linz sarebbe lo intermediario
fra detto Klotz e Brger.
La parola d'ordine :follow the money. Le ultime pagine
dell'agenda contengono un rendiconto finanziario
da cui gli inquirenti capiscono che tra la fine del 1963
e l'aprile del 1964 Brger ebbe a disposizione circa
2 milioni e mezzo di lire, e precisamente 7000 DM e
54000 scellini. In un documento dell'11 marzo 1965 si
ricostruisce il bilancio, con elenchi dettagliati in cui, per
esempio, Klotz e Amplatz compaiono come destinatari
di una somma di circa 1400 marchi (circa 1100 secondo
altre interpretazioni della grafia dell'originale). Rispetto
alla provenienza del denaro, in un interrogatorio del
22 giugno 1964 della polizia di Klagenfurt un sodale di
Brger, Peter Knips, sostiene che tra i finanziatori c'era
il vicepresidente dell'Unione cristiano-sociale in Baviera
(CSU), che utilizzava i fondi dello Hilfswerk fr Sdtirl,
organizzazione di beneficienza tedesca fondata per
soccorrere i cugini poveri sudtirolesi. Nelle carte non
compaiono per, su questa soffiata di Knips, n conferme
n ulteriori indagini.
Ricostruita attraverso l'archivio di Russomanno,
la rete di informazioni sull'Alto Adige condivise con
l'Europa occidentale colpisce per la sua ampiezza. Un
dossier che contiene le schede, con foto, di tutti i sudtirolesi
ricercati  scritto in francese: a quanto capisco, la
polizia italiana lo ha acquisito per tradurlo e completarlo.
Sono diciassette pagine di volti e nomi ben noti,
sotto la fototessera compaiono i dati fondamentali:
generalit, aspetto fisico, processi, condanne. E i mestieri:
fabbri, meccanici, contadini, tipografi. Non era un lavoro
per ricchi, quello del latitante.
In molti dispacci che corrono tra le varie questure
si cercano anche informazioni sulla provenienza degli
esplosivi usati per gli attentati. Un tema non da poco,
considerando che il Sudtirlo, a quanto pare,  punteggiato
di arsenali: un documento della fine del 1963
passa in rassegna quelli scoperti, nel giro di pochi mesi,
nei boschi. Decine di chili di dinamite, migliaia di cartucce
e detonatori, e poi fucili, pistole, bombe a mano
e mine antiuomo. Per esempio il 18 settembre 1963,
in localit Punta di Tramontana in Val Passiria,  stato
scoperto un attrezzato rifugio che si ritiene appartenesse
al noto dinamitardo Klotz. L'arsenale comprendeva:
una mitragliatrice pesante cal. 12; due fucili mitragliatori;
4 moschetti; 6 pistole; 4 lancia-razzi; 23 nastri
di mitragliatrice; 5500 grammi di esplosivo; 4000
cartucce; 157 detonatori di marca austriaca; equipaggiamento,
una cucina da campo, viveri e tabacchi. Il rifugio
 stato fatto saltare. Vent'anni dopo la fine della
guerra,  evidente che se ne voleva preparare un'altra.
Come e perch non scoppi - o a cosa servirono, realmente,
quei preparativi -  una storia che deve ancora
essere raccontata fino in fondo. Porta, per esempio,
dentro ai segreti di Gladio, l'organizzazione paramilitare
clandestina italiana creata in quegli anni per contrastare
un'ipotetica invasione sovietica. Questo archivio
 indubbiamente un buon punto di osservazione
dei legami tra quella vicenda e gli anni delle bombe in
Sudtirlo.
Mi immergo poi in un lungo rapporto che comincia
con la solita annotazione: Le informazioni vengono
da Fonte di provata attendibilit, bene introdotta negli
ambienti altoatesini ed in quelli pangermanisti della
Repubblica federale tedesca. Probabilmente  vero,
perch il resoconto  dettagliatissimo e descrive il movimento
clandestino nei minimi dettagli.
Allo stato attuale, la forza numerica complessiva dei
combattenti della libert  ritenuta ancora insufficiente,
non superando complessivamente i 650 elementi circa.
Le zone di impiego tattico previste dal piano insurrezionale
sarebbero tutta la Bassa Atesina con comandi a Caldaro,
Egna e Termeno e con il compito di disturbare l'afflusso
di forze armate italiane attraverso la Val d'Adige, i
Passi di Costalunga, della Valle di Non, ecc.; tutta la Valle
Pusteria, con Vallate laterali di Casies, Anterselva, Aurina
e relative biforcazioni, Vallarga (Fundres); l'Alta Valle
d'Isarco con vallate laterali di Vizze, Ridanna e Racines;
la Val Passiria, l'Alta e Media Val Venosta.
Segue un elenco completo dei comandi, con l'ubicazione
dei centri nevralgici dell'organizzazione, e si avverte
che parecchie armi, munizioni ed esplosivi sono
ormai giunti in Val Passiria; altri ne dovrebbero arrivare,
in parte provenienti dalla Svizzera attraverso la Vallata
d'Uina-Slingia, d'Assa-Rojen ecc. Notizie dell'arrivo
di mezzi di combattimento risulterebbero pervenute
pure al Vescovo di Bressanone Mons. Gargitter, il quale
le avrebbe comunicate a persona di fiducia della fonte,
non volendosi esporre personalmente.
La preoccupazione della Chiesa locale per ci che
si sta preparando  un passaggio importante del
documento:

Il vescovo di Bressanone ed il Presidente della Giunta
provinciale di Bolzano - in un riservato colloquio avuto
con la fonte - si sono, poi, dimostrati vivamente preoccupati
dell'evolversi della tensione politica in Alto Adige,
sintetizzando le proprie preoccupazioni con la frase:
Vediamo il prossimo futuro segnato di fuoco e di
sangue. Il Vescovo predetto, anzi, avrebbe dato riservato
incarico a persona di sua fiducia di provvedere alla
costituzione di Comitati Civici di lingua tedesca, con
il compito di vigilare sulla violazione dei princpi
cristiano-sociali da parte degli uomini in posizione-chiave
della vita pubblica del gruppo etnico tedesco. Tali Comitati,
per l'attivit riservata che verrebbero a svolgere,
dovrebbero rimanere segreti. Scopo della costituzione
della cennata organizzazione sarebbe quello di mettere
il Vescovo in condizioni di denunciare, caso per caso,
l'infedelt dei suddetti elementi e di creare in tal modo
le premesse della loro sostituzione con elementi ossequienti
alla Curia oppure, ove ci si rendesse impossibile,
preparare il terreno per la costituzione di un secondo
partito di lingua tedesca in Alto Adige. [...] Sembra
chiaro che la situazione altoatesina, da qualche tempo,
 andata gradualmente inasprendosi ed ha oggi assunto
aspetti di sicuro allarme. , ormai, opinione comune
che dietro agli sforzi di Vienna in favore della causa altoatesina
si nasconda la longa manus di Mosca che ha
un innegabile interesse ad un arretramento del confine
del Brennero, oggi anche confine dell'Alleanza Atlantica,
e, comunque, a continuare nella tattica di creare
focolai d'incendio nelle zone di interesse strategico.

Guardo la data del documento, declassificato nel 2014
e marcato RISERVATISSIMO, aspettandomi di trovare il
1961, ovvero quando le indagini avevano fatto il loro
corso e, grazie alle confessioni degli uomini catturati,
della rete clandestina si sapeva quasi tutto. Trovo invece
20 giugno 1960. Un anno prima della Notte dei Fuochi
le autorit italiane erano perfettamente al corrente
che in Sudtirlo si stava organizzando qualcosa di grosso.
Eppure ufficialmente si fecero cogliere di sorpresa
dall'attentato, preparato e perpetrato - a quanto si disse -
da un pugno di contadinotti.
Potevano esserci ragioni per lasciare che gli attentati si
compissero? Su entrambi i fronti, quello interno e quello
internazionale, come vedremo, forse s: creare un'emergenza
tale da giustificare la militarizzazione di una provincia
di confine. Ma chi comandava, quindi, in Sudtirlo?
Una rara intervista concessa da Silvano Russomanno a
Sergio Zavoli, e contenuta nel libro C'era una volta la Prima
repubblica, fornisce qualche, seppur reticente, indicazione.
Al giornalista che pi di altri ha lavorato sui misteri
degli Anni di Piombo, e che lo interroga sui servizi segreti
deviati, Russomanno risponde: Pare che nel servizio
qualche deviazione ci sia stata. Ma lei sta parlando di un
servizio segreto militare. E pi avanti aggiunge: Il tempo
 galantuomo, e basta. Quello che possiamo dire  che
certe esigenze, chiamiamole difensive, non esistono pi.
Nel suo modo ellittico, l'ex uomo dei servizi segreti sta dicendo
che certe decisioni furono prese non per difendere
il territorio italiano, ma per aderire alle richieste dell'alleato
americano. E a Zavoli, che gli chiede se in quegli anni
ci sia stato un deficit di democrazia, risponde in modo
provocatorio: Poca democrazia, dice?... S, s, poca...
Ma non  che adesso nuotiamo nella democrazia!.
Forse proprio perch ha dovuto tacere per una vita
intera, l'uomo controverso che  stato Silvano Russomanno
ha voluto almeno conservare una memoria vasta,
che probabilmente  gi stata purgata delle sue parti pi
compromettenti ma che anche cos pu ancora dispiacere
a molti. Di certo, il suo archivio ci conferma una cosa:
l'immagine degli ingenui paesani sudtirolesi animati
da un ideale nazionalista, che piazzarono qualche bomba
e spararono qualche colpo in una piccola vicenda di
confine nell'Italia degli anni Sessanta,  una delle tante
cartoline dal Sudtirlo. Un'immagine patinata, perfetta,
rassicurante, ma non descrive la realt che sta dietro.
La storia che stiamo raccontando getta ombre molto
pi lunghe.
...
15. La Notte dei Fuochi.

Bolzano, giugno 1961.

Le cose hanno preso una brutta piega, almeno secondo
i giornali. Nelle foto in prima pagina John Kennedy e
Nikita Chruscv sorridono perfino, ma i bene informati
giurano che il primo vertice tra i due leader, nel fine
settimana,  stato un fallimento. I gomiti sul bancone,
Peter sfoglia i quotidiani. Per incontrarsi hanno scelto
Vienna! Una citt cos vicina e cos lontana. Avrebbe
tanto voluto esserci. Mescolarsi tra la folla, veder passare
le delegazioni ufficiali, sorprendere una stretta di
mano. Accanto a lui, Max con la sua Leica avrebbe immortalato
la scena. Ma loro sono bloccati qui.
I giornali parlano dell'ultimatum del leader sovietico,
che esige il ritiro delle forze americane, britanniche e
francesi da Berlino Ovest. Chruscv intende firmare un
trattato di pace con la Germania Est, ufficializzando la
scissione del Paese e facendo di Berlino la capitale del
nuovo Stato del Patto di Varsavia. Un gesto inammissibile
per gli americani: i comunisti stanno guadagnando
terreno in Europa, occorre fermarli. La Guerra fredda
si va surriscaldando.
Peter getta un'occhiata nella Stube. Con la bella stagione
 tornata Clothilde, che gli sorride. Sono arrivate
anche le cameriere stagionali che si occuperanno delle
stanze e della cucina. Katharina  soddisfatta: con Peter
a casa il suo piccolo mondo  quasi perfetto.
Hermann  entrato senza dare nell'occhio ed ha appoggiato
il suo unico braccio sul bancone. Si china verso
Peter.
Dobbiamo parlare. Hai un momento?
Peter richiude il giornale, fa un cenno a Clothilde per
avvertirla che deve assentarsi e lo segue.
C' stata una riunione in Svizzera. Sono tutti d'accordo.
 arrivato il momento di agire.
Anche noi? Peter sente un brivido d'eccitazione e
la giornata assume di colpo un senso.
Anche voi. E tra una settimana.
Che cosa succede tra una settimana?
Hermann scuote la testa, prendendo un'aria misteriosa.
Non posso dirtelo ora. Ma far un bel botto!
Peter  montato in sella alla Zndapp ed  diretto verso
Bolzano.
Non fare tardi! l'ha pregato Katharina. Sar una
serata piena.
E tu non le fai, le tue scampagnate? gli  sfuggito.
Non sempre, quando la madre sta via un giorno intero,
 sicuro di dove stia andando. Tranquilla, rientro in
tempo. Clothilde gli fa un cenno, ma con la fronte aggrottata.
Da quando va a trovarlo in camera sua, dopo il
turno, ha preso dei modi possessivi.
Arrivato sotto i portici del centro, si ferma di fronte
al negozio di fotografia e attraverso la vetrina chiama
Max.
Che succede? chiede l'altro uscendo. Ha passato la
mattina a sviluppare pellicole in laboratorio e indossa il
camice da lavoro. Se lo vedesse suo padre, pensa Peter.
Condivide con l'amico le novit di Hermann. Non
l'ho mai visto cos agitato. Questa volta, mi sa,  una cosa
seria. Ma non ha voluto dirmi di pi.
Max esita, combattuto tra orgoglio e buonsenso.
Vince il secondo.
Forse dovremmo chiedere a Klara azzarda. Non
la vedono da mesi,  troppo presa dai suoi giri di
Innsbruck, e ora anche dagli esami. Dopo aver insegnato
loro a fabbricare le bombe,  come se avesse deciso
che non sono degni di farne esplodere una.
Lei sapr qualcosa, per forza... con quel suo amichetto
austriaco ringhia Peter.
Perch non le telefoni, allora? propone Max facendolo
entrare nel negozio.
Karl, vedendoli avvicinarsi al telefono se ne allontana
con discrezione. Peter compone il numero di Klara
con il cuore in gola. Uno squillo, due, tre. Poi risponde
una donna che non  lei. Lo prega di attendere in linea.
Altri minuti.
Poi ecco la sua voce, squillante, inconfondibile.
Peter! Ormai avevo perso le speranze lo stuzzica.
 stata lei a smettere di rispondere alle sue chiamate,
a non farsi trovare in casa. Lui vorrebbe gridarle che 
ingiusta, che non si fa cos, ma inghiotte la collera.
Dobbiamo vederci dice solo.
Questo lo so risponde lei.
I tre amici siedono per terra sul tappeto della camera di
Max. Quanta acqua  passata sotto i ponti dalla prima
volta che le loro strade si sono incrociate! Quasi quattro
anni di partenze e di ritorni. Eppure non si sono mai
davvero persi di vista e finalmente hanno l'impressione
di sapere perch. Aspettavano questo momento.
Hermann non  stato molto preciso... esordisce
Max.
Il tuo amichetto austriaco ti avr ben messo qualche
pulce nell'orecchio... incalza Peter.
Klara finge di non cogliere l'allusione. Fa anche l'offeso,
adesso, come se lei non sapesse che si  consolato
in fretta e bene.
La decisione  presa:  ora di dare un segnale forte
dice, con un po' di enfasi. Hanno fissato una data
per far esplodere delle bombe in tutta la provincia...
un'operazione coordinata tra i gruppi di attivisti.
Quali sono i bersagli? domanda Peter. Di nuovo
i quartieri italiani?
No. Quando Konrad  venuto a Bolzano... riprende
Klara, affrettandosi ad aggiungere ... per vedere
mio padre, ha parlato di infrastrutture. Vogliono essere
certi di non fare vittime.
Max sembra poco convinto. Fa una smorfia.
E noi? La nostra parte quale sarebbe? domanda
Peter.
Non possiamo mancare.  una battaglia anche nostra!
insiste l'amico.
Klara li guarda. Sono cos ansiosi di agire, e nello
stesso tempo cos ignari del significato delle loro
azioni.
Ho tutto il necessario per montare un detonatore
annuncia.
Io posso procurarmi l'esplosivo da Hermann. So
dove lo nasconde propone Peter.
Max, per, tace. E guarda Klara con gli occhi stretti.
E tuo padre che c'entra con questa storia? Non hai
detto che Konrad  venuto per vedere lui?
Mio padre si occupa di tante cose, ma non mi dice
tutto risponde lei.
Una cosa posso dirtela io. Sono settimane che Karl
lavora per lui, mi manda a scattare foto che non servono
certo per le cartoline. A che cosa servono?
Che c', non ti fidi? Klara alza il mento.
Per niente risponde Max senza esitazione.
Si guardano in cagnesco, poi la ragazza fa per alzarsi.
Peter la trattiene.
Ehi, il nemico  un altro! ricorda ad entrambi, in
tono scherzoso.
Non litighiamo fra noi, hai ragione Klara si fa
pi conciliante. Piuttosto, Max, dato che hai battuto
palmo a palmo la zona pensa tu a sceglierci un
obiettivo.
Rabbonito da quel tributo alle sue competenze, lui
annuisce.
L'ideale  qualcosa dalle parti di Pinzn. Ci sar da
scappare in fretta.
Dovremo trovarci prima alla Gasthaus per preparare
tutto interviene Peter per tornare al centro delle
operazioni. Un giorno che mia madre  fuori.
Sempre la storia di quell'anziana amica che sta a
Trento? chiede Max.
S, perch, non ci credi?
Tu ci credi?
Non ha motivo di mentirmi. Peter si alza,
imbarazzato.
Be',  una bella donna. Ancora giovane butta l
Klara, alzandosi a sua volta.
Che cosa intendi dire? si irrigidisce Peter.
Perch non potrebbe avere un amante? Andare a
letto con un uomo, come tutte le altre...?
Piantala! Non sarebbe da lei... lo sguardo malizioso
e il tono esperto di Klara lo feriscono doppiamente.
Non vuole immaginare n lei tra le braccia di Konrad,
n sua madre tra quelle di uno sconosciuto. Non c'
nessun segreto. Un'anziana parente.
Ci vediamo taglia corto ed esce in fretta dalla stanza.

11 giugno 1961. La domenica del Sacro Cuore di Ges.
Quella mattina, da un capo all'altro del Sudtirlo, i fedeli
si sono ritrovati in chiesa per pregare. Ricorda,
Sacro Cuore di Ges, tutto quello che hai fatto per salvare
le nostre anime, non lasciarle perire. Le campane
del duomo di Bolzano, delle chiese di Bressanone e
Merano, ma anche della chiesetta di Pinzn, hanno suonato
a distesa. Dopo la messa gli uomini si sono ritrovati
alla Gasthaus Staffler. Alcuni parlavano senza sapere,
altri tacevano come chi sa troppo, in un clima di attesa.
Sono gi le ore piccole quando Peter, Max e Klara
escono in silenzio. Katharina  andata a letto nervosa
ma a quest'ora si  addormentata, il sonno inquieto di
chi ha paura di perdere ci che ha di pi prezioso.
Tutt'intorno si sentono fruscii e bisbigli, voci maschili
soffocate, passi che smuovono le pietre. Max precede i
due amici che seguono a pochi passi attraverso le vigne.
Ha gi avvistato l'obiettivo e lo usa come punto di riferimento,
per orientarsi. Peter porta il materiale in uno
zaino: tre cariche di dinamite da due chili ciascuna e
tre detonatori a orologeria. Materiale austriaco, roba
sicura ha spiegato Klara. I tre camminano in silenzio
tagliando per i vigneti, nell'aria leggera di una notte che
profuma gi di estate. Si allontanano dalle case di Pinzn,
dove non c' una luce accesa. Sanno che molti letti
sono vuoti. Risalgono un lieve pendio e nel giro di un
quarto d'ora sono a destinazione.
Alzano lo sguardo. Nella notte senza luna incombe la
sagoma slanciata del traliccio. Quattro piedi di cemento
piantati nella ricca terra sudtirolese. Peter posa lo zaino
e distribuisce le cariche, i detonatori e il nastro adesivo
che servir a fissare la dinamite sulle barre d'acciaio.
Bastano tre sole bombe per abbattere uno di quei giganti.
Di chi  stata l'idea? ha domandato Max. Troncare
le linee dell'alta tensione che distribuiscono l'energia elettrica
prodotta dai torrenti e dai fiumi alpini nelle turbine
delle dighe. N Klara n Peter sanno dare una risposta.
I tre lavorano con gesti rapidi, senza esitazione. Le
loro dita non tremano. L'adrenalina inibisce i pensieri,
ma se si guardassero da fuori si stupirebbero di quanto
sia facile trasformarsi in sabotatori. Legano le cariche su
tre delle gambe del pilone, ad altezza d'uomo, assicurandole
saldamente. Poi verificano l'orologio del detonatore.
Mancano due ore all'esplosione.
La notte  silenziosa, e cos sono loro. Stanno voltando
una pagina molto importante della loro amicizia.
Non sanno che poi ne verranno altre piene di paura, dolore
e rammarico. Stanotte non si pensa al domani.
Filiamo consiglia Max. Meglio essere rientrati
quando comincia.
Arrivati a Pinzn, Max li saluta.
Vado a casa dice piano. Domani la polizia sar
dappertutto. Se mai ci dovessero interrogare... siamo
stati svegliati dalle esplosioni. Non abbiamo visto nulla.
Non sappiamo nulla. Poi d un bacio sulla guancia a
Klara e abbraccia forte Peter. Tutto comincia stasera
sussurra, e sparisce nel buio.
Rimasta sola con Peter, lei si stupisce del proprio
batticuore.
Non posso rientrare a Bolzano adesso... dice,
quasi con timidezza.
 lui a non essere timido, adesso. La stringe tra le
braccia, come sogna da tanti anni. La bacia, la sente
abbandonarsi.
Non puoi andare da nessuna parte mormora. Abbiamo
gi perso troppo tempo.
Salgono in camera di lui, che chiude la porta a chiave.
Lei lo trascina sul letto, inebriata dalla sua pelle e
dal suo odore. Il bisogno di fare piano li eccita ancora
di pi.  una tenerezza urgente la loro, non c' tempo
di esplorarsi e d'altronde  come se i loro corpi si conoscessero
da sempre. Unirsi, finalmente,  quello che
conta.
Sono sdraiati fianco a fianco, appagati e senza sonno,
quando i boati scuotono la montagna. Spalancano gli
occhi e corrono alla finestra. Non  qualche esplosione,
sono decine. Il cielo si illumina di lampi bianchi, la terra
trema. In lontananza le luci di Bolzano si spengono.
I due si guardano, si sorridono increduli. Sono stati
parte di tutto questo.
Andiamo a vedere? sussurra Klara.
Non pensarci nemmeno. Peter la tira di nuovo sul
letto. Abbiamo gi fatto il nostro dovere.
Si piega a baciarle il collo, il seno, e non vede balenare
il rimorso negli occhi della ragazza. Anche lei ha fatto
il suo dovere.
...
16. Vite dirottate.

 facile immaginare i personaggi, i loro movimenti, i
sentimenti di quella notte.  pi difficile incontrare i
protagonisti, oggi, nella quotidianit che si sono costruiti.
Che cosa  rimasto di quei giovani che si sentivano
eroi? Cos'hanno capito, quasi sessant'anni dopo? Me lo
chiedo mentre scendo dalla macchina di fronte alla casa
di Siegfried Steger: condannato all'ergastolo in contumacia
per vari attentati del 1966 e del 1967, latitante
dal 1961. L'uomo che sto per incontrare, se rientrasse in
Italia, potrebbe finire dietro le sbarre. Jacques e io suoniamo
il campanello con una certa curiosit, nel silenzio
sospeso di una mattina di dicembre.
Steger, oggi,  un anziano signore dai gesti cauti e
dall'espressione diffidente. Gli occhi azzurri si illuminano
solo in due circostanze: per la collera, e quando parla
del lavoro nei campi. La vita che sarebbe dovuta essere
la sua. Invece, abita in questo silente sobborgo di
Innsbruck, e mi riceve nella Stube di legno chiaro di una
casetta adattata a bed&breakfast, insieme alla compagna
Erika. In qualche modo ha seguito le orme dei genitori,
che possedevano una Gasthaus a Campo Tures, il paesino
della Val Pusteria in cui  nato nel 1939. Nell'attivit
di famiglia aiutavano tutti e sei i figli, e durante la guerra
anche di l erano passati i soldati tedeschi, poi quelli americani.
Di questi ultimi Steger ricorda, come molti della
sua generazione, il dono delle prime tavolette di cioccolata.
Ma il punto di svolta nella sua infanzia non  una
jeep carica di militari.  una semplice maestra. Italiana.
Non parlava una parola di tedesco, dovevamo fare
lezione in una lingua diversa da quella che parlavamo a
casa. Una volta ha disegnato un animale alla lavagna e
sotto ha scritto: CAVALLO. Io ho detto: "No, quello  un
Pferd!". Lo choc dell'improvviso scontro con l'italiano
alle scuole elementari  un ricordo comune alla maggioranza
degli ottantenni sudtirolesi. Immagino lo stupore
e le difficolt di quei bambini della Val Pusteria, che
si sentivano di colpo stranieri in casa propria. Immagino
anche quelle della maestra: Non riusciva a spiegarci
perch dovevamo parlare un'altra lingua ricorda
Steger. Per ci trovava belli, con i nostri occhioni
azzurri e i capelli biondi. Poi  venuto un altro insegnante
italiano e lui non era simpatico per niente.
Si incupisce, ma ammette che l'integrazione non era
poi cos impossibile. C'erano tante coppie in cui lei era
sudtirolese e lui italiano, spesso finanziere o carabiniere.
I figli erano i miei migliori amici. E nella Gasthaus
degli Steger venivano anche le forze dell'ordine, fuori
servizio, per una birra o una partita a calcio balilla. Cercavano
di mescolarsi ai tedeschi, non solo per sorvegliarli
ma per dare un segnale di presenza, di partecipazione.
E per corteggiare le ragazze, certo.
Quando erano l, non si parlava di politica. Altrimenti
s, e in termini che non avrebbero approvato. All'epoca
era proibito mostrare simboli ricorda Steger ma
c'erano grandi dibattiti, tutti dicevano che il Tirlo doveva
svegliarsi e reagire, i vari gruppi parlavano gi della
necessit di fare degli attentati. E lui drizzava le orecchie,
un adolescente che nell'et della ribellione incontrava
una causa in cui credere. In cui incanalare la voglia
che hanno i giovani di spaccare il mondo. Comincia
cos, la sua storia.
 il suo amico, il fabbro del paese, a convincerlo a
impegnarsi in prima persona. Mi ha detto: "Questa occasione
non la dobbiamo perdere,  la direzione giusta.
Altrimenti perdiamo il Sudtirlo". Serve l'aiuto di tutti,
anche quello di Siegfried. Allora ho pensato che dovevo
fare qualcosa. Ho chiesto a mia mamma dove potevo
procurarmi una bandiera. Lei mi ha risposto: "Te
la faccio io".
Con quel vessillo cucito in casa, Steger si unisce al
gruppo diretto al grande raduno di Sigmundskron, il
17 novembre 1957. All'arrivo trovano un vero bagno di
folla: Salivamo verso il castello tra due ali di polizia,
tutti armati. Ricorda bene il discorso di Silvius Magnago,
le parole d'ordine: Los von Trient. Ricorda poi
il ferragosto del 1958, il giorno in cui si arrampica sulla
torre campanaria del paese per innalzare la bandiera
del Tirlo. E ricorda il suo primo scontro con le autorit,
quando in occasione della festa del Sacro Cuore
del 1959 viene fermato assieme ai suoi amici sospetti di
simpatizzare per i movimenti clandestini: Ci chiamavano
"crucchi", mi hanno portato in caserma, minacciato
e picchiato.
Presto, la passione politica e le attivit di disturbo
sortiscono il loro effetto. Siegfried viene notato. Alla fine
del 1959, alla Gasthaus, si presenta Kurt Welser. Mi
disse che stavano costituendo un gruppo di resistenza
sul territorio, e mi chiese se conoscevo delle persone affidabili,
gente che sapesse mantenere un segreto racconta.
Ci demmo appuntamento di l a un mese nella
Stube di un contadino, eravamo una decina. Welser ci
parl degli obiettivi, ci insegn come dovevamo comportarci,
cosa dire quando ci arrestavano. E poi ci addestr
all'uso degli esplosivi. Molti dei cospiratori, tra cui
Steger, sanno gi sparare, anche se le armi in quel tempo
sono vietate a tutti tranne che ad alcune categorie, come
i cacciatori e i macellai. Gli esplosivi, invece, vengono
dal cantiere per la costruzione di una centrale elettrica
l vicino: li vendono sottobanco gli operai italiani, che
pranzano alla Gasthaus. Ignorano a cosa serva quel materiale,
forse pensano a delle innocue opere edilizie.
Welser porta i suoi pusteresi in alta montagna.
Tirava fuori la dinamite, il detonatore, il timer. Eravamo
vicino al lago, cos intanto pescavamo, dopo le esplosioni
ci dividevamo i pesci da portare a casa. Eravamo giovani
racconta Steger, e sembra quasi che parli di una
gita. Possibile che non avessero paura di saltare in aria?
Non era quello, dice, il problema principale. Se conosci
le regole fondamentali, non ti succede niente spiega.
L'unico timore era che arrivasse qualcuno.
L'uomo che mi siede accanto non rinnega nulla del
proprio passato e alla causa professa di credere pi
che mai. Chiss se a volte pensa che la sua vita sarebbe
potuta essere spesa meglio.
 la Notte dei Fuochi il punto di svolta. Il suo racconto
ci accompagna, come se fosse successo ieri.
Lui e i suoi compagni immaginano di avere ancora
davanti settimane per prepararsi. Invece, un giorno di
giugno alla Gasthaus arriva uno sconosciuto. D la parola
d'ordine. Mi ha detto: "Ora si parte". L'uomo
 proprio il filonazista Norbert Brger. Quali motivazioni
abbia, Steger e i suoi compagni non se lo chiedono.
Nessuno dei ragazzi della Val Pusteria - 
cos che diventeranno noti, i Puschtra Buabm - sa
chi abbia preso la decisione di agire. Nessuno sa da
chi stanno ricevendo ordini. Colpiranno quella notte
dell'11 giugno.
Siegfried esce di casa al buio, sono passate le tre del
mattino, e si avvia verso il bersaglio insieme al suo amico
Franz Ebner che  pi grande di lui, ha fatto anche
la guerra. Per piazzare la carica bastano pochi minuti.
Non ci vuole niente, quattro chili di esplosivo, uno per
ogni sostegno del pilone. Avevo gi preparato tutto,
assemblando il detonatore ed il timer. Verso le quattro,
l'esplosione. Il traliccio trema, si inclina, cade. Ha fatto
una gran fiamma.
Stavolta c' un po' di paura. Ho pensato: forse non
sopravvivo. Se perdevo la vita l'avrei persa per la mia
causa. Pronuncia queste parole con convinzione, nella
Stube, anche qui, con la colomba dello Spirito Santo in
legno al centro del soffitto. Capisco che quasi ottant'anni
di vita non sono bastati ad allontanarlo dal passato.
Appena un'ora dopo l'esplosione, alle cinque di mattina,
i militari si presentano a colpo sicuro in casa Steger.
La madre, Frieda, corre su in camera: Siegfried, cos'hai
combinato? chiede. Sa tutto delle attivit del figlio, da
sempre. Facevo le bombe in casa, spesso nelle prime
ore del giorno, e lei era nervosa, mi raccomandava di
stare attento. I timori materni si concretizzano nelle figure
degli uomini armati arrivati per arrestarlo. Volevo
scappare, ma non potevo saltare gi dal secondo piano,
e poi fuori c'erano le jeep dei militari e dappertutto i
carabinieri con le mitragliette. Cos, si lascia condurre
nel cortile di casa. Poi, mentre lo accompagnano verso
l'auto che dovrebbe trasportarlo alla caserma, i militari
hanno un momento di distrazione, almeno questa  la
sua versione. Il prigioniero si divincola, si mette a correre,
esce dal cancelletto sul retro. Nessuno ha la prontezza
di sparare, o forse decidono di non farlo. Sono pur
sempre persone che abitano nei dintorni, probabilmente
lo conoscono da anni.
Nei giorni successivi nessuno lo trova: Sono rimasto
tre giorni oltre le Zillertaler Alpen, per vedere cosa succedeva
dice.
Possibile, in quel clima di caccia all'uomo? Una fuga
cos semplice ed una latitanza cos indisturbata? Ci
che  certo  che a casa non torner mai pi. Ripara in
Austria dove, grazie alla rete di sostegno attivata per i
fuggiaschi, riesce a trovare lavoro. Rientrer diverse volte
da clandestino in Sudtirlo, ma solo per brevi periodi
e sempre con uno scopo preciso: Nel 1963 sono stato
per sedici settimane in patria, tutta l'estate, da giugno a
settembre, e ho preparato tanti colpi. Volevamo liberare
la nostra terra. Eravamo soldati, non terroristi. Non volevamo
mettere di mezzo i civili, ma distruggere l'Italia.
Proprio in quell'estate, per, le cose stanno cambiando.
La stagione dei doppi e tripli giochi e dei tradimenti
 cominciata. Ho l'impressione che Steger non ne sapesse
granch. Mi racconta che lui e gli altri Puschtra
Buabm agivano in autonomia: sceglievano gli obiettivi,
perpetravano gli attentati, e poi fuggivano. Non erano
agli ordini di nessuno, anche se ricevevano armi ed
esplosivi dal Nordtirlo e conoscevano molti altri esponenti
del movimento. Tra questi i Molling che a un certo
punto lo ospitarono in casa loro per qualche settimana.
Non c'erano traditori n spie, nel nostro gruppo. In
altri, sottinteso, s.
Gli chiedo se non si sia mai sentito strumentalizzato.
Se non fossi stato convinto al cento per cento di
ci che stavo facendo, non avrei fatto niente risponde
secco.
Di convinzione doveva servirne parecchia, per affrontare
la vita miseranda del latitante. Aveva abbandonato
la sua Heimat e lasciato la sua famiglia nei guai,
sua sorella e sua madre sarebbero finite a pi riprese
in prigione, per mesi. Quando tornava - spesso assieme
a Luis Amplatz, anche lui fuggito nel 1961, o ad altri
- doveva spostarsi a piedi attraverso le montagne:
otto, anche dodici ore di cammino fino a che la cattiva
stagione non rendeva impraticabili i passi. Mi mostra,
su uno dei due libri di memorie che ha pubblicato, le
foto dei rifugi che usavano sulla via, c'erano anche case
amiche di contadini. Ma erano sempre braccati. E
sempre soli. La sua fidanzata di giovent, Dolores, se
l'era lasciata alle spalle quando era fuggito. Christine,
conosciuta nel 1967 in un albergo in Austria, quando
le aveva rivelato la verit l'aveva presa abbastanza bene.
Ma i genitori di lei no, un genero terrorista con una falsa
identit non lo volevano, e la storia era finita. Persino
con Erika, che ora gli siede accanto, non  sposato:  la
signora Sax. Portare il mio cognome per lei sarebbe
difficile dice. Quando si entra in certe dinamiche, la
vita che si dirotta non  mai solo la propria.
Dopo l'estate del 1963 in cui organizzano l'agguato a
una caserma di Campo Tures, anche in Austria l'aria comincia
a farsi pesante. Ma ci vorranno ancora anni prima
che il governo di Vienna dichiari la tolleranza zero
per il movimento sudtirolese. Ci hanno sottovalutato
si limita a commentare Steger.
E oggi? Non si sente colpevole, per le tragedie di
quella stagione, per gli anni di prigionia scontati dagli
amici e dai famigliari? Niente affatto. Sono gli italiani,
dice, che dovrebbero scusarsi. Avrebbero dovuto
andarsene subito, ridare il Sudtirlo ai sudtirolesi.
L'autonomia, per lui, non era altro che una rapina, un
grande imbroglio, e solo l'autodeterminazione sarebbe
stata accettabile. Per un'autonomia come quella odierna
non avrei speso nemmeno un centimetro di miccia
ha dichiarato in un'intervista, pi di dieci anni fa, quando
ha chiesto all'allora presidente della Repubblica Carlo
Azeglio Ciampi la grazia, che non gli  stata concessa.
Obietto che il Sudtirlo  una delle regioni pi ricche
d'Italia, per non dire d'Europa, e che la gran parte delle
persone con cui parlo  soddisfatta di ci che l'autonomia
ha portato. Ma secondo lui questo non  merito
dei politici. Loro hanno solo incassato. Il popolo lavora,
per questo le cose vanno bene l, anche agli italiani.
Molto meglio che nel Sud Italia.
Fisso i suoi occhi azzurri vivi e aggressivi e capisco
che non potrebbe mai sostenere qualcosa di diverso.
Sarebbe come ammettere che ha sbagliato, sessant'anni fa
e per i decenni a seguire. Gli chiedo se abbia mai ucciso
qualcuno e lo sguardo si fa duro, e nello stesso tempo
sfuggente.
Non si pu mai dire, quando si fa fuoco, cosa pu
succedere. Ci sono delle situazioni in cui bisogna
sparare.
E lei ha sparato?
Solo in aria, ho sparato.
Ma si pu pensare che i colpi possano essere andati
dalla parte sbagliata?
Non risponde e non risponder.
Abbiamo fatto quegli attentati solo per liberare il
Sudtirlo. Eravamo sognatori.
Era un sognatore, Johann Clementi? Me lo domando
mentre costeggiando una vigna procedo lungo la stretta
stradina che porta fuori da Pinzn, il paese della mia
bisnonna Rosa Tiefenthaler. Johann Clementi, detto
Hans, e sua moglie Hanna hanno sempre vissuto qui,
nell'ultima casa alla fine della via.
Ero stata a trovare Hans qualche anno fa, durante
le ricerche per il mio libro Tempesta. Classe 1921,
cacciatore, agricoltore, era un uomo dai capelli bianchi e
dall'aria seria, temprato dalla vita come legno stagionato.
Seduto con la schiena ben dritta mi aveva parlato
della sua giovinezza e della sua guerra. Reduce dalla
campagna di Russia, era riuscito a venire via poco prima
del massacro di Stalingrado, ma gli avevano amputato
alcune dita dei piedi per congelamento.
Nella nostra conversazione mi aveva anche accennato
agli anni del terrorismo, alla Notte dei Fuochi. Era
stato arrestato per quegli attentati, torturato, incarcerato.
Mi ero ripromessa di tornare a sentire il resto della
storia.
Ma il tempo non dovremmo mai aspettarlo, dovremmo
coglierlo quando c'. Hans Clementi se n' andato
nell'inverno del 2017 e del suo racconto mi  rimasto
solo qualche minuto di voce registrata.
L'anno si avvia alla fine e sua moglie mi accoglie,
ospitale anche se un po' in agitazione per il tema dell'intervista,
nella stessa Stube in cui avevo parlato con lui.
Mi offre un caff ed un dolce. Guardo alla parete la foto
di Hans in tenuta da caccia, il suo attestato di partecipazione
al coro locale.
Anche la sua vita e quella della moglie sono cambiate
nella notte tra l'11 e il 12 giugno 1961.
Ad arruolare Hans  Sepp Kerschbaumer. La battaglia,
dice, deve essere ingaggiata,  giunta l'ora, ma
non ci sar bisogno di uccidere. Faranno saltare qualche
traliccio, e gli italiani si spaventeranno, tanto da andarsene
per sempre dalla provincia.
Hans, per, all'inizio degli anni Sessanta le sue guerre
le ha gi combattute. Ha due figli, Maria di sette anni
e Christian di quattro, e il suo maso a cui pensare. Sa
che impegnarsi nelle attivit clandestine comporta dei
pericoli, la prima perquisizione a Pinzn  stata gi nel
1957 ed  arrivata anche a casa loro. C'erano tre carabinieri,
avevano fatto aprire tutti gli armadi. Dicevano
che erano pieni di fucili. Avevano avuto l'informazione
da qualcuno racconta Hanna. Naturalmente, gli unici
fucili in quel momento sono quelli da caccia e di esplosivo
non c' traccia, non ancora. Arriver in sguito. Da
dove, lei non lo sa. Certo so che c'entravano i Molling,
per esempio. Una volta arriv a casa un'auto nel cuore
della notte. Evidentemente bisognava nascondere in
tutta fretta qualcosa. A me quella faccenda non piaceva
affatto, non volevo sapere niente.
Per la Notte dei Fuochi Hans si presta solo a tenere
in casa dell'esplosivo. Agli attentati veri e propri, sostiene
Hanna, non partecipa. Tanto che  uno degli ultimi
arrestati, e per di pi in un modo che sembra indicare
una straordinaria ingenuit, o una grande buonafede.
La mattina del 12 giugno 1961, i militari arrivano a casa
di Clementi, ma se ne vanno a mani vuote.
Venne Rotellini, il capitano dei carabinieri di Neumarkt,
e disse a mio marito: "No, non ti portiamo dentro,
adesso, veniamo a prenderti domani". I due coniugi
immaginano si tratti di semplici controlli, per mettere
un po' di paura a chi  noto per le sue tendenze antiitaliane.
Ma il colpo  stato troppo clamoroso per non
produrre una reazione severa, e la situazione precipita
molto in fretta. Passarono un paio di settimane, poi li
individuarono tutti, velocemente.
 a questo punto che molti fuggono. Molti, ma non
Hans. Perch? Perch non ha fatto niente, sostiene sua
moglie, e non si sogna nemmeno di abbandonare la sua
casa e i suoi affetti. Quando vede che cominciano gli
arresti, va lui stesso in caserma a Neumarkt a costituirsi
per la detenzione di esplosivo. In Vespa, come per una
commissione o una visita qualunque. Ha detto: "Succeda
quel che succeda". Ma di andar via non ne voleva
proprio sapere.  convinto di cavarsela con una condanna
leggera.
Ma anche questa vita viene dirottata. Hans finisce in
cella.
La prima notte in caserma  stata tremenda, l'hanno
tenuto fino al mattino con le mani sopra la testa.  stato
torturato cos e anche in altri modi che io non posso
neanche immaginare ricorda Hanna. Molti sono stati
pestati a sangue, in quelle ore. Mio marito non ha parlato,
tanto sapevano gi tutto loro. Ma non pensava gli
sarebbe successa una cosa del genere.
Hans viene trasferito nel carcere di Trento, la stessa
citt in cui nel 1963 si svolger il processo ai diciannove
carabinieri accusati di torture sugli arrestati come
lui. Hanna si sente coinvolta in prima persona e va ad
assistere insieme alla sorella, Maria. Quel processo 
durato tre giorni e ci sono stata sempre. Non pu neanche
immaginare l'umiliazione, la sala era addobbata con
il tricolore, e i sudtirolesi sono stati portati dentro in
catene,  stato uno spettacolo triste. Suo marito,
aggiunge, non era presente in aula. Lo avevano torturato
troppo. Il processo si concluder il 20 agosto 1963 con
l'assoluzione dei militari, fatta eccezione per due che,
condannati a pene lievi, riceveranno quasi subito la grazia
dal presidente della Repubblica. Un esito destinato
a esacerbare ancora di pi gli animi. Il 7 dicembre dello
stesso anno si aprir il maxiprocesso di Milano per gli
attentati della Notte dei Fuochi. Hans Clementi si trover
alla sbarra insieme a quasi cento altri arrestati. La
sua condanna sar a sette anni di carcere, una pena particolarmente
severa. Perch?
Perch l'accusa, per lui,  quella di omicidio.
L'unica vittima della notte dell'11 giugno, il cantoniere
Giovanni Postal,  infatti attribuita alla carica piazzata
da Clementi. Che secondo sua moglie, per, non
ne ha piazzata alcuna. Certo, era un complice, aveva
l'esplosivo, ma lo avevano anche altri che presero solo
tre anni. E gli attivisti austriaci, che prepararono tutto
per la Notte dei Fuochi, ne sono usciti puliti... Molti
pagarono per le azioni dell'11 giugno, insomma, ma secondo
lei furono di pi quelli che la fecero franca.
Nella Bassa Atesina i combattenti per la libert erano
tanti. Bisogna capire che sotto il fascismo questo posto
ha subto delle trasformazioni culturali importantissime.
L'oppressione qui  stata forte. Ancora una volta
noto come, nella mente delle persone del posto, la linea
che porta dalla fine della Prima guerra mondiale al terrorismo
degli anni Sessanta sia un filo dritto e teso, senza
alcuna deviazione. Dall'italianizzazione forzata di Tolomei
e Mussolini alla guerriglia contro lo Stato.
Hans Clementi fa ci in cui crede e la corrente lo trascina
via. La moglie lo va a trovare al carcere di Trento
ogni luned, scendendo a piedi fino a Neumarkt o Auer
e poi prendendo il treno. Nel tragitto incontra sempre
la stessa gente, alcuni altri parenti di carcerati, donne
che in molti casi, dice, non avevano idea delle attivit
dei mariti fino al momento dell'arresto. Portano vestiti,
cibo, qualche pezzo di salame o di speck. Vedono i loro
uomini a un lungo tavolo, nel parlatorio. Si poteva
sporgersi e abbracciarsi, baciarsi racconta Hanna ma
era un tavolo molto largo. Ai figli, che a volte l'accompagnano,
ha detto solo: Pap ha fatto delle cose, ha rovinato
degli edifici, e per questo  colpevole e deve stare
in prigione, ma speriamo esca presto.
Intanto, alle preoccupazioni per la salute del marito
si aggiungono quelle economiche. La casa  ipotecata,
teme di perdere tutto e nel frattempo mandare avanti
da sola il maso e crescere due ragazzi non  uno scherzo.
Dai compagni di lotta di Hans non ha grandi aiuti,
ma in fondo, pensa senza rancore, non pochi sono
a loro volta incarcerati o fuggiaschi e hanno gi i loro
problemi. Per fatica a capire perch, molti, nel paese,
le voltino le spalle nel momento del bisogno. In fondo,
il sostegno alla causa  ancora forte nella popolazione.
Per anni ritiene che sia solo pudore, ma probabilmente
c' di pi. Il senso di colpa collettivo per l'uomo che ha
pagato pi di altri.
Solo nel 2000 scoprir quasi per caso la verit su
quella storia. Hans  stato solo un capro espiatorio, e
per di pi lo ha sempre saputo, prosegue Hanna. Ha
sempre professato la propria innocenza, ma sul vero
colpevole non ha mai parlato. Non ne ha avuto la possibilit.
Nell'ondata di arresti, gli inquirenti hanno fatto
tutto di fretta: " stato Clementi" hanno detto. Cos
gli altri nella Bassa Atesina sono rimasti tranquilli
racconta la donna, stavolta con amarezza. Ma allora chi 
il vero responsabile della morte di Postal? Lei scuote
il capo. Credo che sia ancora vivo, non  mai stato in
prigione  tutto ci che dice. A mio marito nessuno
ha mai chiesto nulla in proposito, nemmeno il pubblico
ministero. E io mi chiedo chi ci sia dietro, quali
interessi.
Sta dicendo che Clementi fu indotto a costituirsi dai
suoi stessi compaesani, dai compagni di battaglia politica?
Gli dicevano, tu hai gi fatto la guerra, ti sei gi
sposato... In pratica, il colpevole perfetto. Che per
certo non immaginava di restare in prigione quasi sette
anni. Sei anni e dieci mesi precisa Hanna, in un tono
graffiante che fa riemergere la ragazza combattiva che 
stata. Qualunque altra responsabilit  stata messa a tacere:
Per denaro ogni cosa  possibile, non solo in Italia.
Ma proprio non vuole dirmi di chi stiamo parlando.
Solo che non era sudtirolese, che  stato condannato
in Austria e che  vivente.
Prima di scoprire questi fatti andavo ogni anno in
chiesa per la messa in memoria di Sepp Kerschbaumer,
dopo non ho voluto pi sapere niente di nessuno di loro
dice dura. Io sono una testimone diretta che nessuno
vuole ascoltare. Sono una spina nel fianco. E questa
spina non poteva toglierla mio marito n posso toglierla
io, cos  stato deciso.
Certo  una storia scomoda. Incrina l'immagine patinata
dei combattenti, perseguitati dagli italiani ma uniti
nell'amore per la causa. Insinua l'imbarazzante sospetto
che a un certo punto la linea di quegli eroici cospiratori
sia diventata il si salvi chi pu. Tutti, sostiene Hanna,
sapevano fin dall'inizio dell'ingiustizia subita da Hans.
Perch chi era colpevole non si  fatto avanti? Perch
ci ha rimesso mio marito? chiede con foga, stringendo
le mani sulla tovaglia ricamata, nella Stube ormai in penombra.
Nessuna di noi due ha pensato di accendere la
luce, siamo prese dentro a una storia che alterna esplosioni
e buio.
Hans torna a casa il 19 giugno del 1968: della pena
comminata non gli  stato risparmiato nemmeno un
giorno, anche se negli ultimi sei mesi gli hanno concesso
delle visite a casa. Lui e Hanna ricostruiscono una normalit,
si tirano fuori dai problemi economici, e la vita
va avanti.
Ma al contrario di Siegfried Steger, Hanna  una persona
che il passato lo elabora ogni giorno. Le fa ancora
male pensarci, ma  ben decisa a non esserne schiava.
Vorrebbe,  umano, che le cose fossero andate diversamente.
Sono convinta che se avessero lasciato fare a
Kerschbaumer, senza i Molling e tutti i nordtirolesi...
sarebbe stata un'altra cosa. Non so se si pu dire che sarebbe
stato meglio, ma un'altra cosa, questo s.
Tra poche ore vedr finire un altro anno, guardando
dalla finestra il cielo e la neve. Hans se n' andato,
ad Hanna interessa solo portare avanti la memoria della
sua innocenza, con la forza che sanno mettere in campo
le donne. Penso a quante, coinvolte in queste vicende,
hanno avuto in sorte l'attesa, la preoccupazione, l'abbandono,
la paura e la violenza, come lei e pi ancora.
Non ha mai pensato di aver sposato l'uomo sbagliato?
le chiedo.
No. Questo non l'ho mai pensato.
E alla fine sorride.
...
17. Traditori e traditi.

Pinzn e Bolzano, luglio 1961.

Un'auto ha accostato di fronte alla Gasthaus. Sono scesi
due uomini, evidentemente poliziotti in borghese.
Pantaloni attillati, giacche leggre, capelli corti, baffetti.
Visitatori del genere, dopo la Notte dei Fuochi, sono frequenti.
Sono arrivati a migliaia, qualcuno dice a decine
di migliaia: carabinieri, polizia, esercito e altri che danno
meno nell'occhio.
Sono tornati quelli l mormora Clothilde, bianca
come le tovaglie con cui sta apparecchiando. Al contrario
di molti compaesani non ha dovuto presentarsi nella
caserma di Neumarkt. Ma la pensione  stata perquisita,
come tutte le altre case. E presto sono cominciati
gli arresti: qualcuno ha parlato. Le prime cellule sono
state smantellate, anche se i pesci grossi si sono dati alla
macchia. A Pinzn, tutti hanno notato con apprensione
che neppure di Hermann c' pi traccia. Peter non vede
il monco dalla notte delle bombe. La mattina successiva,
quando  passato a prendere la Zndapp per
accompagnare Klara a Bolzano, ha trovato la casa deserta.
Hermann era sparito, prendendo con s soltanto
la giacca da cacciatore ed il berretto. Non si era neppure
preoccupato di sparecchiare la tavola, dove restavano
ancora gli avanzi della cena. Forse sapeva che la collera
degli italiani si sarebbe scatenata molto presto e che
il suo braccio mancante non sarebbe bastato a salvarlo.
Rientrato da Bolzano, Peter ha parcheggiato la moto e
chiuso il fienile con un grosso lucchetto. Qualcosa gli
dice che non rivedr presto il suo vecchio amico.
Vecchio, ma non tanto da abbandonare la lotta.
Peter Staffler? esordisce uno dei due uomini. Sono
entrati senza salutare, come in casa propria. Il pi giovane
ha scoccato un sorriso a Clothilde. Come stai?
ha domandato in tedesco, con un accento terribile, ma
in tono gentile.
Prendete qualcosa? chiede Peter.
Ci piacerebbe, ma credo proprio che non ci sar
tempo risponde l'altro poliziotto, avvicinandosi al
bancone.  giovane, poco pi grande di Peter. Chiss
che cosa gli hanno raccontato quando lo hanno mandato
qui. Che andava a combattere dei nostalgici del nazismo,
o degli agenti comunisti, in ogni caso che la salvezza
della Repubblica italiana dipendeva da lui. E che il
nemico era pericoloso e spietato. I modi sono arroganti,
ma a volte l'arroganza nasconde l'insicurezza.
Peter guarda l'auto parcheggiata davanti alla porta.
Un'Alfa Romeo grigia con un'antenna radio sul cofano.
Ne ha gi viste parecchie, in giro.
Ti dispiace venire con noi? Solo un momento.
Abbiamo qualche domandina da farti prosegue l'uomo.
Ha una fondina alla cintura,  leggermente aperta e il
calcio della Beretta  in evidenza. Max ha spiegato che
il ministero dell'Interno ha mandato sul posto agenti di
una sezione speciale, un servizio che non deve rendere
conto a nessuno. Ma perch sono venuti quelli anzich
i carabinieri locali? L'altro continua a fare gli occhi dolci
a Clothilde con un'aria di intesa, quasi di complicit.
E non potete fargliele qui, le domande? interviene
Katharina. Tutti si voltano con un sussulto, non l'hanno
sentita entrare e la sua voce si  levata alta, quasi
stridula. Teme quel momento da settimane. Tanti sono
stati arrestati, portati in caserma, o interrogati informalmente
durante le perquisizioni. Anche i loro stagionali,
anche Clothilde. Che cosa hanno raccontato?
Non glielo ha nemmeno chiesto, sarebbe stato inutile.
E nessuno si  confidato con lei. Tutti muti. Attanagliati
dalla paura.
Ordini. Si va ad Egna. Glielo rimandiamo indietro
subito, suo figlio. Una semplice deposizione assicura
il pi anziano.
Noialtri non sappiamo niente, e neppure mio figlio
insorge Katharina. Se potesse urlerebbe e prenderebbe
Peter a schiaffi. Da vent'anni lo protegge da ogni cosa.
E lui che fa? Nello spazio di una notte si mette nei guai.
E non le ha confidato nulla.
Non ho dubbi, e sono certo che verr anche il suo
turno di testimoniare continua il poliziotto. Ma lo sa
anche lei che i danni sono stati ingenti, e che c' di mezzo
un morto. Un poveretto che passava di l e ha cercato
di fare il suo dovere. Lui ha pagato con la vita. Ora tocca
a tutti gli altri, pagare.
Fa un cenno a Peter, che esce a testa alta da dietro al
bancone.
Stai tranquilla, mamma, torno presto.
L'altro agente, il pi giovane, guarda Clothilde quasi
con aria di scusa.
Lo facciamo per il vostro bene, sapete dice,
sempre in quel tedesco stentato, ma volenteroso. Lo sappiamo
che siete brava gente. Vogliamo solo proteggervi.
Grazie di tutto.
Grazie di che? chiede Clothilde, con un tremito
nella voce, e lui fa una faccia dispiaciuta. Esce, lo sguardo
basso.
Vai a prendere qualche bottiglia di rosso in cantina,
 quasi finito ordina Katharina a Clothilde. Aspetta
che si allontani prima di aprire il cassetto dove conserva
i vecchi registri contabili. Prende da sotto la pila un pezzo
di carta con un numero di telefono, e lo infila nella
tasca del grembiule.

Dobbiamo parlare Max irrompe nell'ufficio di suo
padre.
Sarebbe una novit. Sar un mese che non apri bocca
ribatte l'altro, ironico, senza scomporsi per l'ingresso
drammatico del suo erede.
Max si pianta di fronte alla finestra, tra due alti scaffali
pieni di libri. Sulla parete accanto, Kurt ha fatto appendere
una grande foto in cornice:  una ripresa aerea
della propriet, scattata dall'alto di una mongolfiera che
ha fatto venire apposta da Vienna. Si riconoscono, nel
parco, gli invitati a un festeggiamento speciale, il matrimonio
della sorella maggiore di Max con il primogenito
di un ricco casato locale.
Sembri di buon umore osserva Max.
L'estate  calda e lo rimarr dice Kurt. Sar una
buona annata.
Sai pensare solo alla vendemmia lo accusa il figlio,
esasperato. Non capisci cosa sta succedendo? Gli italiani
ci hanno invaso!
Gli italiani ci hanno invaso molto tempo fa ribatte
lui, placido. Perch te ne preoccupi ora? Sei nei guai?
nel tono calmo si insinua una nota dura.
Io no. Ma Peter  ancora in galera. Lo hanno trasferito
a Bolzano, mi ha appena chiamato sua madre.
Ha chiamato te? Perch mai pensa che tu possa aiutare
quel sabotatore di suo figlio? Tu non c'entri, con
queste cose.
Devi farlo uscire di galera Max finge di ignorare il
suo tono sarcastico. Non vuole fare polemiche, ha troppo
bisogno di lui. Da quando hanno preso Peter  inquieto,
ma ora  spaventato: il carcere di Bolzano si 
guadagnato in poche settimane una pessima reputazione.
Le famiglie dei detenuti parlano di violenze, di maltrattamenti,
la parola tortura corre di bocca in bocca.
Max sa che Peter, nonostante il fisico muscoloso da
pugile  un ragazzo dolce, persino fragile. Che cosa gli
faranno?
E che cosa ti fa pensare che io possa aiutarlo?
butta l suo padre.
Basta che tu prenda quel telefono e chiami il procuratore
di Bolzano. In due minuti Peter sar fuori. So che
puoi farlo Max quasi lo supplica. In fondo te ne deve,
di favori, quella gente...
Mossa sbagliata. Il padre si raddrizza sulla poltrona.
Non ripeterei insinuazioni simili in pubblico, se fossi
in te sibila. Ti perdono solo perch sei scosso. E ancora
non capisco perch dovrei fare dei favori al figlio
della locandiera di Pinzn.
Max ha pensato in anticipo alla risposta. Ha preparato
da un pezzo la sua frase a effetto. Perch se non farai
niente mi presento in commissariato e confesso che
la bomba l'ho messa io.
Kurt si alza di scatto e gli si pianta di fronte.
E secondo te questo tuo gesto coraggioso, questo
sacrificio, servirebbe a qualcosa?
Non credo che tu abbia voglia di vedere il tuo nome
stampato sui giornali. Max sostiene il suo sguardo. Lo
vede esitare.
Sopporter questa umiliazione dice infine l'uomo.
Si siede in poltrona e riapre il giornale. Forse, finalmente,
in galera imparerai qualcosa. L'obbedienza, per
esempio.
Pensi che non lo far dice piano Max. Ma ti sbagli.
Si avvia verso la porta, ma prima che possa raggiungerla
il padre si  alzato di nuovo. Lo afferra per
una spalla con violenza e lo costringe a girarsi. Sbilanciato,
Max quasi cade a terra. La rabbia che legge negli
occhi grigi gli toglie il fiato. Kurt non  ancora pronto a
odiare quel figlio tanto desiderato, ma non pu non dare
sfogo alla sua amarezza.
E tu pensi davvero che un poliziotto o un procuratore
metterebbero agli atti la tua confessione senza
prima domandarmi il permesso? Pensi davvero che un
giornalista oserebbe scrivere una riga con il mio nome
senza avvertirmi? abbassa la voce: In che mondo vivi,
povero illuso?.
Accenna ad una pila di documenti sulla scrivania.
Tanto perch tu lo sappia, non penso solo alla vendemmia.
Penso anche a tener d'occhio te e le tue cattive
compagnie. Il tuo amico Peter  stato denunciato.
Da una ragazza che lavora alla Gasthaus. Ha vuotato il
sacco, ha raccontato della notte in cui lui  partito con
un compare e la sua nuova amichetta per far saltare un
traliccio. Puoi anche risparmiarti la fatica di costituirti,
qualcuno li ha gi fatti, i vostri nomi. Ma gli sbirri non
sono dei cretini, hanno fatto capire alla ragazza che le
conveniva dimenticare due nomi su tre. Non  successo
proprio niente, per quanto concerne la nostra famiglia.
E anche la tua amica Klara pu dormire sonni tranquilli,
sempre che non la tenga sveglia la coscienza.
Max rimane di sasso. Sono anni che non ascolta un
discorso cos lungo di suo padre, uomo di poche parole,
e cos tanta asprezza non l'ha mai sentita. Non si sente
un avversario all'altezza, non ha la stoffa. Come ha
potuto illudersi di tenergli testa? Occorrono decenni di
pratica per rendersi invulnerabili.
Adesso puoi andare. Kurt gli lascia la spalla e l'ultimo
sguardo al viso del figlio  quasi di rimpianto. Poi
torna la durezza. Cerca di trovarti una ragazza perbene
dice. Tanto alle donne interessa solo la ricchezza,
persino tu non avrai difficolt.

La porta si apre ed Umberto rivolge un cenno ai poliziotti
seduti nella stanzetta dove Peter  rinchiuso gi da varie
ore. Gli uomini si alzano ed escono.
Siedi pure dice Umberto accendendosi una sigaretta.
Peter si lascia cadere su una sedia. Caviglie e ginocchia
sono a pezzi. I muscoli dei polpacci e delle cosce,
contratti, pulsano dolorosamente e dalla nuca alle
reni la sua schiena  un unico nodo straziante. Ti hanno
picchiato?
Peter fa segno di no con la testa. Sente il sangue pulsare
nelle tempie. Ha gli occhi bruciati dalle lacrime e
dal sudore che gli  colato dalla fronte. Gli sembra che
la lingua sia raddoppiata di volume, la bocca foderata di
carta vetrata. Vorrebbe chiedere un bicchiere d'acqua,
ma ha la gola paralizzata, non riesce a emettere alcun
suono. Ha freddo nonostante il caldo opprimente, e il
suo torace nudo  scosso da un tremito che non riesce
a controllare.
Ti  andata bene osserva Umberto, senza emozione.
Ce n' di meno fortunati.
Peter non saprebbe pi dire da quanto  detenuto
nel carcere di Bolzano. Ha perso la cognizione del tempo.
Ricorda il commissariato di Neumarkt, e di essere
stato preso in consegna da una piccola squadra di agenti.
Lo hanno ammanettato con le mani dietro la schiena
e spinto in una cella che ospitava gi una decina di prigionieri,
tutti seduti per terra. Ha riconosciuto dei visi
noti, anche dei paesi vicini. Non dire una parola ha
sibilato uno di loro. Ascoltano tutto. Qualunque cosa
accada, acqua in bocca. Non fare nomi.
Quante ore sono passate, prima che la porta della cella
si riaprisse? Un giorno? Due? Lui e gli altri sono stati
fatti avanzare a calci e pugni lungo il corridoio. Figli di
puttana! Pezzi di merda! urlavano i secondini. Ve lo
insegniamo noi a mettere le bombe! Li hanno fatti salire
su una camionetta e trasferiti in citt.
Hai sete? gli domanda Umberto. Peter annuisce e
il poliziotto gli avvicina un bicchiere. Per quanto tempo
 rimasto in piedi? Non lo sa pi. All'inizio l'ha presa
come una sfida. I tizi urlavano. Con chi eri la notte
delle bombe? Fuori i nomi! Confessa, razza di
mezzasega, confessa! Peter teneva duro. Un pugile sa
incassare anche quando fa male. Poi gli hanno strappato
via la camicia e gli hanno ordinato di alzare le braccia. I
muscoli hanno preso a dolergli, ma era fuori discussione
cedere di fronte a quelle bestie. Il tempo passava. Gli
agenti fumavano e sbraitavano. Uno gli si  avvicinato
e gli ha detto: Quando il posacenere  pieno inizio a
spegnere le cicche sul tuo bel faccino da finocchio!. Il
tempo passava e il dolore si  fatto sempre pi intenso.
Poi gli hanno calato i pantaloni e le mutande e si sono
messi a ridere. Guarda che bel culetto, questo far faville
in gattabuia. Ci dovrai mettere un tappo, tanto
te lo sfondano! Peter era in piedi da ore e le lacrime
gli scendevano lungo le guance, non c'era modo di
fermarle.
Poi, il tono dell'interrogatorio  cambiato.
Guarda che  inutile che fai l'eroe gli ha detto un
nuovo aguzzino. La tua amichetta ci ha gi raccontato
tutto. Lo sai che  una bella zoccola, la tua Clothilde? E
quanto  gelosa! Peter si  sentito travolgere da un'ondata
di paura. Che ne era di Klara? E di Max? Nel bel
mezzo di quella confusione,  partita una domanda:
Vogliamo sapere solo una cosa: dov' Hermann, il tuo
amico monco? Diccelo e ti lasciamo andare. E anche i
tuoi amici.
Puoi rivestirti dice ora Umberto.
Peter si accorge solo adesso di essere crollato quasi
nudo sulla sedia di legno. Con una smorfia ad ogni gesto,
si tira su i pantaloni. Umberto lo guarda, immobile.
Indifferente. Spegne la sigaretta nel posacenere pieno di
mozziconi. Sorride.
Te l'hanno fatto il giochetto del posacenere pieno?
S.
E lo sai che  tutto vero? Che spengono le sigarette
addosso a quelli che non parlano... Non so perch te
l'hanno risparmiato, mi sa che hai avuto un trattamento
di favore. Si china in avanti e lo afferra per la spalla,
aiutandolo a rialzarsi. Lo sorregge nei primi passi verso
la porta. Bene cos, ragazzo, bene cos lo esorta, come
parlando a un bambino. Poi gli passa il braccio destro
sulle spalle e lo guida per il corridoio, proteggendolo
dall'agitazione che regna l fuori, tra i detenuti in manette
seduti nel puzzo di sudore ed orina.
Avanzano tra due file di sguardi, stretti come vecchi
amici. Peter capisce, ma  troppo tardi. Vorrebbe dibattersi,
urlare, gridare che non ha aperto bocca.
Ma dal fondo della sua gola indolenzita sale a stento
un rantolo disperato che suona pi come una
confessione.
...
18. Bisogna combattere il male con il male

Bolzano e Pinzn, luglio-agosto 1961.

Avete per caso delle vecchie foto?
In piedi sulla porta del negozio, Karl squadra la giovane
donna che  appena entrata. L'accento  tedesco.
Berlinese? le domanda incuriosito.
Gli tende la mano: S, ma abito a Monaco. Gerda
Schuster, scrivo per lo "Spiegel". Non sar tedesco
anche lei?.
Pi o meno. Sono nato a Berlino, tanto tempo fa
risponde lui.  venuta per... quello che  successo?
Lei sorride. L'intito non le manca!
Gi, le ho fatto una domanda sciocca. In un momento
come questo ci sono pochi turisti,  chiaro. Io mi
chiamo Karl soggiunge.
Max sbuca dal laboratorio e si avvicina.
Questo  Max, che sta proprio riordinando dei plichi
di vecchie stampe e negativi.
Che cosa cerca precisamente? domanda Max.
Qualcosa per illustrare la storia recente. La Bolzano
fascista, l'arrivo dei tedeschi, gli americani. Il mio giornale
pu comprare immagini d'archivio, ma io cercavo
qualcosa di pi personale. Delle foto scattate in quegli
anni e poi dimenticate. Un frammento di memoria
rimossa...
Quando ha lasciato Berlino? la interrompe Karl.
Da qualche giorno si sente molto a disagio. Le pattuglie
per le strade, i posti di blocco, i controlli di identit. Il
coprifuoco. Bolzano sembra in stato di assedio. Si ritrova
a pensare a Berlino con nostalgia, e s che l'ultima
volta in cui l'ha vista piovevano le bombe.
Gerda non sembra sorpresa da quella domanda. Anche
in Germania i ricordi sono ancora freschi. Galleggiano
sulla superficie della consapevolezza collettiva, e
basta un nonnulla perch le acque si increspino.
Io? Gi nel 1943, quando i bombardamenti si sono
fatti troppo violenti. Avevo dodici anni. Mia madre ci ha
portati dai suoi, a Monaco.
E suo padre? domanda Karl.
Era al fronte. Non  mai tornato. La giornalista
cambia argomento e si rivolge a Max: Allora? Pensa di
avere qualche buona foto per il mio articolo?.
E che cosa intende scrivere di noi?
Di voi due? Direi nulla. Sul resto mi sono fatta le
mie idee.
Ovvero?
Le idee di qualcuno che viene da Monaco. Sul volto
della tedesca passa un'ombra. Dove di quel che 
successo qui ne sanno quanto voi, se non di pi.
Max apre la bocca per chiederle cosa intende, ma
Karl gli mette una mano sulla spalla, e lui tace.
Mi segua nel retrobottega si limita ad invitarla. Ho
sottomano molte vecchie foto interessanti.

Katharina  seduta al buio in camera sua.
Peter  tornato. Lo ha abbracciato, ha pianto, gli ha
apparecchiato una cena che il figlio a stento ha toccato,
mentre finiva la bottiglia di vino. Non gli ha chiesto
niente. Non voleva rischiare domande.
Ripensa al colloquio con Umberto, nell'ufficio spoglio
che come unico mobilio aveva un tavolo in ferro e
due sedie.
Dov' Peter?
Qui di fronte.
Nel carcere?
E dove se no?
Ma non pu rimanere l dentro, deve tornare a casa!
aveva giocato la carta della madre sola, vergognandosi.
Non posso gestire la Gasthaus senza di lui, ho
bisogno d'aiuto.
Non le do torto. Ma io che cosa posso farci? Non
sono mica il giudice.
Lei mi ha promesso di aiutarmi.
No, le ho detto di chiamarmi se veniva a sapere
qualcosa di interessante.
Katharina aveva valutato in fretta le possibilit. Anche
quelle sgradevoli, anche quelle ancora pi vergognose.
Ma chiss perch, non le sembrava che potessero
funzionare. Quell'uomo non era come tutti gli altri, non
alzava la voce, si muoveva con gesti misurati.
Avanti, Katharina, mi ha telefonato lei era stato
Umberto a rompere il silenzio. E ha fatto bene. Ora mi
dica ci che sa.
Ma lei riusciva solo a fissare ipnotizzata la mano che
sollevava lenta la sigaretta. Poi lui si era alzato.
Cosa non farebbe una madre per suo figlio, eh?
l'aveva guardata con i suoi occhi neri e per un momento
s, era sembrato come tutti gli altri. Le aveva sfiorato
una ciocca di capelli sfuggita dalla solita crocchia.
A Cefalonia ho visto i tedeschi saccheggiare i villaggi
dei resistenti. I vincitori ci mettono poco a diventare dei
barbari. Aveva avvicinato il viso a quello di lei. Ma noi
non siamo cos.
E allora come siete?
Voglio Hermann.
Ma io non so dov'! La disperazione nella sua voce
era autentica. Non ci avrebbe pensato un minuto, a consegnare
il monco in cambio di suo figlio.
Ma lo sapr. E allora verr a dirmelo. Umberto si
era alzato e aveva aperto la porta. Pu andare.
E Peter?
Torner a casa.
L'aveva accompagnata fuori, nel corridoio pieno di
uomini in manette.
Peter torner a casa aveva ripetuto. Noi non facciamo
del male ai bravi ragazzi.
Katharina guarda fuori dalla finestra e si chiede come
ha potuto sentirsi rassicurata da quelle parole, e dalla
voce profonda di lui. Come ha potuto uscire leggera,
aspettare speranzosa, accogliere il figlio con lacrime di
sollievo.
Che stupida  stata, a non capire.
E ora siede nel buio come se accendere anche solo
una candela potesse attirare sulla sua casa qualche orribile
vendetta.
Peter  a casa,  vero. Ma  pi in pericolo di prima.

Klara non dorme da troppe notti. Quando chiude gli
occhi, il vuoto lasciato da Peter le d una fitta allo stomaco.
Anche quella sera, a cena, non ha mangiato. Sua
madre la guarda ansiosa ma, stranamente, non dice una
parola, si limita a riportare in cucina i piatti pieni. In casa
loro non c' mai stato tanto silenzio.
Fuori, via Goethe  insolitamente calma. Il coprifuoco
 ancora in vigore: verr tolto solo al termine delle
perquisizioni e degli arresti. Klara si sente in colpa,
senza sapere bene per cosa. Ha usato i suoi amici per
raggiungere il suo scopo? S, ma il suo scopo era anche
il loro. Avrebbe potuto agire senza gli altri due? S, ma
avrebbero agito lo stesso. Avrebbe potuto evitare l'arresto
di Peter? No.
Non lei, almeno.
Sente un passo sicuro nel corridoio e d'impulso apre
la porta.
Pap!
Franz, che sta andando in camera, si volta stupito.
Klara. Tutto bene?
Posso parlarti?
Lui esita, non entra quasi mai nella stanza della
figlia.
Per favore...
Il padre la raggiunge, la guarda chiudere la porta.
Non vuole che la mamma possa origliare, anche se dovrebbe
essere gi a letto.
Pap, perch hanno arrestato Peter e non me o
Max? chiede d'un fiato.  una confessione, ma tanto
lui sa gi tutto, non c' da dubitarne.
Peter ha fatto una sciocchezza. Franz sospira e si
siede sulla sedia accanto alla scrivania. Quando si agisce
non bisogna lasciare tracce o avere testimoni.
Ma quella notte c'ero anch'io! La persona che ha
visto Peter ha visto anche me e Max.
Lo so, lo so, ma... agli italiani non interessate n tu
n Max. A Franz non piace mentire a sua figlia ma, si
dice, una mezza verit non  una menzogna.
Perch no?
Perch siete... quelli sbagliati. A loro servono gli
eroi convinti di combattere per la patria. Servono un
po' di bombe ed un po' di martiri, ma di certo non vogliono
farsi nemici potenti.
Klara lo fissa, la fronte aggrottata. Ha la strana impressione
di vivere in un mondo diverso da quello di lui.
Ha capito benissimo che gli americani hanno un loro
interesse nei disordini in Sudtirlo. Ma gli italiani? La
notte dell'11 giugno lei non stava certo lavorando per
gli italiani. O s?
Affcciati alla finestra la invita il padre. Tra poco,
vedrai passare una pattuglia. Pensi che sarebbe stato
possibile mandare tante forze armate in questo spicchio
di terra, se non fosse successo nulla? Le bombe hanno
fatto quel che dovevano fa una pausa brevissima.
Anche la vostra.
Lo dice come se gli dispiacesse ed in effetti  cos. Klara
pensa di essere gi esperta delle cose del mondo, pronta
a tutto, ma  solo una ragazza. Ha sempre cercato di
proteggerla ma forse non  pi possibile, anche lei deve
prendere il suo posto nel grande gioco. Lo ha gi fatto.
Peccato che lui conosca quel che si rischia di perdere,
e lei no.
Allora...  tutta una messa in scena? Hanno preso
Peter solo per dare un esempio? Un segnale?
Franz si chiede se pu mentirle di nuovo. Ma non
lo fa.
No. Vogliono il suo amico Hermann.
Klara sgrana gli occhi.
Il "monco"? E tu come fai a conoscerlo?
Lo conosco.
Ma  un invalido. Non pu aver piazzato nemmeno
una bomba.
Si pu fare, con una mano sola le assicura. Hermann
 un soldato, non dimenticarlo. Peggio,  un soldato
sconfitto che cerca una nuova guerra.
Ma chi lo vuole? Gli italiani o gli americani?
Lui si stupisce della domanda.  troppo lucida.
 complicato cerca di tagliar corto.
E da quando hai paura di spiegarmi le cose
complicate?
Suo padre quasi sorride.  da quando aveva sei anni
che Klara lo sfida con quelle stesse parole.
Hermann  rimasto fedele al nazismo. Ce ne sono
tanti, in Europa, di nostalgici del Reich come lui. Gli
italiani vorrebbero usarli, ma in realt hanno paura di
loro. Gli americani sanno usarli, e non hanno paura.
E a che cosa dovrebbero servire?
Contro i comunisti.
Anche Klara, ora, si ricorda di quando era bambina.
Di quando le sue catene infinite di Perch?, alla fine,
si scioglievano contro una risposta pi lapidaria delle
altre. Suo padre  un maestro in questo gioco: dare risposte
semplici, ma incomprensibili.
Peter non c'entra nulla in questa storia. Klara si
aggrappa alla sua unica certezza, quella di dover salvare
il suo amico.
Lo so bene, ma gli italiani sono convinti che li porter
sulle tracce di Hermann. Finch non lo far...
Lo terranno in carcere? Ma  orribile!
Franz scuote il capo. E Klara impallidisce.
Lo... tortureranno?
Il padre continua a tacere.
Lei scandisce: Come lo sai?.
Ho degli amici tra gli italiani.
E lo hanno torturato? lo fissa incredula, sente la
gola chiudersi. Non vuole piangere davanti a suo padre.
Ma immagina il corpo di Peter martoriato e le sembra di
impazzire. Tu li hai lasciati fare?
Peter se l' cavata con poco risponde Franz. Qualche
maltrattamento.
Perch parli al passato? ...
Ma no che non  morto la interrompe quasi con
impazienza.  a casa. Lo hanno rilasciato oggi
pomeriggio.
Klara balza in piedi.
E non mi dicevi niente? La gioia si mescola con
l'indignazione. Come puoi restare cos... indifferente?
Non ti importa niente di noi?
Mi importa di te stringe i denti. E di fare quel che
devo.
Lei solleva i pugni, un gesto inconsueto.  in gioco la
vita, la sicurezza di una persona che ama, come pu suo
padre parlare con tanta calma? Le sembra di non averlo
mai visto cos freddo. Ma forse, invece,  stato sempre
cos.
E in quel che devi ci sono anche le botte, le torture,
gli inganni degli italiani? Mi dici, allora, perch saremmo
meglio dei nazisti?
Franz la fissa muto. Sa che se apre bocca dir la cosa
sbagliata. Ma tacere  un tormento.
Non dici niente, non muovi un dito ! Non hai aiutato
Peter, non aiuti tutti gli altri, nemmeno protesti per le
torture! Tu potresti far finire tutto questo!
Klara si sente coraggiosa a sfidarlo in quel modo. Ma
il suo  solo il grido di una bambina che sta scoprendo
che il suo pap non  onnipotente. N onnisciente. N
innocente.
E quel grido attraversa Franz come una lama.
Basta cos intima alzandosi. Ci sono delle regole,
Klara. Se non sei in grado di capirle, o di accettarle,
lmitati a non giocare.
Lei si ritrae, come schiaffeggiata.
Si sta bene dalla parte del giusto, eh? L'indignazione.
L'emozione. Belle cose prosegue lui. Ma a volte
bisogna combattere il male con il male.
Sotto i piedi di Klara si spalanca un baratro. Mentre
il padre esce dalla stanza, le sembra di aver perso ogni
punto di riferimento. Peter, pensa: solo Peter pu salvarla.
Ma prima, lei dovr salvare lui.

Peter ci ha pensato bene, e torna tutto. Le gite a Trento,
il viavai di uomini in divisa e in borghese nella pensione,
il trattamento di favore e la liberazione improvvisa
dal carcere.
La tentazione, per,  tacere. Fare come se non fosse
successo niente. Lasciare il passato immerso nel silenzio.
Non dover affrontare sua madre.
Ma al mattino, nella Stube,  lei ad affrontarlo.
Promettimi di non fare pi sciocchezze gli dice calma
e intensa, mentre bevono il caff. Me lo prometti?
Lui alza gli occhi, altrettanto calmo.
E tu? Cosa mi prometti?
Sul viso le legge la colpa.
Che cosa hai promesso allo sbirro per convincerlo
a rilasciarmi? incalza. Gli hai parlato di Hermann?
Hermann non si  pi visto dal giorno delle bombe.
 sparito, e io ne so quanto te.
E allora che cosa gli hai promesso? Che mi terrai
d'occhio?
Vogliono Hermann, non te.
Ah! E quindi lo sbirro ti fa anche delle confidenze.
Intime, magari. Peter sbatte il tovagliolo sul tavolo.
Gli sei piaciuta? Pare che ci sappiano fare, con le donne,
i bravi uomini meridionali!
Katharina ha un moto d'indignazione. Chi  quell'uomo
che la accusa con arroganza? Dov' suo figlio?
Non ti permettere, sei solo un ragazzino! attacca a
sua volta.
Ho vent'anni e so quello che faccio! Alla mia et,
mio padre era al fronte... Ma tanto tu ti sei consolata
in fretta, vero? Magari anche prima che arrivasse
lo sbirro. Mentre le parole gli escono di bocca si fa
orrore da solo. Sta davvero dicendo queste cose a sua
madre?
Lei spalanca gli occhi inondati di lacrime.
Tu non sai niente singhiozza. Perch sei cos cattivo?
Volevi restare in galera? Volevi che ti facessero ancora
del male? alza la voce, tra pianto e rabbia. Tu
non sai assolutamente niente ripete.
Lui la guarda senza risposte, odiandosi perch l'ha
fatta piangere, odiandola perch sta piangendo.
Vado a stare da Max dice, e corre fuori.

Nella notte  squillato il telefono. Due volte. Poi di nuovo
tre squilli. Poi pi nulla. L'uomo si  alzato e si  avvicinato
a una finestra dalle persiane ben chiuse. Sbirciando
da un interstizio ha perlustrato con lo sguardo
la via deserta. Ha inspirato il profumo del bosco vicino.
Ha ascoltato in silenzio i suoni familiari. Poi, con la sua
unica mano, ha composto il numero che conosce a
memoria.
Il ragazzino  fuori, ma pare che abbia cantato dice
una voce maschile.
Cambia poco. Non pu avergli detto dove sono, e
chi sono gi lo sanno.
E sanno anche che non collabori. Se non puoi essere
un'arma, ti useranno come capro espiatorio.
Lo so. Ma per ora qui sono al sicuro. Ho degli amici
che mi proteggono.
Non basta. Devi passare la frontiera.
E il ragazzo? Nella voce di Hermann si insinua una
nota insolita di preoccupazione.
Qualcuno se ne occuper.
No. Me ne occupo io.
Qualcuno potrebbe avere fretta. Bisogna spicciarsi.
Me ne occupo io.
Hermann riaggancia. Spicciarsi... Poveri imbecilli.
Bisogna saper attendere, invece. Capire la trappola. E
colpire i colpevoli, non le vittime.

Bussano alla porta. Umberto si sveglia e va ad aprire, la
Beretta in pugno.
Ma che casino fai? sbotta alla vista di Ettore. Hanno
inventato il telefono, lo sai usare?
Il telefono funziona meglio quando non si tiene
staccato ribatte il braccio destro di Umberto posando
la cornetta sull'apparecchio. Si guarda intorno nella
stanza: il letto sfatto, i posacenere pieni, le tazze di caff
abbandonate in giro, i sonniferi sul comodino.
Ne hanno fatto saltare un altro a nord di Merano
dice.
E allora?
Hanno aperto il fuoco sugli alpini...
Ci sono morti?
No, si sono messi al riparo.
Gli attentatori sono scappati?
Di sicuro. Ma penso che valga la pena fare un salto.
E che cosa pensi che stia facendo? Non mi rivesto
mica per tornare a letto. Si va... risponde Umberto.
In auto accende una sigaretta. Ettore, che non sopporta
il fumo, abbassa il finestrino. L'aria  calda, e la
luna di agosto si scorge appena tra gli abeti. Anche premendo
sull'acceleratore ci vorr un'oretta. Ponte Clava.
Dopo Merano la strada comincia a serpeggiare, seguendo
il corso impetuoso di un torrente.  la gola del
Passirio. Il bosco si infittisce, facendosi impenetrabile.
Qui  l'ex fabbro, ora latitante, Georg Klotz a dettare
legge, assieme ai suoi. Cinque anni di Wehrmacht sono
una bella scuola.
Hanno piazzato l'esplosivo, hanno fatto saltare il
traliccio. Quando sono arrivati i militari, quelli li hanno
sventagliati di piombo. Con un mitra...  la prima volta
che succede. Se adesso i terroristi cominciano a fare il
tiro a segno con i soldati...
Poveretti, i soldati commenta Umberto.
Perch? -^ui
Perch non sanno neanche che ci fanno qui ribatte
l'altro, poi si accorge di aver parlato troppo. Dev'essere
il sonno. Fanno la guardia ai tralicci, alle stazioni, ai
posti di blocco, quando invece dovrebbero presidiare i
boschi, le macchie, le strade che portano al confine
aggiunge in fretta.
Non ci sono abbastanza uomini. Ne hanno mobilitati
ventimila e ancora non bastano.
No annuisce Umberto. Non bastano ancora...
L'auto si ferma nei pressi di un ponticello non lontano
da San Leonardo. In una radura sulle rive del torrente,
i resti di un traliccio dell'alta tensione. Tre dei quattro
piedi sono saltati, e il gigante  coricato nell'erba
come un ridicolo fantoccio. All'altro capo del ponte c'
la postazione degli alpini, che giorni prima hanno montato
una tenda e una transenna. Li vedono arrivare e si
sbracciano.
Gi! State gi! gridano le loro voci nella notte.
Umberto ed Ettore fanno appena in tempo a smontare,
che cominciano a fischiare i proiettili. Una veloce
raffica.
Gi!
Umberto si butta dietro l'auto e sfodera la Beretta.
Nel buio non si vede a un passo. Il crepitio di una seconda
raffica. Breve, precisa. Di nuovo troppo alta. Se
quelli li volessero morti, lo sarebbero gi.
 una Sten commenta Umberto. Un'altra raffica.
Pi lunga e rapida, simile all'urlo rauco di una sega
a motore. E questa  una MG42. Roba pi seria.
L'MG42, la mitragliatrice della Wehrmacht. Torna il
silenzio, appena increspato dal rumore dell'acqua che
scorre. Poi, dalla parte degli italiani, esplodono degli altri
colpi di arma da fuoco. Qualcuno spara contro la
cortina impenetrabile degli alberi.
Umberto si alza. Via libera dice a Ettore, ancora
esitante. Se ne sono andati.
Che cosa  successo? domanda l'altro.
Umberto alza gli occhi verso l'ombra nera del bosco,
aggrappata ai fianchi della montagna.
Che le strade sono in mano nostra. Il resto  tutto
in mano loro.
L'ufficiale degli alpini si avvicina.
Tutto bene?
Era solo un avvertimento, credo dice calmo
Umberto.
Credo anch'io annuisce quello. Significa: "Finora
ce la siamo presa solo con i tralicci, ma i prossimi siete
voi".
Ottima traduzione commenta Ettore.
Dite che  il caso di andare in ricognizione?
In questo buio pesto? Umberto scuote il capo.
No. Loro sanno dove trovarci, ma noi non li troveremo
mai.
...
19. Caccia all'uomo.

Un filo invisibile collega un paesino sulle Alpi, in provincia
di Merano, e uno sull'Appennino. Il filo unisce
due storie che si sono incontrate nell'estate del 1961,
in Sudtirlo. Protagonisti due uomini, oggi diremmo
due ragazzi: Sepp Mitterhofer, che allora aveva ventinove
anni, e un altro, che chiameremo Francesco e che
ne aveva venticinque. L'uno convinto di dover liberare
la sua terra dagli italiani, l'altro mandato l per impedirglielo.
Il terrorista e il persecutore, nei termini della
contrapposizione armata dell'epoca.
Il nome di Francesco, quello vero,  pi noto per altre
imprese, successive:  stato per anni in forze ai servizi.
Ma mi chiede di mantenere l'anonimato, oggi che 
in pensione. Mentre percorro i vicoli acciottolati di un
borgo da cartolina,  strano pensare che proprio qui mi
aspetti un pezzetto dei misteri d'Italia. E di quelli del
Sudtirlo, dato che Francesco cominci la sua carriera
proprio l. Trov anche l'amore, una ragazza bionda
che chiameremo Lisa: oggi mi accoglie assieme a lui,
seguendo con attenzione l'intervista. Ha fatto una scelta
non facile, per una sudtirolese, dato che Francesco era
non solo un italiano, ma uno dei protagonisti dell'inchiesta
pi clamorosa della stagione delle bombe: quella
che port all'arresto di decine di persone dopo la Notte
dei Fuochi.
Siamo seduti attorno a un grande tavolo di legno,
dalle pareti ci guardano i ritratti degli antenati. Nonostante
la luminosa giornata di settembre, la stanza  in
ombra. Penso alla mia amica Sandra, che mi ha accompagnato
fin qui in macchina, e che si gode la quiete ed
il sole chiacchierando con gli abitanti del paese. In un
istante, mentre il mio ospite comincia a parlare, il mondo
esterno si allontana. E il filo che collega questa casa a
un'altra tra le montagne sudtirolesi si tende.
 il 1959 quando l'ufficiale dei carabinieri Francesco
viene inviato alla caserma che gli  stata assegnata, dalle
parti di Merano.  entrato nell'Arma subito dopo la
maturit,  deciso a fare carriera. Non sa che lo hanno
spedito in un punto nevralgico per la sicurezza nazionale.
All'inizio, la situazione non gli sembra affatto grave.
C'era attenzione, non allarme ricorda. Non si
indagava sul territorio in modo sistematico. Si diceva,
questo s, che i colleghi del controspionaggio fossero
pi interessati. Gi allora, forse, si considera che
in quest'area di confine si potrebbero muovere forze al
soldo di potenze straniere, anche se gli attentati in s,
per ora, sono ben poca cosa: colpiscono i monumenti
degli alpini, i segni della presenza del governo di Roma
sul territorio. Per Francesco  pi che altro un fastidio.
Dopo ogni esplosione, sul posto venivano messi due
carabinieri. Una vigilanza costante ed inutile, che demotivava
la gente. Era l'aspetto negativo di questo allarmismo
di facciata.
Ma sta per diventare allarme vero.
Le avvisaglie cominciano gi all'inizio del 1961. Si
presenta in caserma un giovane, convocato per controlli
di routine. Si chiama Josef Selm, ha poco pi di vent'anni
e occhiali dalle lenti molto spesse, e non sa nemmeno
perch si trovi l, non  quello che si dice un elemento
anti-italiano. Lui e Francesco si mettono a parlare e scatta
una sintonia: Josef torna altre volte a trovare il suo coetaneo
carabiniere. Comincia a passare informazioni sui
personaggi coinvolti nella lotta clandestina, sui colpi che
progettano.  il primo a fare il nome di Franz Muther,
importante per la Val Venosta come Klotz per la Val
Passiria.  lui a raccontare degli attivisti che si danno
da fare nel Nordtirlo, della rete di contatti che stanno
tessendo, delle riunioni che si tengono a Innsbruck.
All'epoca non esistevano le intercettazioni. Le attivit
di polizia giudiziaria si riducevano in definitiva a
fermo, interrogatorio, perquisizione, quest'ultima non
mirata e quindi inutile spiega Francesco. Il contributo
di Selm  prezioso e lui vorrebbe assoldarlo come informatore,
in modo pi strutturato, ma dall'alto gli arriva
un rifiuto, non  un investimento che valga la pena. Tutto
ci che pu fare  pagargli di tasca propria la benzina
per andare, in moto, fino a Innsbruck a raccogliere
notizie. E lui ne raccoglie. Parla di esplosivi che stanno
arrivando da oltreconfine, descrive con precisione i materiali,
il colore, le componenti degli ordigni. Sul luogo
del successivo attentato, a una caserma, che solo per un
caso non fa vittime, vengono trovate proprio le componenti
descritte da Selm.
 chiaro che la situazione si sta aggravando.
Chiss quante volte il giovane Francesco ha percorso
questa stessa strada, penso mentre mio marito Jacques
guida verso Obermais, un quartiere di Merano. Siamo
diretti al maso dove Sepp Mitterhofer abita insieme alla
famiglia del figlio. Aveva ventinove anni nel 1961, quando
venne coinvolto nella Notte dei Fuochi. Catturato,
nel maxiprocesso di Milano  stato condannato a dodici
anni di carcere e ne ha scontati sette ed undici mesi.
L'esperienza non lo ha domato: una volta uscito, ha
continuato per vie politiche la stessa lotta. Dal 1990 al
2011  stato a capo della Sdtirler Heimatbund, associazione
che all'origine riuniva gli ex detenuti politici
e per cui l'unit e la libert del Tirlo  ancora oggi
un obiettivo. Mi accoglie dritto sulla porta, un uomo di
ottantasei anni dai radi capelli bianchi ma dall'aria ancora
formidabile.
Mi guarda circospetto, non sono certo la prima a venire
a riaprire i conti, mai del tutto chiusi, con il suo passato.
Tanto che, quando ci sediamo a parlare, le sue considerazioni
suonano battagliere: Non siamo stati contenti
della soluzione politica, quando c' stata dichiara.
Noi volevamo la secessione del Sudtirlo. L'autonomia
ha portato il benessere, e quando si sta bene non si
combatte. Lo Stato ci vorrebbe italianizzare anche con
i soldi, e la gente non accetta pi di fare sacrifici. Ma la
battaglia deve continuare. Le armi che ha in mente sono
legali, precisa, quelle della democrazia: ritiene che in
una consultazione, oggi, la maggioranza voterebbe per
unirsi all'Austria. Gli altri metodi, quelli della sua giovent,
non sono ci che occorre ai tempi nuovi. Non
rimpiango nulla. Ma non voglio pi avere niente a che
fare con dinamite ed armi.
La sua storia  simile a quella che raccontano in molti.
Ero un agricoltore. Sono nato qui e morir qui, il
mio maso esiste dal 1257. Lo dice con orgoglio, accennando
all'angolo di mondo fuori dalla finestra, che gli 
sempre bastato. Da piccolo avevo dovuto studiare tedesco
nelle Katakombenschulen. Ero l'unico studente,
mi portavo un panino con il burro. Quando ci fu da
scegliere tra restare in Italia e partire per la Germania, la
sua famiglia, come la maggioranza delle altre, opt per
trasferirsi nel Terzo Reich, senza lontanamente pensare
di farlo davvero: Nessuno avrebbe lasciato il proprio
maso, cos abbiamo rinviato la partenza fino al 1943 ed
in sguito abbiamo ritirato l'opzione. A trattenerli non
era solo l'idea di abbandonare la propria terra e andare
verso l'ignoto, ma anche le notizie che arrivavano da
nord. I soldati in licenza raccontavano cose terribili dei
campi di concentramento, del trattamento riservato agli
ebrei. Mio padre aveva detto: "Io l non ci vado!".
Non partirono, infatti. Ma la fine della guerra port
solo una breve tregua.
Gli impiegati della pubblica amministrazione erano
tutti italiani, ex fascisti o immigrati dal Sud Italia che
ottenevano gli impieghi migliori. Solo il 10 per cento di
quei posti di lavoro andava ai sudtirolesi, i disoccupati
venivano piazzati nelle baracche di legno sull'Eisack. Il
viso gli si accende di sdegno, sembra che da allora non
siano passati sessant'anni. Era un sistema all'insegna
dei favoritismi, insiste, e le ingiustizie erano quotidiane.
Gli italiani non sapevano il tedesco, nemmeno quelli
che lavoravano da tempo negli uffici pubblici. Se lo
parlavi ti mettevano da parte e ti facevano aspettare ore.
I giovani non vedevano alcuna opportunit di futuro.
 un nodo difficile da capire fuori da questa provincia,
e tanto pi doveva esserlo nell'inquieto dopoguerra.
Gli italiani si chiedevano: perch, sul territorio nazionale,
alcune centinaia di migliaia di persone pretendono
di parlare un'altra lingua? Non erano pi i tempi
di Francesco Giuseppe, e nemmeno quelli di Hitler. I
tedeschi ragionavano: perch non ci  pi concesso
parlare l'idioma dei padri, il solo che intere generazioni
abbiano mai conosciuto?
Correva sangue amaro! riassume Mitterhofer. E
qualcuno stava gi pensando a come indirizzare la rabbia
popolare. Ero amico di Sepp Kerschbaumer, che
nel 1959 aveva fondato una compagnia di Schtzen con
mio fratello. Discutevamo della situazione politica e poi
ho partecipato alle sue prime riunioni, a Bolzano e nella
Gasthof Schenk di Frangart. Erano una decina, spiega,
a discutere sul da farsi. Io e Kerschbaumer eravamo
quelli con le idee pi chiare. Diventammo presto un'organizzazione
clandestina, avevamo deciso di usare la dinamite
per essere ascoltati a Roma.
Come altri, Mitterhofer si addestra in Tirlo con
Kurt Welser, che definisce un vero patriota: i corsi,
per dieci o quindici persone alla volta, durano solo ventiquattr'ore,
per non assentarsi troppo dal maso n insospettire
le autorit. Bastavano, per imparare i pericoli
legati all'esplosivo. Intanto, a casa, i famigliari coprono
le assenze e non di rado si rendono utili: Sepp racconta
che agli albori del movimento l'attivismo coinvolge tutta
la popolazione. In parte anche quella femminile: C'era
solo una donna, di Innsbruck, Herlinde Molling, dinamitarda
pure lei. Per le sudtirolesi in genere portavano
gli esplosivi, vicino al cimitero evangelico di Merano.
Come la stessa Frau Molling mi ha confermato, molti
di quei materiali proibiti arrivavano dall'Austria: A un
certo punto ho ricevuto cinquecento chili di esplosivo,
dal Reschenpass: un amico l'acquistava per la costruzione
stradale e barava sulla quantit, poi la comperavo in
nero e la nascondevo vicino al maso.
Cos, si progettano i primi attentati. Nel 1960 provai
a farne uno alle case popolari ma purtroppo l'ordigno
non funzion... l'effetto politico sarebbe stato ideale.
Tutto era stato studiato alla perfezione, ma non avevamo
orologi, solo detonatori arrivati da Neumarkt.
Anche lui per sostiene che, nonostante tutto, le intenzioni
iniziali sono perlopi non violente. Kerschbaumer per
primo ripete che non devono essere sacrificate vite umane,
ma non tutti sono della stessa opinione. Klotz e altri
volevano alzare il livello a una vera guerra partigiana. E
i neonazisti austriaci come Norbert Brger? Era nazista
ma non ha fatto alcuna propaganda in quel senso, stava
con noi per idealismo risponde Sepp Mitterhofer, con
la stessa convinzione che deve aver avuto allora. Noi
no, non eravamo nazisti. E nel nostro gruppo c'erano pochi
ex militari aggiunge. Le infiltrazioni di chi  deciso
a dirottare il loro movimento di liberazione verso scopi
meno ideali e pi inquietanti, secondo lui, in quegli
anni sono limitate. Nessuno si chiede chi sia disposto a
spendere cos tanto per la piccola patria sudtirolese, e
per quali ragioni. Per loro  la buona volont di gente
che crede nella causa. Sepp e i suoi compagni accumulano
esplosivi e non pensano che sia tutto troppo facile.
Stanno correndo verso la Notte dei Fuochi come sulle
strade in montagna, quando  buio e non riesci a vedere
oltre la prossima curva.

Nella notte senza luna tra l'11 e il 12 giugno 1961,
Francesco  nel suo alloggio. Sta leggendo, e all'improvviso
va via la luce, poi torna. In quel momento si sente un
boato, vicinissimo.  una bomba. Lui salta gi dal letto,
si veste e corre a chiamare il piantone che dorme in una
stanza nel seminterrato.
I due escono per un controllo, vedono e sentono altri
scoppi. Rientrano al comando per telefonare a Bolzano,
danno notizia degli attentati, almeno tre. Dall'altra parte
del filo manca poco che si mettano a ridere: da loro
ce ne sono stati molti di pi, quindici, venti. In tutta la
provincia si sono accesi i fuochi, e non quelli del Sacro
Cuore.
Quella notte l'abbiamo passata a fare sopralluoghi
racconta Francesco. La mattina abbiamo scoperto che
erano state fatte brillare quasi cinquanta cariche.
Secondo tutte le fonti, gli attentati riusciti, quella notte,
furono 37. Sul numero delle esplosioni, invece, le opinioni
divergono: c' chi dice, come Francesco, 47, chi sostiene
che furono ben di pi. Calcolando che per ognuna
fossero servite dalle tre alle cinque persone, si parlava
di circa centocinquanta coinvolti. Era chiaro che le cose
erano andate molto pi in l di quanto pensassimo,
c'era un'organizzazione che aveva bruciato le tappe.
Assieme ai suoi, Francesco batte i dintorni per rendersi
conto dell'accaduto. Hanno anche l'ingrato compito
di disinnescare le cariche inesplose: ce ne sono parecchie,
i danni sarebbero potuti essere ancora maggiori.
Dove ne era brillata una sola, e la struttura era rimasta
in piedi, abbiamo sminato le altre, anche se non
eravamo artificieri.
Le indagini, le perquisizioni, i fermi e gli interrogatori
cominciano quasi subito. Vengono inviati rinforzi.
Arriv un battaglione di supporto. Tutte le opere pubbliche
- ponti, acquedotti, gallerie - andavano tenute
sotto controllo enumera.  quella che molti dei miei
interlocutori definiscono una vera e propria militarizzazione
del Sudtirlo, con una forza di molte migliaia di
persone che si concentra nella provincia nel giro di poche
settimane: la risposta del governo di Roma all'emergenza
terrorismo. Lui, con i numeri,  pi cauto, e ricorda:
Il lavoro era tanto, trascorrevamo le prime ore di
ogni mattina controllando i falsi allarmi, le sparatorie,
la caduta massi.... I militari spediti in tutta fretta sulle
montagne sono perlopi giovani, spesso senza esperienza,
non conoscono la lingua, si trovano in una situazione
di massimo allarme in una zona ostile, che si chiama
Italia ma sembra straniera. Il rischio di incidenti  molto
elevato.  brutto stare di sentinella, la notte, soprattutto
per ragazzi che non l'hanno mai fatto. Il buio, le
ombre, l'arma in mano, ogni tanto qualcuno sparava per
rompere il silenzio. E la mattina dopo bisognava mettere
in piedi un piccolo processo, stabilire le punizioni.
Al suo arrivo, nel 1959, Francesco non aveva percepito
ostilit nei confronti dei carabinieri. Ma ora, due anni
dopo, il clima  cambiato. E in quella domenica di luglio
del 1961, quando hanno appena deciso di andare all'ippodromo
per rilassarsi un po', alla sua caserma arriva
una telefonata.
Sono l'ingegner Steiner. Qualcuno ha messo una
bomba nella mia macchina, venite per favore ad aiutarmi.
 Benno Steiner, giornalista che si occupa della pagina
di lingua tedesca sull'Alto Adige, il quotidiano
locale in italiano.
Non tocchi niente, resti fermo, in due minuti siamo
da lei. E Francesco riaggancia.
La via in cui abita Steiner  bella, elegante, con
un'aria di quieto benessere. Sul muro della casa qualcuno
ha disegnato con la vernice nera una forca. Davanti,
 parcheggiata una Seicento con accanto il giornalista e
sua moglie, tremante.  stata lei a chiedergli, prima di
avviare il motore, se avesse controllato il bagagliaio.
Lui lo apre per i carabinieri. C'erano non meno di
venti candelotti da cento grammi ricorda Francesco.
Se fossero scoppiati li avrebbero polverizzati. Bastava
che lui girasse la chiave, tirasse la levetta e facesse partire
l'auto...
Ma ci sono stati degli avvertimenti e la moglie ha avuto
un'intuizione, o forse sapeva qualcosa.  difficile dire,
a distanza di tanto tempo, in che modo potessero
passare le informazioni, in una situazione in cui la persona
da eliminare era il tuo vicino. Tra gli abitanti della
via che vengono interrogati, per, nessuno ha visto
nulla.
Benno Steiner va in caserma la mattina dopo.  scosso,
pi della sera precedente. Vuole essere aiutato a
fuggire da Merano. Lo hanno preso di mira, dice, perch
ha rifiutato di unirsi al movimento clandestino. Nel
1956 aveva partecipato a una riunione segreta, ce lo aveva
portato Georg Klotz. I congiurati sostenevano di avere
il supporto economico e politico di gruppi stranieri,
e disponibilit di armi ed esplosivi. Sono lo stesso Klotz
e Franz Muther, assicura Steiner, i principali responsabili
materiali della Notte dei Fuochi. E conclude affermando
che queste cose lui le aveva gi dette alle autorit
italiane. Le aveva raccontate tempo prima a uno dei
loro, un uomo in borghese, di cui poi non ha saputo
pi nulla.
C' stata davvero quella denuncia? Che fine ha fatto
l'indagine? Chi era l'uomo in borghese, posto che sia
esistito? Francesco se lo chiede, ma non ha tempo di
scoprirlo, la sua priorit ora  catturare Muther e Klotz
prima che vengano avvertiti del pericolo. Qualcuno ha
sicuramente visto Steiner entrare in caserma.
Nonostante le precauzioni, una delle prede sfuggir:
Klotz dice al carabiniere inviato a casa sua che sale un
attimo a prendere la giacca, balza fuori dalla finestra e
scompare tra gli alberi. E cos era gi finita: lui nel bosco
era un capriolo, gli altri si muovevano come elefanti...
Muther, invece, verr arrestato.
In caserma viene organizzato un confronto. Fu uno
scontro feroce, in tedesco. Steiner gli contest tutto.
Muther, rosso in faccia, resisteva. Il giornalista racconta
i dettagli, descrive l'incontro in cui hanno cercato di
arruolarlo, proprio a casa di Muther. Ma l'altro non ammette
nulla. Viene fermato e trattenuto in caserma, per
essere interrogato la mattina successiva. E anche al
pomeriggio.
Nella notte tra marted e mercoled, Francesco viene
svegliato dai suoi.
Il Muther vuole parlare con lei.
Il carabiniere scende nel piccolo ufficio della polizia
giudiziaria.
Se io dovessi ammettere quello di cui voi mi accusate,
cosa mi succede? chiede Franz Muther.
I capi d'imputazione sono costituzione di banda armata
e cospirazione contro lo Stato: accuse gravi che
possono costargli anche vent'anni di carcere, gli spiega
Francesco. Ma gli promette che, se collabora, il giudice
potrebbe applicare il minimo, e non il massimo, della
pena. Muther, che parlava italiano, ci pens un poco,
poi disse: "Se vuole, possiamo cominciare". Chiamammo
un dattilografo per fare il verbale.
Muther, pi tardi, sosterr che quelle dichiarazioni gli
sono state estorte con la tortura, mentre secondo Francesco
dal verbale risulta che fu lui a voler cantare. La
verit, quasi sessant'anni dopo,  fatta solo di parole: le
testimonianze degli uomini che erano in quella stanza,
quella notte. E di un fatto: Muther fece i primi nomi.
La struttura era a grappolo. Scendeva dalla Val Venosta,
dalla Val Passiria, dalla Val d'Ultimo, su Merano
e Lana, e su Bolzano. Lui cominci a indicare due
o tre uomini. La sera dopo li fermammo e li portammo
in caserma, dove, confrontati con le dichiarazioni del
Muther, si misero a parlare. Nell'arco di tre o quattro
giorni scendemmo dalla Val Venosta fino a Merano.
Guardando l'agenda dei rinvii a giudizio da parte del
giudice istruttore, aggiunge Francesco, i nomi hanno
una progressione quasi geografica, come un domino che
cade. Arrivammo a Luis Amplatz, il corrispondente di
Klotz per la Bassa Atesina. E a Kerschbaumer. Vanno
a prendere gli attentatori uno per uno, perquisiscono
case, stalle, cortili. Trovano dinamite, micce, detonatori,
armi, spesso nascosti sotto terra. Una volta, tornando
in caserma dopo i sequestri, Francesco ricorda di aver
viaggiato con oltre cento chili di esplosivo, e nella macchina
al sguito due carabinieri con tre arrestati: Se
avessero voluto tentare un colpo di mano, ci avrebbero
fatti fuori tutti....
Ma i cospiratori sembrano, in questa fase, indecisi e
disorganizzati. Si lasciano catturare. Parlano. Forse sotto
tortura, o forse molti si rendono conto solo in quel
momento di essere entrati in un gioco pi grande di loro.
Francesco nega di aver fatto ricorso alle sevizie: Da
noi non ce n' stato bisogno dice. Muther non  stato
sfiorato, ve lo garantisco io. Ha dovuto ringraziare
di aver fatto chiamare me, perch c' modo e modo di
interrogare le persone. Non esclude che altrove siano
stati sperimentati anche altri modi.
E le denunce di maltrattamenti gravi, avvenuti durante
gli interrogatori nelle caserme dei carabinieri, si
moltiplicano. I militari ribattono che i prigionieri si autoinfliggono
le ferite solo per poter incolpare l'Italia. Il
22 novembre 1961 per muore in carcere uno dei detenuti,
Franz Hfler, e a gennaio del 1962 un altro,
Anton Gostner, entrambi a Bolzano. Il governo austriaco
protesta formalmente, lo scandalo  abbastanza grave
da portare al processo di Trento. Secondo Francesco, a
Merano non  mai successo niente, ma altrove?  verosimile
che sia avvenuto, mi sembra sia stato pi o meno
ammesso. Gli americani fanno lo stesso trattamento ai
detenuti di Guantnamo con l'acqua. Intende il waterboarding?
Lui annuisce. La "cassetta", veniva chiamata
in Sicilia nella guerra contro la mafia.
Delle indagini e dei processi per la Notte dei Fuochi
ho avuto occasione di parlare anche con Roland Riz, uno
degli uomini che hanno determinato i destini del Sudtirlo.
Giurista e politico,  stato deputato e poi senatore
al Parlamento italiano per molti anni e presidente della
SVP dopo Silvius Magnago. Ha fatto parte della Commissione
dei Diciannove, istituita nel 1961 per aiutare a
trovare un accordo sul Sudtirlo ed  un celebre ed abile
avvocato. Gli ho chiesto delle torture e mi ha risposto
netto: Non c' dubbio che fossero vere. Innegabile
che i detenuti venissero maltrattati: Li ho visti sanguinanti
ha detto. Ha raccontato di averne parlato anche
con l'allora ministro dell'Interno, Mario Scelba. Gli
dissi: "La polizia picchia". E lui mi rispose: "E in quale
Paese non picchia?". Lo dava per scontato.  brutto ma
 cos. C'erano alcune squadre, ha aggiunto, particolarmente
note per le violenze. D'altra parte, erano arrivati
migliaia di soldati: Riz l'ha descritta come una inutile
invasione con 20000 uomini.
Lo Stato, insomma, in quell'estate del 1961 risponde
con decisione, in alcuni casi con violenza. E la rete che ha
messo a segno il pi grande attentato dell'Italia repubblicana
fino a quel momento finisce sotto scacco in pochissime
mosse. Certo, Francesco descrive le forze dell'ordine
italiane come all'altezza della situazione, presenti sul
territorio, capaci di crearsi alleanze sul posto. Ma i suoi
avversari sembra siano allo sbando. Colpisce la differenza
tra l'accurata preparazione - la regia dei nordtirolesi, i
sopralluoghi sul terreno, il coordinamento di un elevato
numero di partecipanti - e l'approssimazione con cui viene
gestito il dopo. Non  possibile che non si aspettassero
di scatenare una caccia all'uomo. Eppure non presero
precauzioni. La regola di base di una rete clandestina
 che nessuna delle cellule deve conoscere le altre. Non
facile, in un paese fatto di piccole comunit coese, ma
non impossibile. Non erano persone addestrate, quelle
Francesco scuote la testa. Chi continua diventa pi bravo
per forza, ma bisogna sopravvivere alla prima ondata.
Invece ne rimasero pochi: il Muther li avr conosciuti tutti,
ci fece i nomi solo di quelli pi vicini a lui, ma anche
cos la struttura croll con una facilit incredibile.

Sepp Mitterhofer, in quegli stessi giorni, si trova dall'altra
parte della barricata. Alla Notte dei Fuochi, per,
non partecipa. Feci un attentato una settimana dopo
a Untermais, peccato per, saltarono solo due tralicci.
Per le forze dell'ordine, tuttavia, ormai non fa differenza
in quale giorno abbia agito, sono decisi a estirpare il
movimento clandestino e hanno finalmente in mano i
nomi.
C'erano cinque o sei spie, comunque troppe in un
gruppo di circa duecento uomini racconta Sepp amareggiato.
Tra loro un giornalista dell'"Alto Adige",
Benno Steiner. Io ero contrario a uccidere persone, ma
Steiner era davvero uno spione, un farabutto. Le autorit
inquirenti arrivano fino a Mitterhofer, perquisiscono
il suo maso in modo accurato. Sanno cosa cercare,
e non trascurano nemmeno l'esterno. La plastica azzurra
in cui era stata avvolta la dinamite che scoprirono
sepolta nel mio cortile era la stessa trovata nell'ordigno
dell'auto di Steiner. Un attentato fallito per cui lui non
sar, per, incriminato. Il gip era un fascista, ma una
cosa buona l'ha fatta. Dissi che quella dinamite l'avevo
data a Kurt Welser.
Sepp finisce in caserma. Non  passato neanche un
mese dall'11 giugno. Mi tennero dentro una settimana.
Gli interrogatori erano brutali. Almeno il 70 per cento
di quelli che sono stati torturati hanno scritto a Magnago,
lettere che lui non ha mai reso pubbliche racconta.
Poi mi portarono in carcere a Merano, la situazione era
migliore ma non c'era niente da mangiare n da bere,
e la sete era peggio della fame, quella almeno dopo un
giorno non la sentivi pi...
Per indurre i prigionieri a parlare si fa leva anche sulla
preoccupazione per le famiglie. Mia moglie Maria,
molto coraggiosa, incinta del quarto figlio, venne dai
carabinieri e disse: "Io di qui non me ne vado, finch
non mi fate parlare con mio marito! ". Cos riuscii almeno
a incontrarla. Entrambi, in quel momento, temono
che sia l'ultima volta: L'attacco all'integrit dello Stato
prevedeva l'ergastolo, poi mi accusarono di attentato
alla Costituzione, per cui erano previste pene pi lievi,
e altro ancora... Ognuno di noi avrebbe potuto accumulare
condanne per novant'anni di carcere. Eravamo
spaventati, ma prevalse l'ottimismo. Mi feci coraggio e
non parlai, non dissi nemmeno un nome. Raccontai solo
della dinamite.
Sepp Mitterhofer passer quasi tutti gli anni di prigione
a Trento. Visto che la sua versione sul trattamento
ricevuto dalle forze dell'ordine diverge cos tanto da
quella di Francesco, gli chiedo se sappia qualcosa di
Franz Muther, della famosa deposizione, il verbale che
diede il via alla catena di arresti. Mi risponde che Muther
trad, ma non in cambio di uno sconto della pena.
Lo avevano torturato cos tanto che quando l'ho visto
non l'ho riconosciuto dice. D'altra parte sapevamo
che lo avrebbero fatto. Se ci credi, combatti lo stesso.
Il livello dello scontro si alza. I latitanti rimasti in circolazione,
nei mesi successivi, mettono a segno anche
azioni a fuoco. Presto non saranno pi solo le infrastrutture
a saltare. Si comincer a sparare contro le
persone.

Nel settembre del 1961, una sera, telefona alla caserma
di Francesco la stazione di San Leonardo in Passiria: c'
stata un'esplosione tra la strada e il fiume in corrispondenza
di Ponte Trava. C' un ponte a un'unica arcata in
calcestruzzo verso San Leonardo: su quella struttura, e su
una collinetta a poche centinaia di metri, gli alpini hanno
costituito un presidio e da l controllano il territorio.
Il giovane carabiniere  a cena dalla fidanzata, i suoi
colleghi ci mettono del tempo a rintracciarlo, quindi
parte in ritardo. Poco prima di lui, sul luogo dell'attentato
arriva un mezzo militare del presidio degli alpini di
San Tussio. Come si fermarono, dal costone sovrastante
qualcuno cominci a sparare sulla macchina racconta
Francesco. Era una trappola. Per miracolo, quando
si scatena il fuoco, i militari sono gi scesi e non ci
sono vittime.
La sparatoria dura un quarto d'ora, le due auto dei
carabinieri arrivano dieci minuti dopo la fine. C'era il
puzzo della cordite, della polvere da sparo. La mattina
facemmo il sopralluogo e trovammo il punto da cui erano
partiti i colpi. La tecnica era impeccabile: due o tre
armi, pallottole perforanti tedesche dell'ultima guerra,
con l'anima d'acciaio, che avevano scheggiato tutto il
ponte. La macchina era bloccata, il motore distrutto.
Francesco si  sempre chiesto se il ritardo con cui  stato
avvertito non gli abbia salvato la vita. Credo avessero
fatto i conti, il primo che doveva arrivare ero io, ma l
per l non ci ho pensato.
Ha capito, ormai, di essere in guerra. Ma quella guerra
non  gi pi la sua. A ottobre, viene trasferito. Torner,
per una sola missione, nel 1963. Ci era giunta notizia
che Georg Klotz era entrato in Italia e progettava
attentati contro le persone ed i militari. Francesco viene
chiamato in appoggio alla spedizione di pattugliamento
del confine: conosce i luoghi e ha gi visto all'opera
Klotz.
Per quindici giorni, il drappello di carabinieri percorre
la Val Passiria per controllare i sentieri e i passi.
Eravamo in tre, ci fingevamo turisti stranieri. Per
non lasciare mai la tenda incustodita, e giustificare che
uno di noi stesse sempre l, gli ingessammo una gamba.
La scena ha una sua involontaria comicit: i falsi campeggiatori
e il pover'uomo con il binocolo, fermo con
il gambone a montare la guardia. Eravamo attendati a
mezzo chilometro dalla casa di Klotz, dove  stato pi
volte avvistato nella sua latitanza, il posto lo avevamo
azzeccato. Ma dopo i primi otto giorni cominciavamo a
dare nell'occhio.
I tre si spostano dalle parti di Modo, in un alberghetto
non lontano da un sentiero usato spesso da Klotz.
La sera del quarto o quinto giorno ci chiam la stazione
di San Leonardo, sulla radio che mi ero fatto prestare
dagli alpini. Georg Klotz  arrivato a Walten, con altri
uomini, e si trova in casa di un suo fratello, una malga a
circa 1500 metri di altitudine, persa nei boschi. La pattuglia
di Francesco parte con l'intenzione di fare un'imboscata.
Conoscevo bene il posto, si entrava nel fosso,
da sotto, avremmo avuto dalla nostra l'effetto sorpresa.
Ma eravamo solo a met strada quando arriv l'ordine
di fermarci: "Non muovetevi, dobbiamo venire anche
noi". Perch, se le cose stanno cos, l'avanguardia che
aveva qualche possibilit di catturare il pi temuto dei
nemici dello Stato viene bloccata? In attesa di rinforzi?
Sembra evidente che qualcuno ha interesse che non arrivino
alla malga. Se non quando  troppo tardi. Salirono
quattro ore dopo da Bolzano altri militari del battaglione,
tutti carabinieri. Trovammo i giacigli caldi, erano
andati via da poco. Di certo le loro prede erano state
avvertite: di notte, tre o quattro camionette che salgono
per le strade della Val Passiria si notano.
Fu probabilmente una delle tante operazioni di quegli
anni. Ma il racconto colpisce, perch  un aneddoto
di guerriglia, e perch mostra una mancanza di coordinamento
- solo quello? - tra i diversi corpi che operavano
sul territorio.
Un territorio in cui, ricordo al mio interlocutore,
erano insediati anche soldati di almeno una potenza
straniera, gli americani nella base di Natz-Schabs, e in
cui circolava almeno un neonazista austriaco, Norbert
Brger.  un posto di confine: creare qui instabilit
politica va benissimo, perch  un Paese-cerniera annuisce
Francesco. C' interesse a difenderlo da parte
degli americani e a metterlo in crisi da parte... si
interrompe. Io non mi meraviglio pi di niente. Penso
siano state decise delle cose da alcuni cervelli. Certo, in
Alto Adige c'era una certa debolezza nell'autodifesa, in
quel momento. Scarsissima conoscenza del fenomeno,
scarsa considerazione dell'importanza geografica della
zona, che era strategica invece ai fini degli interessi di
diversi Stati.
Non per niente, ripete, ad avere una conoscenza
strutturata della situazione in Sudtirlo erano, ancora
pi che le forze dell'ordine, i servizi segreti. A Bolzano
operava il SIFAR. Poi c'era il servizio cooperativo:
marina, aeronautica, esercito e anche SIFAR. Eppure,
quando scoppiano le bombe del 1961 e quando si comincia
a sparare, nessuno sembra risolutivo.
C'era qualche cosa in questo terrorismo... non lo
voglio chiamare all'acqua di rose, perch quando si mina
un traliccio non sai mai come va a finire riflette.
Non puoi disseminare una provincia di bombe. Per
era un terrorismo gestibile. Io sono dell'idea che i problemi
vadano affrontati in maniera diversa, la politica 
la rovina di tutto quanto.
Ancora una volta, un testimone mi conferma che
l'escalation della violenza aveva una sua utilit. Il gioco
degli equilibri e degli squilibri pu interessare tutti i
settori. L'Austria, neutrale tra la Germania e l'Italia, la
Cecoslovacchia, la Jugoslavia... la storia dell'Alto Adige
 un piccolo riquadro nella storia generale conclude.
Ma a volte una sola tessera pu dare un senso a tutto
il puzzle.
...
.
...
FINE Parte 1.